Art Basel Paris
"Todi Open Doors", 2025, ph Silvia Bonetti

Todi Open Doors 2025 / 1

La quinta edizione di “TODI OPEN DOORS”, terminata recentemente, è stata presentata e coordinata dall’artista ideatrice Silvia Ranchicchio, in collaborazione con l’associazione ART OUT, ed è stata curata da Arianna Bettarelli e da Antonio Arévalo, con il patrocinio del Comune di Todi.

Todi Open DOORS si inserisce nelle giornate di Todi Festival, rassegna annuale di teatro lirico, di prosa, di danza, di musica colta ed etnica, di arti visive e di incontri letterari, che si svolge solitamente tra agosto e settembre. L’esposizione – che si dirama per il Comune tuderte in provincia di Perugia – è meritevole di portare, a un’ampia conoscenza, la città di Todi, caratterizzata dal medio corso del fiume Tevere che piega in direzione sud-ovest verso l’orvietano, su un terreno fondato tra il Diciottesimo e il Diciassettesimo secolo dagli umbri, su un colle di circa 400 metri di altitudine e a breve distanza dal “suolo” che fu abitato dagli etruschi, col nome di “Tutere”, e quindi di “Città di confine”.

Un luogo – possiamo affermare – avvolto dalla leggenda che ha voluto la sua fondazione sul colle, piuttosto che ai suoi piedi, come si evince dalla famosa storia della “tovaglia della colazione dei fondatori” che, presa da un’aquila, fu fatta cadere sulla cima del colle. Tale azione è, infatti, stata interpretata come un segno propiziatorio degli dèi.
Dopo diversi secoli, fu nell’età moderna che il vescovo cattolico Angelo Cesi trasformò le zone di Todi, allargando la viabilità e impreziosendo alcuni palazzi della città che, tutt’oggi, conserva il volto medievale, e il cui perimetro è delimitato dalla cinta muraria che raccoglie i rioni di Santa Prassede, Santa Maria, Valle Bassa, San Fortunato, Porta Fratta e San Silvestro. Dipoi, negli anni, il centro è stato segnato dal passaggio garibaldino, e di conseguenza trasportato dal senso di indipendenza e di libertà.

La mostra diffusa di arte contemporanea ha visto la partecipazione degli otto artisti: Eirene, Irena Posner & Alex Rane, Valerio Cavallaro, Sara Cancellieri, i CelsAuri, Gabriele Massei, Brigdorius e Armenia Panfolklorica che, con installazioni, sculture, performance e interventi in loco, hanno trasformato gli androni dei palazzi memorabili del centro storico di Todi in spazi espositivi. Gli artisti hanno mutato il volto della città in un percorso artistico-culturale che spinge alla scoperta delle opere e dei relativi luoghi, in cui sono state ospitate e integrate, con accesso libero e che apre a un senso di “comunità” globale, secondo una pratica politica – di cui parla la curatrice – per la vocazione del collettivo e contro ogni possibile forma di “separazione”. Afferma la Bettarelli: “…provenienti da contesti extraregionali e nazionali gli/le artisti/e da me scelti/e sono esploratori/trici, ricercatori/trici e pro-vocatori/trici di ciò che è definito propriamente né dal linguaggio e né da una semantica culturale generale che, al contrario, rifiuta l’incerto così come il diverso, l’Altro. La potenziale germinazione di questa dimensione si attua fra le loro mani e in quell’arte che tenta l’impossibile e che con esso costruisce, continuando a garantire una visione nella costante vertigine dell’ignoto degli Iperoggetti”, quei fenomeni infinitesimali che decostruiscono le nostre nozioni conosciute sulla valenza dell’abitare il pianeta Terra.
Le opere di Eirene, dei Celsauri e di Sara Cancellieri si innestano eufonicamente nella dichiarazione curatoriale della curatrice, seppur anche convincenti sono gli altri lavori, tra cui quelli di Gabriele Massei, Brigdorius e di Valerio Cavallaro.

