Giacinto Di Pietrantonio spiega così la sua scelta: “Questo progetto punta all’eccellenza, a partire dal vino selezionato fino alla scelta dell’artista. Cercavo qualcuno che unisse unicità e autorevolezza, e Stefano Arienti rappresenta pienamente queste qualità. È da anni una delle figure più riconosciute dell’arte italiana, con una presenza costante nelle principali manifestazioni.
L’arte contemporanea in Italia gode di ottima salute, anche se presenta un fenomeno particolare: la mancanza di una vera convergenza critica. Se si chiedono dieci nomi agli addetti ai lavori, solo due ricorrono in tutte le liste, mentre gli altri cambiano completamente. Ebbene, Arienti è uno di quei due: un artista su cui tutti concordano.”
La scelta di Stefano Arienti non è solo un colpo di prestigio, ma anche un ritorno a casa. “Non ho fatto studi artistici, sono laureato in agraria e ho persino dato l’esame di viticoltura”, ha raccontato l’artista durante la presentazione.
Un passato che riporta alle radici: “Sono nato in una cascina. Mio padre aveva un piccolo vigneto e faceva un vino terribile che chiamava Acerbone perché era praticamente imbevibile. Forse anche per questo io bevo pochissimo…”.
Eppure, proprio quell’infanzia legata alla campagna ha lasciato un imprinting profondo. “Il mondo del vino mi ha sempre affascinato. Ho avuto altre collaborazioni in passato, dai Marchesi Antinori alla cantina Cherico de Leudi, e ogni volta questo mondo mi riporta alla tradizione italiana, alle nostre radici”.
Qui Di Pietrantonio aggiunge un’ulteriore chiave di lettura: “Stefano ha una caratteristica: è un artista che conosce bene la natura, tutto il suo lavoro è incentrato sulla natura. I suoi studi non sono artistici ma di perito agrario. L’arte ha poi prevalso. Tutti i suoi lavori hanno a che fare con la natura, col paesaggio, ma anche con la natura artificiale, facendo così un lavoro di purificazione. Arienti lavora con migliaia di immagini trasformandole in nuove forme e nuove immagini. Sono immagini che fanno riflettere, discutere, dibattere. Perché la vera arte non è l’estetica ma quella che crea un momento di dibattito. Arienti così rilegge la nostra vita, il nostro essere al mondo.”
L’etichetta nasce a quattro mani, quasi come un lavoro sartoriale. Arienti e Filiberto Mastrangelo hanno passato in rassegna diverse immagini nello studio dell’artista, cercando il focus giusto per una bottiglia che esce in tiratura limitatissima.
L’idea dell’“angelo nero” prende forma da un’immagine rielaborata digitalmente dall’artista: un soggetto ironico all’origine, trasformato in qualcosa di più essenziale, evocativo, con un tono quasi gotico.
E qui arriva il colpo di scena: l’opera di partenza è un quadro di Vincent Van Gogh, il celebre Scheletro che fuma una sigaretta, conservato al Van Gogh Museum di Amsterdam.
Arienti, come da sua lunga pratica, ha manipolato l’immagine ricoprendola e reinterpretandola. “Abbiamo tolto la sigaretta. Era troppo ironica, mentre l’idea del teschio era già molto forte. Il vino rosso nel teschio richiama sangue, intensità, una simbologia che esiste nell’immaginario collettivo”.
Per chi ama le storie d’arte, è una piccola gemma: un Arienti che rielabora Van Gogh per una bottiglia prodotta in soli 100 esemplari.
Nel suo intervento Arienti ha allargato lo sguardo al panorama artistico italiano, rivendicando la forza dei luoghi periferici: “In Italia l’arte non vive solo nelle grandi città. C’è una qualità diffusa incredibile. Artisti internazionali vengono a vivere in piccoli centri che trovano più stimolanti delle metropoli”.
Da Claire Fontaine che ha scelto Palermo, all’artista Arcangelo Sassolino che lavora nel Veneto sfruttando le eccellenze tecniche locali; fino all’esempio di Ettore Spalletti, rimasto per tutta la vita a Spoltore.
“È proprio nei luoghi apparentemente defilati che, a volte, si lavora meglio, con più concentrazione e con relazioni professionali uniche. Il tessuto culturale italiano ha una qualità che all’estero non è affatto scontata”.
Per la Cantina Mastrangelo, questa edizione di Angelo Nero è quasi un piccolo evento museale. “Non solo abbiamo un’opera originale di Stefano Arienti – ha raccontato Filiberto Mastrangelo – ma anche un frammento di Van Gogh reinterpretato. Non avrei mai immaginato una cosa del genere”.
Il risultato è una bottiglia che diventa oggetto d’arte, memoria e narrazione. Una microproduzione preziosa, destinata a circolare tra appassionati, collezionisti e intenditori che cercano non solo un vino, ma un racconto.

