Trame Effimere nel giardino degli aranci

Fino al 3 aprile sarà possibile visitare, nel giardino degli aranci della Reggia di Portici, l’opera Trame Effimere dell’artista avellinese Graziano Riccelli. Essa consiste in un’installazione site- specific sottile ma di grosse dimensioni costruita a partire da intrecci di canne. La scultura si pone in dialogo con l’edificio settecentesco della reggia e con il paesaggio circostante degli alberi da frutto interrogando tanto il visitatore quanto gli elementi naturali e artificiali in cui è inserita.

Vera e propria architettura effimera, come ci suggerisce il titolo, essa si definisce a partire dal livello di flessibilità delle canne, materiale che ogni giorno si incontra se si ha la fortuna/sfortuna di vivere in luoghi di provincia e contadini, posti da cui proviene in effetti Riccelli. La canna, materiale centrale nelle tradizioni popolari del nostro paese, ormai rappresenta nell’immaginario comune la sola e artificiosa trama rattan o semplici cestini ornamentali. Essa è sempre stata molto di più invece, e ancora potrebbe raccontare una lunga storia senza luogo – proprio perchè appartenente a molteplici zone del mondo- se solo esistesse qualcuno disposto ad ascoltarla, se solo ci fosse modo di darle voce. In questo senso Trame effimere ne è un tentativo. La vita di questo elemento comune è una storia di costruzione della realtà a partire da ciò che è disponibile in natura. La struttura architettonica, sviluppo della capanna di paglia, ci parla di una versatilità della natura e di una disposizione genuina dell’uomo verso di essa. Col tempo questo è cambiato: la disponibilità è divenuta sfruttamento predatorio e gli esseri umani non hanno fatto altro che sottomettere l’ambiente alle proprie ambizioni. Il processo dialettico di costruzione sinergica tra uomo e natura, questo rapporto organico, si è man mano degradato divenendo rapporto di forza negativo. Ciò che manca davvero e che bisogna ritessere, dunque, è l’incontro reciproco tra noi e il mondo vivente. Tale momento è visibile, attraverso l’intervento dell’artista, nell’utilizzo del materiale specifico, nell’ intersezione delle canne che richiamano visivamente l’andamento – o meglio dire l’adattamento – dei rami degli aranci. Al contempo, la ripetizione della forma curva ripropone le arcate di ingresso dell’edificio che fungono da fondale per una scena in cui vi è una nuova protagonista: la natura in tutta la sua robustezza e precarietà. L’artificiale e il naturale dialogano senza entrare in conflitto, condizione da ambire in un presente in cui l’idea della continuità tra ciò che è prodotto e ciò che è esistente è minacciata da un agire senza «sentire ciò che nell’altro è vivente» per adottare un’espressione di Judith Butler sul giovane Hegel.

Più volte negli ultimi anni l’ artista campano si è soffermato su questo tema dando rilevanza alla coesistenza tra naturale e artificiale, si pensi all’istallazione Fonda-menti in Villa Pignatelli a Napoli nel 2022, all’opera Seminare all’opificio Puca pergli Art days e, lo scorso anno, al Macellum di Pozzuoli con l’istallazione Legame naturale

Al cuore della scultura di Riccelli vi è una profonda consapevolezza del momento storico in cui stiamo vivendo e a cui stiamo assistendo. Un punto di non ritorno dove non è possibile non prendere parola. Il rischio sarebbe perpetrare un assordante silenzio sintomo di una grave complicità. 

L’arte è il luogo della presa di parola e della presa di posizione anche con semplici gesti, sta a noi saperne cogliere la potenza.