3x3x6 mixed media installation © Shu Lea Cheang. Courtesy of the artist and Taiwan in Venice 2019

Ritorna a te stesso – “3x3x6” di Zheng Shuli

Zheng Shuli ha rappresentato Taiwan alla 58a Biennale di Venezia, con una mostra a cura di Paul B. Preciado. Il Padiglione di Taiwan si trova nel Palazzo delle Prigioni, sede della principale prigione di Venezia dal XVI secolo al 1922. Il contesto storico di questo edificio fornisce alle opere di Zheng Shuli una base adeguata. La mostra è intitolata “3x3x6”, numero che rievoca una cella carceraria di 3×3 metri quadrati monitorata da 6 videocamere.

Padiglione Taiwan alla Biennale

Il lavoro coinvolge due questioni sociali:

1. Il transgender è difficilmente riconosciuto dalla società.

2. L’intera società è ora sotto completa sorveglianza: la sorveglianza non è più limitata a una prigione fisica, ma è una prigione invisibile e intangibile di dati.

1. Il transgender è difficilmente riconosciuto dalla società.

L’opera attraversa dieci storie passate o attuali di persone condannate alla reclusione in quanto transgender, per il loro orientamento sessuale o comportamento. In dieci video-ritratti, l’opera mostra come il transgender sia difficilmente riconosciuto dalla società. Il disagio del genere stesso è solo una parte di tutti gli ostacoli e il problema maggiore deriva dall’incomprensione e dalla pressione sociale.

L’orientamento sessuale dei protagonisti dell’opera, che si tratti di Sade, Casanova o Foucault, non è chiaro e ben definito. Zheng Shuli permette a queste tre figure storiche di incontrare nelle immagini altre figure di oggi, realizzando uno scambio di personaggi in tempi e spazi diversi. I protagonisti del video hanno una relazione diretta con il proprio orientamento sessuale. Nel mondo, il modello stereotipato di polarizzazione di genere divide direttamente gli individui in uomini e donne e qualsiasi orientamento sessuale diverso da questo viene soppresso e subisce l’interferenza violenta della società di genere.

Sin da bambini i transgender devono affrontare uno scontro tra la loro struttura fisica di uomo (donna) e il loro comportamento e aspetto di donna (uomo). Spesso ricevono una fredda accoglienza in famiglia, con genitori che costringono i loro figli a rientrare in una identità di genere ben netta e distinta, causando al bambino una grande confusione: “Io sono un maschio o una femmina?”, questa è la domanda interiore durante la loro infanzia. A ciò si aggiunga la ridicolizzazione subita nella scuola dai compagni o dagli insegnanti, in quanto il “genere non è ben chiaro”, e ai problemi di disoccupazione in età più adulta; è a causa del loro genere vago e non nettamente distinto che i transgender vivono situazioni più difficili degli altri uomini e donne. Umiliati e isolati dalla società, vivono da “sepolti vivi”.

Dunque, la divisione di genere stereotipata è una classificazione semplicistica, sia che si tratti delle norme di genere sia della definizione di genere fisico, che uccide la libera scelta e le molteplici espressioni delle forme di vita. Il lavoro di Zheng Shuli ci consente di riflettere sul nostro ristretto concetto di “genere”. Non sappiamo nulla dell’altro mondo di “genere”, ma lo rifiutiamo naturalmente, rafforzando questo unico modello di “genere” ristretto, ripetendo la discriminazione opprimente contro lo stile di vita transgender e spingendo il transgender ad una disperata sopravvivenza. Le persone trans sono proprio come noi, e come noi provano amore, desiderio e felicità, sono parte integrante della normale vita della nostra società, e, in particolare, la loro perseverante ricerca ed espressione della vita sono “uniche”, e con la loro “unicità” hanno costruito un mondo colorato.

Non abbiamo motivo o diritto di privare i transgender dei loro sentimenti ed espressioni di vita uniche, come nessuno può privarci del sole, dell’aria e dell’acqua.

3x3x6 mixed media installation © Shu Lea Cheang. Courtesy of the artist and Taiwan in Venice 2019

2. L’intera società è ora sotto completa sorveglianza: la sorveglianza non è più limitata a una prigione fisica, ma è una prigione invisibile di dati.