Il percorso, accompagnato da una mappa cartacea per i visitatori, “è anche uno stimolo a mettere in dialogo il contemporaneo con l’antico, creando un ponte tra la memoria storica e le nuove visioni artistiche” – afferma la Ranchicchio. Il grande impegno nell’aprire consapevolmente le porte di Todi ai pubblici contemporanei è stato un invito accolto, e fortunatamente sottolineato dalle parole del Sindaco che, presente durante l’inaugurazione insieme all’Assessore, ha dichiarato di voler ampliare l’impegno della Giunta verso l’arte e la cultura locali.
La presentazione inaugurale si è svolta all’interno dell’androne di Palazzo Benedettoni (Via Ciuffelli, 5), appartenente alla nobile e antica famiglia tuderte, a cui probabilmente appartenne anche Fra’ Jacopone da Todi, fra i più famosi poeti medievali.
Sulla volta dell’androne – dinanzi a un fondale che recupera simmetricamente la sensazione absidale in un’architettura ove sono visibili archi in mattoni a vista e un balcone con balaustra al piano superiore con elementi modellati secondo la tradizione italiana, e all’esterno caratterizzato da tre file di bugnato alla toscana – si insinua, affissa a filo, l’opera dell’artista Eirene, Inner Spaces, un uovo di struzzo, frammentato, il cui interno, svuotato e specchiante, riserva una cromatura “a freddo”.
I passanti, osservando la loro propria immagine nel suo alveo, si riconoscono frazionati nei diversi spazi e tempi dei possibili infiniti. L’uovo, insieme al concetto spaziale conferitogli, non è nuovo per la ricerca dell’artista che vi attribuisce principi tanto afferrabili quanto intangibili, e mai razionalmente connotati da tangenze temporali della realtà, quanto di contro da un empirismo che appartiene sia alla psyché, sia agli infiniti oscuri universi.  


Non solo la volta e l’uovo sembrano riprendere, iconograficamente, la pittura sacra della Pala di Brera ma è anche la conchiglia che si staglia, in legno, all’ingresso del Palazzo a richiamare l’altare maggiore della Chiesa francescana di San Bernardino, ambientazione del capolavoro di Piero della Francesca, realizzato per la nascita di Guidobaldo, erede di Federico da Montefeltro.
L’uovo di struzzo sospeso è simbolo di nascita, di resurrezione e dell’Immacolata Concezione di Gesù per i cristiani, e incarna la funzione meditativa e di giustizia, consentendo, all’uomo, l’attribuzione del dominio delle difficoltà più dure. E’, inoltre, allusivo a uno degli emblemi araldici di Federico.
Tuttavia, il riferimento di Eirene si muove alle basi del significato antichissimo, quando, secondo l’alchimia, l’uovo era riconosciuto come Uovo Cosmico, e quindi principio in grado di dar vita al mondo, segno augurale della natura che si rinnova. Soprattutto, la sua visione si sposa con quel monumento di contemplazione estetica di un mondo, in cui la vita fluisce con una tendenza tale da appartenere all’eterno, ove vita e morte sono racchiuse in un’esistenza unica che le trascende. Ciò è possibile nel lavoro di Piero della Francesca, in cui la monumentalità stringe l’universo, umanizzandolo, attraverso un’astrazione intellettuale che convoglia l’immagine umana. Quanto fin qui esplicitato, sono delle teorie che mi rallegro a dedurre da un librettino, dedicato all’esponente della seconda generazione di pittori-umanisti, l’artista rinascimentale di Sansepolcro, a cura delle Éditions D’Art Albert Skira e del 1965, con un corredo illustrativo di fotografie-tavole a colori, e che conservo vicino a un piccolo altare vitreo, in cui è suggellato un guscio d’uovo dell’artista. Ambedue, l’opera e il volumetto, ricoperti di quell’aspetto simbolico della concezione geometrica di Piero, e in cui l’immutabilità è trasporto in un mondo sconosciuto, in cui il colore può assumere qualità magiche ma anche sentimenti, tanto di delicatezza quanto di gravità. E, così, possiamo assorbire l’operato della nostra a Todi come una consecutio poetica, maturata nel tempo, e che ha avuto la sua prima manifestazione a Venezia, nel 2023, con Bones (eggshells), un’opera che è anche “ossatura” del pensiero e che colloquia con l’architettura della finestra ad arco a tutto sesto di Spazio Thetis.


