In questi giorni ho sentito ripetere la frase “ha perso la testa” con una frequenza degna dei miei trascorsi adolescenziali. Non era riferita a me, ma a Donald Trump, che un giorno pretende il Nobel della pace, il successivo minaccia lo sterminio. Se la gente non morisse davvero, ci sarebbe da scompisciarsi di risate. E tuttavia le teste staccate dai corpi possono anche divenire immagini di crescita interiore. In India, ad esempio, la dea Chinnamastā (o Pracaṇḍacaṇḍikā) appare come decapitata da sé stessa. Essa rappresenta l’autoimmolazione dell’ego, la suprema rinuncia e il controllo delle passioni. Ancora, è proprio la decapitazione di Ganesha da parte di Shiva, seguita dalla sostituzione del suo capo con uno di elefante, a garantirgli la rimozione dell’ignoranza e dell’io (la testa umana originale) e l’acquisizione di una salvezza e di un potere in tutto nuovi, che lo rendono capace di spostare le montagne.



Dunque che fare, tagliare la testa o sparare, come è oggi di moda, al sovrano?
In tempi lontani, prima ancora che le idee di popolo e di stato si affacciassero tremolanti all’orizzonte, l’istituzione della sovranità era regolata da rituali sanguinosi che segnavano il passaggio dello scettro da sovrano a sovrano. Il re doveva morire: o uccidersi, o venire ucciso ai primi sintomi di debolezza e infermità. Solo in tal modo la regalità sarebbe stata trasmessa senza infamia al successore. Così, almeno, narrano le leggende e i miti. Salvo avvertirci che non sempre chi viene dopo è migliore di chi regnava prima. Anzi sovente accade proprio il contrario. Il cristianesimo, col suo culto delle reliquie, a cominciare dalla testa mozzata di San Giovanni, ci offre una soluzione alternativa. Che non consiste nell’uccidere, ma nell’ingannare la morte con la morte. Dalle mie parti, ad esempio, dopo un sisma terribile che aveva raso al suolo mezza Sicilia seminando ovunque orrore e distruzione, la società risorse stringendosi attorno a un frammento osseo del Battista che era giunto a Ragusa ai primi del Seicento, per custodire il quale era stato realizzato dai maestri argentieri Paolo e Cesare Aversa un superbo reliquario. Quando, nel 1693, il terremoto distrusse l’antica Ragusa, una parte dei cittadini ricostruì in altro sito una città nuova portandosi appresso la reliquia. Perciò la scultura degli Aversa con la testa del Battista è stata guardata con estrema attenzione dagli artisti operanti nel ragusano, che hanno riconosciuto in essa un simbolo identitario imprescindibile.



È accaduto a Duilio Cambellotti, che l’ha utilizzata nelle sue decorazioni per il Palazzo della Prefettura cittadina del 1933, contrapponendola alla lunetta con San Giorgio e il Drago del vecchio Portale di San Giorgio a Ibla, l’antico nucleo storico, evidenziando i due polmoni, le due colonne portanti della vita cittadina. Sempre Cambellotti si ricorda di questa testa nei suoi progetti per la vetrata della Cattedrale di Ragusa, purtroppo mai realizzata a causa della sua stessa morte. Uno dei più belli mostra il santo risorto con la testa riattaccata. La testa del Battista torna infine in un piatto splatter di Fulvio Merolli, realizzato per una recente mostra presso il Museo della Cattedrale di Ragusa, in cui la principale vittima è il senso di pietà, e, in modo un po’ criptico, in un murale di Franco Fasoli del 2019, San Giorgio e il Terremoto, dipinto per la rassegna di arte pubblica FestiWall: un lavoro alle porte della città nuova in cui il santo doma un drago, sinuoso e avvolgente, che fa le veci del sisma. Ora San Giorgio è il patrono di Ibla, l’antica Ragusa, mentre San Giovanni lo è anzitutto di Ragusa superiore: che ci fa allora San Giorgio a Ragusa nuova? Non avrebbe fatto meglio a restarsene a Ibla? Interrogato in proposito, il muralista argentino ha dichiarato: “L’opera murale si inspira alla storia di Ragusa, che, nel 1693, fu devastata da un tremendo terremoto. Quando la città fu ricostruita, alcuni abitanti decisero di insediarsi lungo la strada che risaliva la collina, altri preferirono restare in loco. Quando la città si divise in due, anche il santo patrono cambiò, e si generò una sorta di rivalità tra la parte antica, devota a San Giorgio e quella moderna devota a San Giovanni. Ho pensato fosse interessante collocare un San Giorgio nell’ingresso principale della moderna Ragusa, con alcuni dettagli interni che rimandano alla competizione delle due opposte fazioni. La reazione della gente in prima battuta è stata di sconcerto, ma col passare del tempo sono iniziati ad affiorare sentimenti di nostalgia e conciliazione fra gli antichi e i moderni simboli di Ragusa”.
Quello dell’artista è quindi un tentativo di mettere pace, un invito all’unità. Quasi quasi vien voglia di chiedere a TvBoy un bel murales con San Giorgio e San Giovanni a torso nudo che si abbracciano felici. Resta però un dubbio: quali sono i dettagli dell’opera che rimandano “alla competizione tra le opposte fazioni”? Guardando in alto a sinistra, vediamo che mentre San Giorgio doma il drago, la principessa se la svigna stringendo sotto braccio la testa del Battista… Per portarla a Ragusa superiore? La città nuova nascerebbe quindi da un furto, da una “sottrazione di identità”? E se l’artista, collocando l’opera in un palazzo della città nuova, si riferisse anche al consumo indebito di suolo, alla rottura del patto con la natura dichiarata dalla crescita selvaggia delle periferie cittadine, e alla conseguente devastazione del centro storico, abbandonato al suo destino? Come diceva mio nonno, chi cambia la vecchia con la nuova, sa cosa lascia, non sa che cosa trova. Ogni qual volta l’indignazione per la follia e l’arbitrio ci manda il sangue alla testa, ricordiamoci di sopportare cristianamente le persone moleste. E di pregare Iddio che se le porti presto.