L’opera è intitolata “3x3x6”. “3x3x6” è la struttura standard della cella nel sistema carcerario, e si riferisce ai nove metri quadrati di spazio di detenzione costantemente monitorati da sei telecamere, attraverso un computer che analizza il tutto. 

L’artista ha realizzato un dispositivo che attinge immagini da diverse fonti per la successiva proiezione. Il dispositivo, infatti, recupera contemporaneamente le immagini degli spettatori presenti, carica selfie provenienti dalla mostra e dal mondo esterno, ricodifica tutto in nuovi ritratti diversi dal genere e dalle origini etniche reali delle persone ritratte, e proietta poi il tutto attraverso scelta casuali operate da un computer. Pertanto, traccia il contesto storico dell’edificio come prigione nel XVI secolo, trasformandolo in un moderno spazio di sorveglianza ad alta tecnologia, con la ricerca di molteplici significati della prigionia nella società democratica contemporanea.

 Oggi l’intera società è completamente spiata, la sorveglianza non è più limitata a una prigione fisica, ma a una prigione invisibile di dati. Nella vita moderna, si può dire che la sorveglianza sia onnipresente, pervasiva.

 In “Sorvegliare e punire” di Michel Foucault – nel capitolo ‘Il panoptismo” – il Panopticon è una faccia senza volto che trasforma l’intero sociale in un campo di percezione. Migliaia di occhi sono sparsi ovunque e il flusso di attenzione è sempre vigile, in una vasta rete che permea la vita di ogni individuo. Quando Foucault scrisse questo brano forse non se lo sarebbe aspettato ma, molti anni dopo la sua morte, migliaia di “occhi” sono sparsi in ogni angolo. Sostituiscono le persone reali nella folla, si trasformano in segnali di pixel e fibre, registrando, trasmettendo e archiviando dati delle persone. La sorveglianza trae la sua origine dal diritto, ma il diritto è vago e presenta lacune, chiunque è sotto sorveglianza e chiunque può sorvegliare. Siamo nell’onnipresente sorveglianza elettronica ma, rispetto al passato, oggi l’operazione di monitoraggio è nascosta e totale, penetra in ogni angolo della società come la rete, è un sistema di sorveglianza senza muri, finestre, torri e carcerieri, una sorta di “super prigione”.

 La sorveglianza sociale di oggi non è solo sorveglianza politica, sorveglianza per la gestione dell’ordine pubblico e della sicurezza, ma anche sorveglianza delle autorità pubbliche da parte della società e sorveglianza parallela tra individui o gruppi. I dati personali vengono ceduti a un prezzo molto basso, vengono trattati con eccesso di potere, vengono analizzati illegalmente influenzando gli atteggiamenti e i comportamenti delle persone attraverso una spinta intenzionale delle informazioni. In questo processo, le persone perdono non solo la propria privacy, ma anche l’autonomia personale, e tutto ciò nell’inconsapevolezza dell’individuo stesso. Nell’era dei big data, le persone vivono nella tecnologia dell’informazione per comodità e per scelta scambiano questa comodità con la propria privacy.

Siamo guardati, osservati e registrati. Come possiamo proteggere la nostra privacy mentre utilizziamo gli strumenti tecnologici e i nuovi media? L’abuso di strumenti di sorveglianza e di tracciamento delle informazioni porta alla svalutazione della privacy. La tecnologia stessa è solo uno strumento e dobbiamo porre attenzione alla questione della crisi della fiducia sociale.

Il mondo dell’arte di oggi è molto diversificato, il pensiero profondo sotto la rappresentazione visiva è il soggetto artistico più prezioso. L’arte non cambia direttamente il mondo, ma può esplorare più possibilità cambiando la comprensione del mondo da parte dello spettatore. Il lavoro di Zheng Shuli collega l’arte e le questioni sociali. I suoi dubbi sul mondo sono gettati al pubblico e alla società senza riserve. L’arte è fatta dalle persone che ripensano il nostro mondo, e la società ha bisogno dell’arte per non dimenticare il calore e la gentilezza.

Ren GUihan

Ritratto di Shu Lea Cheang _ Paul B. Preciado ©TFAM