La rottura permette l’esistenza e i resti delle ossa sono materia da cui rinascere. L’affinità storica-politica del momento odierno ci autorizza a leggere l’azione di Eirene, riportata anche tra le mura di Spazio Iris (Spoltore, Pescara), con l’opera Outer spaces, come pregna di innumerevoli valenze per il nostro contemporaneo.


È innegabile l’elevazione in uno spazio “altro”, nell’aura dell’opera Locomotore Vitatronico (Pneumatico posteriore mietitrebbia e Mini Cooper Cup, amplificatore audio bluetooth, luci, interruttori, cintura di sicurezza) dei CelsAuri che si connettono all’”energia vitatronica luminosa”, per dirla con le parole del filosofo, mistico e scrittore indiano Paramahansa Yogananda. Il Prana, con l’energia o fonte vitale che permea le entità visibili e invisibili, è assimilabile a quel soffio vitale o pneuma che, in un gioco di rimandi trascendentali-materiali, si associa alla materia, con cui il duo artistico lavora da anni: i pneumatici. Questi ultimi, nella risultanza visiva del lavoro, si mostrano collocati l’uno sopra l’altro, per formare un locomotore. La ruota – che crea l’elemento pittorico in alcune opere – si fa cerchio, e, quindi, Chakra, all’interno del Palazzo Friggi Spazzoni (Via San Lorenzo, 40), a cui si giunge da Via Ciuffelli, attraversando Piazza del Popolo e la Cattedrale della Santissima Annunziata.
La famiglia Spazzoni porta avanti, con entusiasmo, la tutela e la valorizzazione della tradizione della Festa della Trebbiatura, trovando un paradigma di congruenza con l’etica ecostostenibile degli artisti, e rendendo così l’opera relazionale. L’Ashoka chakra (ruota di Asoka), antichissimo emblema a forma di ruota, risale all’impero Maurya, prendendo il nome dall’imperatore della dinastia, e che regnò dal 269 al 231 a.C..
L’Ashoka chakra è rappresentata tuttora nella bandiera dell’India. La ruota, anche cerchio della vita, corrisponde al fluire serafico dell’anima, oltreché agli aspetti terreni, riconnettendo il nostro interiore a una coscienza essenziale, attraverso un’integrazione melodica di mente, corpo e spirito che ammette la crescita personale. Elevazione che, coerentemente con l’intellegibilità dell’opera di Eirene, è in grado di fronteggiare sfide e sofferenze, attuando trasformazioni utili all’avanzamento dello sviluppo dell’io nelle diverse sfere carnali e spirituali.
È chiaro che ci sia un’inevitabile ripresa della poetica paterna nel fare del duo, che ha però saputo prendere le distanze introspettive ed estetiche, generando altri modi operativi, come i cortocircuiti “meccano-emotivi”, per una libera cordata funzionale tra l’umano, la natura e la tecnologia, definita Arte Garaggesca, nella produzione-non produzione artistica-vitale.
Il “non”, affiancato al termine produzione, sta a indicare l’elemento artistico individuato, non come un congegno di un circuito usa-getta e legato a un mercato di uso e consumo, ma a un oggetto con la propria storia e che sia, nel caso degli pneumatici, raccoglitore di quel soffio che, al pari del movimento umano, ha generato primariamente il moto meccanico. Come il fiato, sono congiuntamente il suono e la luce dei Chakra a spingere l’alba del Kundalini.  

