Art Basel Paris

Qui me calcas calcaberis

L’appuntamento del venerdì di sistematica, le riflessioni di Andrea Guastella.

Ci siamo lasciati a Madrid, ci ritroviamo a La Valletta, la piccola capitale, un punto giallo nel cuore del mare. Una città che, a giudicare dalle mura imponenti, sembra perennemente sotto assedio. Oggi a minacciarla non sono i turchi, i francesi o, come durante la seconda guerra mondiale, gli italiani, ma le orde di turisti senza nome, cui io e la mia famiglia ci siamo accodati, che ne paralizzano le strade. Una volta dalle mie parti – vivo infatti a ottanta chilometri in linea d’aria, nell’estremo sud della Sicilia – si andava a Malta da Pozzallo quasi esclusivamente per giocare al casinò. Poi l’isola ha scoperto di essere attrattiva non solo per i ludopatici, ma persino per i giovani invadenti: non saranno ricchissimi, ogni mattina bisogna liberare le strade dai postumi dell’alcool, ma i loro quattrini aiutano pur sempre a portare la croce che, per chi non lo sapesse, è il simbolo dell’isola oltreché dei cavalieri che per secoli la hanno governata. Malta, sebbene stracolma, è comunque bellissima. Non mancano i set cinematografici all’aperto, come le mura di Mdina, l’antica capitale, immortalate nella prima serie del Trono di Spade o, sul versante Kitch, il Villaggio di Popeye, trasformato in parco tematico una volta concluse le riprese del film. E tuttavia, prima di abbandonarsi alla rêverie al contrario (una volta i ricordi nascevano dai luoghi, oggi sono i “ricordi” fittizi del cinema a dare ai luoghi interesse e dignità), il primo atto dovuto per chi sbarchi sull’isola è andare a visitare la Decollazione di Caravaggio. Il dipinto – il più grande mai realizzato dall’artista – si trova in una cappella della Concattedrale di San Giovanni: una chiesa stupenda costruita per ospitare i cavalieri di tutte le nazioni. L’ingresso, a pagamento, avviene dal retro, dove ad accoglierti sul pavimento si affaccia la morte: ha i piedi su un globo, che rappresenta la terra, e stringe in mano un cartiglio con una scritta in latino: “Qui me calcas / calcaberis / et tu / id cogita / et / ora pro me”. E cioè: “Tu che mi calpesti / sarai calpestato / anche tu / pensaci / e / prega per me”. Le parole, ovviamente, non sono della morte, che si limita a sorridere, ma di un cavaliere. Il pavimento della chiesa è infatti un cimitero, costellato di lapidi policrome in corrispondenza di ciascuna delle tombe. Avrebbe potuto esserci anche la tomba di Caravaggio, se il destino non avesse deciso altrimenti. Ma di questo parleremo un’altra volta. Per oggi, se fosse possibile, sarei felice di inviare una cartolina della lapide a tutti i futuri, felici, acquirenti di immobili di quello splendido borgo che sarà Gaza Riviera.

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