Amore a prima vista, la mostra concepita per Palazzo Marchetti a Malfa e curata da Mirta d’Argenzio, nasce dall’incontro dell’artista brasiliana con Salina. L’isola attraversa il progetto come una condizione percettiva, un luogo in cui la pittura verifica la propria capacità di generare esperienza. Il paesaggio diventa un evento della visione, un’emersione progressiva in cui materia, colore e sguardo partecipano alla costruzione dell’immagine.
La specificità della ricerca di Perez Simão risiede nella capacità di sostare nel momento in cui la forma conserva ancora la propria instabilità. Le sue immagini mantengono molteplici possibilità: rilievo, atmosfera, vegetazione, acqua e materia vulcanica convivono come stati percettivi in trasformazione. La pittura restituisce al mondo una fase originaria, quando il visibile conserva ancora la propria complessità.
Questa concezione incontra la fenomenologia di Maurice Merleau-Ponty, per il quale il visibile emerge dalla relazione continua tra corpo, percezione e mondo. La pittura diventa il luogo in cui tale relazione si manifesta. Henri Maldiney offre un ulteriore riferimento: l’esperienza estetica coincide con l’evento dell’apparizione, con il momento in cui una forma si presenta mantenendo una parte eccedente.
La linea assume un ruolo essenziale in questa ricerca. Il segno registra un movimento e conserva la temporalità del gesto. La riflessione di Tim Ingold sulla linea come percorso permette di leggere il disegno come pratica dinamica: la traccia accompagna la costruzione dello spazio e mantiene attiva la relazione tra superficie e profondità.
Nell’intervento murale concepito per Palazzo Marchetti questa idea raggiunge una dimensione ambientale. Il disegno attraversa l’architettura come una forza in movimento, una traiettoria che conserva la memoria del proprio divenire. La parete diventa un campo di trasformazione nel quale il gesto pittorico produce una percezione stratificata dello spazio. La linea assume una qualità geologica, seguendo pieghe, correnti e sedimentazioni immaginarie.
Il dialogo con Paul Klee appare quindi naturale. Come Klee, Perez Simão considera la pittura un processo attraversato dalle forze che producono la forma. Gli acquerelli realizzati nel corso dell’esperienza a Salina chiariscono questa ricerca: il rapporto tra acqua, pigmento e superficie genera configurazioni instabili, dove trasparenze, dispersioni e accumuli diventano strumenti conoscitivi. L’acquerello diventa un laboratorio della percezione, il luogo in cui la materia sensibile si organizza in immagine.
Il rapporto con Wassily Kandinsky permette di precisare la posizione dell’artista nella storia dell’astrazione. Il riferimento a Punto, linea, superficie appartiene alla genealogia del segno moderno; Perez Simão orienta questa eredità verso una grammatica della latenza, in cui colore e linea mantengono aperto il campo del significato.
La sua ricerca dialoga con alcune esperienze fondamentali dell’arte moderna e contemporanea: con Etel Adnan condivide la capacità di trasformare il paesaggio in struttura cromatica essenziale; con Emma Kunz la fiducia nel disegno come strumento conoscitivo; con Brice Marden l’attenzione alla linea come energia spaziale. In questa costellazione Perez Simão occupa una posizione autonoma, concentrata sulla soglia genetica dell’immagine.
Nelle tele il colore costruisce una profondità percettiva attraverso rapporti interni alla superficie. Le campiture cromatiche sembrano emergere l’una dall’altra, generando uno spazio in continua trasformazione. La superficie diventa il luogo in cui il colore rivela la propria capacità di produrre esperienza visiva.
Questa prospettiva incontra la teoria dell’immagine elaborata da Georges Didi-Huberman, secondo cui ogni immagine vive nella tensione tra manifestazione e sottrazione. Le opere di Perez Simão appartengono a questa dimensione sospesa: offrono una presenza che conserva una parte eccedente, irriducibile alla visione immediata.
La forza contemporanea della sua ricerca emerge nel rapporto con il regime attuale delle immagini. In una cultura dominata dalla velocità della produzione visiva e dalla loro immediata circolazione, Perez Simão restituisce alla pittura il tempo dell’attenzione, dell’attesa e della percezione lenta.
Salina attraversa dunque la mostra come un luogo di origine percettiva. Il paesaggio emerge come esperienza dello sguardo e come possibilità continuamente rinnovata dell’immagine. La pittura di Marina Perez Simão può essere intesa come una pittura della prefigurazione: un’indagine sul momento in cui il mondo acquisisce la possibilità di diventare immagine.
La sua opera conserva la forza di un intervallo: lo spazio fragile in cui la forma prende corpo, il visibile si manifesta e l’immagine mantiene aperta la propria nascita.




Courtesy of the artist and Mendes Wood DM, São
Paulo, Brussels, Paris, New York