Si occupa della soglia dimensionale che accoglie forme “altre” per abbracciarle in una temporalità rallentata e cristallina l’opera La forma del Resto dell’artista Sara Cancellieri. Il lavoro è allestito nell’androne dello storico Palazzo Orsini (Corso Cavour, 67) che affaccia sulla piazza principale di Todi, Piazza del Popolo, e un tempo proprietà della potente famiglia romana degli Orsini, che aveva un’importante influenza nell’area tuderte. Il modulo si fa forma di resistenza al trauma, al mutevole e a ciò che, corporeamente, non riesce a trattenersi nel limbo odierno di un tempo assorto. L’opera, di fortissima intensità, riceve parte di un suo precedente lavoro Una tremenda leggenda, con cui ri-condivide migliaia di mine antiuomo in ceramica smaltate di verde, incastrate fra loro e che sono, sincronicamente, simboli di vacua resistenza statica al pari di cristalli minerari ed escrescenze rimembranti piccole forme aguzze di paura, di vulnerabilità, di prepotenza e di non agibilità. L’ossimoro semantico-estetico si incastona tra saponette inutilizzate e impilate su una base di ceramica, secondo una struttura richiamante una costruzione collettiva e svolta ritualmente. La curatrice si riferisce al filosofo Giorgio Agamben e al suo concetto di “cura” come custodia del possibile che slega l’opera dall’ordinaria cura del sé, per aprirla a un significato relazionale con noi stessi e con l’alterità, riallacciandosi a un atto non certamente egotico, possessivo, appropriativo ma di salvaguardia del possibile essere ciò che non si è, e quindi richiamando l’allusione filosofica dell’atto e della potenza. L’unione ricercata dall’opera e dall’artista mira ad opporsi alle strategie di potere che vogliono imprimere, nell’individuo, i sintomi di paura, trauma e blocco, fino a spingere alla non partecipazione, al vuoto e all’assenza. La zona di fragilità è anche zona di fortificazione collettiva e l’usura del materiale è sinonimo di ripristino continuo di ciò che può essere permanente.

È a Palazzo Morghetti (Via del Duomo, 8), tra il rione di Santa Prassede e il rione Nidola, che si svela il lavoro dell’artista Gabriele Massei, Mostrami, Impilami, Nascondimi. All’interno dell’androne, i tre cilindri, in cemento, si fondono misuratamente con l’architettura, tanto da risultare quasi impercettibili presenze che recano, ciascuno al loro proprio interno, i tre verbi espressi nel titolo, come corpi eterei, contrariamente alla materia, di cui si costituiscono, esplicando, sottoforma di domanda, la dicotomia del “mostrarsi – nascondersi”. Il nostro lavora, sin da vecchia data, con materiali di consistenza adamantina come il cemento e il marmo, andando a sondare le loro venature, per poter muovere, dalle stesse, il dialogo con il materiale. Le tre parti sono divisione di un’unica colonna in stile dorico, incisa, al suo interno, secondo le tecniche dei colonnati antichi. Si avverte la poesia del ricercare ciò che si posa inavvertitamente negli ambienti quotidiani, aggiungendo nuove valenze, in grado di far scaturire sensazioni di diversa natura.

E’, all’interno dell’androne di Palazzo Cesi (Via Paolo Rolli, 3), che è stata collocata l’opera Dieci figli non campano una madre dell’artista Brigdorius. Il titolo dell’opera deriva da un proverbio che indica che i figli, per quanti siano, non restituiscono quanto “dato” da un genitore. In particolare, il proverbio è attribuito alle malevole credenze, di cui venivano investite alcune donne, affibbiate come streghe, per i loro comportamenti ritenuti illeciti dai cittadini, a loro coevi. Dunque, la madre di cui si parla è la strega Matteuccia che avrebbe rapito e trasformato dei bambini in creature fantastiche, nutrendole con delle noci, dopo essere rinata dal suo rogo. Matteuccia di Francesco di Ripabianca, nota come Matteuccia da Todi, è, infatti, stata una donna accusata di stregoneria e conosciuta come la Strega di Ripabianca. Fu messa sotto processo nel 1428, per accusa di infanticidio e di riti magici, e condannata sul rogo. Gli atti del processo sono conservati nel fascicolo pergamenaceo dell’archivio di Todi. Il suo rimane uno tra i primi processi di stregoneria in Europa. Conosciuta è anche la formula che era necessaria pronunciare per provocare il “volo”: Unguento unguento, mandame a la noce de Benivento, supra aqua et supra vento et supra at omne maltempo. Appare, dunque, il collegamento con la città di Benevento e con la sua strega, la janara. Il noce di Benevento era un antico albero di noce, consacrato al dio germanico Odino, presso il fiume Sabato, a Benevento. Le celebrazioni di riti religiosi pagani, che prevedevano l’appensione di una pelle di capro all’albero, hanno originato varie leggende riguardanti rituali magici, officiati da streghe. Famosa è, infatti, la danza delle streghe attorno al Noce di Benevento. Orbene, si può dedurre l’intenzionalità di un collegamento al “femminile” tra epoche e luoghi distanti tra loro.

