Sportivamente: Oscar Damiani

Calciatore, procuratore, opinionista sportivo: Oscar Damiani è personaggio noto. Non tutti sanno, però, della sua grande passione per l’arte, che lo ha indotto a raccogliere una straordinaria collezione, recentemente presentata nei sette capitoli – lo stesso numero della sua maglia di giocatore – di un volume autobiografico (Oscar Damiani, L’arte nel pallone, a cura di Angela Faravelli, Chimera Editore, Milano, 2020) da cui emerge il profilo, confermato in toto dal nostro colloquio, di un gentlemen vecchio stampo: una rarità in generale, a maggior ragione in un mondo, come quello del calcio, che soffre persino più del club artistico la lima delle chiacchiere e l’abbaglio dei riflettori.

Ben Vautier non sbaglia, “L’art est rouge”: il rosso è la tua tinta preferita. Eppure il primo dipinto che hai comprato – uno splendido teschio di Sironi – è un quadro nero. E nero nello spirito, tra i pezzi forti della tua raccolta, è Il paradiso in terra di Anselm Kiefer. La consapevolezza che, come nel capolavoro di Stendhal, non c’è rosso senza nero, cioè vita senza morte? 
Le rouge et le noir lo lessi in francese: una lingua che, avendo fatto le scuole in Svizzera, conosco bene. Il rosso è un colore vivo, ardente, passionale. Come la mia vita. Il nero è il suo contrario. Eppure, incontrando quel teschio di Sironi o il lavoro di Kiefer, un po’ foresta un po’ prigione, non potei fare a meno di acquistarli. Evidentemente gli opposti si attraggono. Quando ho giocato nel Milan, rosso e nero si sono uniti alla perfezione. 

La tua raccolta ti calza a pennello. È una specie di ritratto.
Assolutamente sì. Non ho mai cercato l’affare o seguito la moda. Collezionare è sempre stato un fatto intimo, molto personale. 

Nel novembre 2020, per i tuoi settant’anni, hai dato alle stampe un volume autobiografico, L’arte nel pallone. 
Ringrazio col cuore Angela Faravelli e Alberto Cerruti. Senza di loro non sarei mai riuscito a realizzarlo. È insieme un catalogo d’arte e una biografia. Le tappe della mia vita – dall’infanzia di emigrato alle mie tante avventure di calciatore, di collezionista e di procuratore – vi sono raccontate attraverso le opere della mia raccolta.

A gallerie chiuse, ti sei tenuto in contatto con artisti e galleristi? Hai acquistato qualcosa?
Ovviamente ci si vede meno, ma i rapporti – che vanno sempre al di là di un ambito strettamente professionale – non si sono mai interrotti. L’ultima opera acquistata è San Siro rosso di Alessandro Busci, una lastra di acciaio dipinta a smalto con un soggetto che, per ragioni che ti lascio immaginare, mi è particolarmente caro.

Sembra quasi sia stato creato per te.
Acquistare è anche un modo per dare una mano ad artisti giovani e promettenti in un momento difficile per tutti.

Il 2020 è stato l’anno della morte di Maradona. C’è qualche artista, trai viventi, il cui segno si può paragonare al suo sinistro?
Dotato come Maradona? Difficile pensarne uno. Andando però con la mente a Napoli, mi ricordo di una mostra di William Kentridge da Lia Rumma del 2006, che ha preceduto di poco un suo allestimento al San Carlo – il teatro, non lo stadio – per il Flauto magico di Mozart. 

Più di recente, sempre a Napoli, Kentridge ha realizzato un mosaico “pompeiano” per la fermata Toledo della metro.
Non è semplicemente un pittore. È un artista completo. Proprio come il grande Maradona.

Il tuo lavoro, tanto di collezionista quanto di procuratore, ti porta spesso “fuori di casa”. L’arte italiana ti sembra all’altezza di ciò che si fa all’estero?
Siamo i grandi sottovalutati d’Europa. Prendi Gino De Dominicis: se fosse nato in America, varrebbe milioni di euro. Certo l’America è una platea molto più vasta dell’Italia. Ma è anche vero che gli americani coltivano le loro glorie nazionali, noi invece abbiamo la tendenza a dimenticarle. Magari, come è accaduto con la Transavanguardia, dopo averle per qualche tempo celebrate.

A Milano da Cardi è stata da poco riproposta l’istallazione de I Dormienti di Mimmo Paladino.
Superba. Toccante. Una delle mostre più belle che io abbia mai visto.

Hai mai pensato, a pandemia finita, anzi per festeggiarne la fine, di organizzare una mostra con la tua collezione? 
Non è facile, ma sarebbe una gran soddisfazione.