L’artista Valerio Cavallaro interviene, all’interno del cortile dello storico Palazzo Vecchi Ercolani (Piazza Umberto I, 6), attraverso una performance interattiva con i visitatori, disegnando le sagome del presente e dei presenti all’interno delle mura del Palazzo, in un gioco tra il vissuto interiore e il vivere circostante, tra la storia odierna del Palazzo e il suo passato storico, con i proprietari che lo hanno abitato, in un percorso di autoanalisi agente dell’io e dell’interconnessione con l’altro.

L’aspetto etnografico torna nell’opera Il giardino dei trentacinque vasi parlanti dell’artista Armenia Panfolklorica che lavora nell’ambito delle culture globali. Come afferma la curatrice “(l’artista)… eredita e accoglie il celebre fatto che ha segnato per sempre la storia della città: il 25 aprile 1982, un grande incendio divampò a Palazzo del Vignola che in quel momento ospitava la nota Mostra Mercato Nazionale dell’Antiquariato, causando la morte di trentacinque persone e una sessantina di feriti…”. Da qui, nasce l’installazione, in cui il ricordo “apre ad un’analisi del lutto di una messa in forma di una liturgia…”. Rintracciando la tradizione del giardino iniziatico, l’artista realizza calci delle sue dita e delle mani destra e sinistra, e li installa nei preesistenti vasi di piante e fiori di Palazzo Atti, luogo vicino a cui avvenne il dramma, secondo una pratica funeraria, tipica della Tailandia; nel Tempio Bianco di Chiang Rai (Wat Rong Khun), infatti, sono poste, all’ingresso, mani affioranti dal suolo come ricordo dei defunti. Si giunge dipoi, fino alla tradizione dei vasi canopi, muniti di braccia antropomorfe della tradizione etrusca, e quindi alle origini della storia tuderte. “Un momento di cura nei confronti della vita e della morte”.

Il duo artistico, riunito temporaneamente in questa fase (gli artisti hanno, infatti, un percorso artistico solitamente individuale), è formato dalla scultrice britannica Irena Posner e dallo scultore newyorkese Alex Rane, entrambi operanti a Carrara. Per Todi Open Doors, hanno svolto la performance Massa Temporale, nel cortile di Palazzo Pierozzi (Via Giuseppe Mazzini, 67), lavoro seguito a una recente residenza artistica che li ha coinvolti nella medesima città. Le loro sculture esposte sono sintomatiche di un corpo formato da strati che assimilano le stratificazioni temporali allo stesso modo della nostra pelle. La scultura è sentita visceralmente come carne, e come tale è anche alla base di alcuni meccanismi fondamentali della vita umana, come i sistemi di potere. Durante la performance, infatti, i due artisti elidono il concetto di artista e opera, di operante-plasmatore e oggetto, e quindi di uomo-dominante-artista e donna-sottomessa-modella, per rendere i due corpi complici di agire nell’equità dei “ruoli” e di scambiarsi la “pelle”. L’a-temporalità dell’azione stringe a sé le diverse epoche temporali e concetti afferenti al tema, per donargli una nuova sospensione di tempo e di pensiero. Sempiterni sono infatti – come sottolinea la curatrice – il mito, la pietra, il singolare, il collettivo e il femminile-maschile.

Todi Open Doors, ordunque, non apre solo le porte degli androni fisici dei palazzi storici ma anche quelli simbolici degli stessi nel tempo presente, invitando i visitatori, esperti e i “non addetti”, a seguire un percorso di raccoglimento nelle stanze del pensiero.

Todi Open Doors – 5^ edizione
Mostra diffusa di arte contemporanea
Armenia Panfolklorica, Brigdorius, CelsAuri, Eirene, Gabriele Massei, Irena Posner & Alex Rane, Sara Cancellieri, Valerio Cavallaro
A cura di Arianna Bettarelli e Antonio Arévalo
Progetto ideato e coordinato dall’artista Silvia Ranchicchio
In collaborazione con L’Associazione ART OUT
mail: info@artoutasd.it
Tel.: +39 3402218913

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