È uno spazio ampio quello in cui si muove la ricerca artistica di Maria Grazia Carriero, dall’attenzione verso le teorie del sacro allo scavo per un’analisi sulla precarietà della presenza dell’individuo al mondo, fatta di crolli e ricostruzioni. Sono evocazioni, azioni di ripristino nella storia di una ritualità “terapeutica” corredata da un dispositivo simbolico che oggi rientra in una realtà socialmente codificata e condivisa, pur continuando ad essere «patria culturale» «radice segreta e insostituibile dell’esistere umano».
Il “punto di sosta” del suo nuovo lavoro è un luogo espositivo aperto da Céline Chatillon, giunta in Puglia direttamente da Parigi. Gli spazi della galleria hanno accolto oggi la somma dell’evoluzione di più ricerche artistiche, connesse tra loro da fitti rimandi, nell’abile intreccio tra materia e gestualità, in un percorso di rivalutazione della ritualità che mantenga viva l’importanza della presenza umana e la protegga dalle devastazioni di ogni improvviso mutamento negativo della vita. L’artista ridefinisce il profilo di teoria e metodologia della storia del rito e attinge, attraverso immersione, ai concetti di esplorazione dell’umanità nel mondo, per reintegrare rituali che concorrano a sostenere le più profonde situazioni di crisi dell’esistenza.


Installazioni site specific, dimensioni ambientali
variabili. Tessuto sintetico nero, ferro, lana nera
Versus Limen. Soglie, tensioni, attraversamenti è presenza nell’intrinseca mutevolezza. Ogni artificio dipinto, modellato, o sviluppato da un corpo che rompe l’inerzia e proietta il moto in un tempo dilatato dentro uno spazio proprio sufficiente a se stesso, è portatore di senso come nucleo di una produzione culturale che si rivela magia, presentata non solo come azione nella storia ma ad essa immanente. Tutte le opere svelano corrispondenze di contrasti silenziosi dove mai si può esaurire la comunicazione, neppure quando è fatta da immobilità e silenzio. C’è un mondo di radici che stanno scomparendo. Sono storie di donne e di uomini che si vogliono esaurire, dimenticare, o che la Storia (quella con la S maiuscola) non ha volutamente incluso nelle sue pagine.
Maria Grazia Carriero attribuisce importanza alla corporeità del fare in una prospettiva sociale di rivelazione e apertura nell’intenzionalità di testimoniare quanto la tensione tra possibilità di salvezza o definitiva caduta, caratterizzi ogni essere umano. Le tecniche sono diverse: dipinti su carta con terra, acqua, aceto e tuorlo d’uovo, fotografie, installazioni con tessuto sintetico e lana, un lavoro in ferro battuto verniciato a polvere, video, oggetti, studi grafici, sculture. Si tratta di uno studio comparato tra le opere dipinte, le fotografie scattate e i video registrati dove la mimica gestuale è tratta dalla caratteristica ritualità antica ed è studiata graficamente con sequenze disegnate nell’ordine cronologico delle inquadrature. L’artista riscrive i paradigmi della lamentazio funebre e riporta l’attenzione dal dolore individuale al collettivo, come fu condizione costante nell’opera di Ernesto De Martino (Napoli, 1° Dicembre 1908 – Roma, 9 Maggio 1965). L’andamento concentrico degli studi dell’Antropologo, Storico delle religioni, ha diretto le parole pronunciate da Gesù rivolte al bene e al male, alla medesima considerazione.
Matteo 25, 40; 45
40. “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
45 “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.
Uno spostamento uguale, tanto nel bene quanto nel male, muove dal singolo alla collettività: ogni gesto è portatore di un destino condiviso.
La salvezza presuppone di reintegrare nella società e nel mondo la presenza perduta, qualunque sia il contesto culturale e la prospettiva antropologica. De Martino si riferì alla magia anche come «restauratrice di orizzonti di crisi» in grado di riempire le voragini causate dall’improvvisa assenza e il conseguente stato di caos in cui sarebbero piombati non solo i più vicini a chi stesse morendo, ma tutta la comunità. Lo studioso ricordava che le lacrime versate da una sola persona fossero lacrime di tutti e unite in un solo pianto per tutte le ragioni. Quel cercarsi, chiamandosi fratelli o sorelle, in un mondo divenuto tenebre, raccontava di quanto avrebbero sempre voluto prendersi per mano e annunciare la volontà di creare un’immagine che entrasse nella storia con un senso di colpa non personale, ma del gruppo sociale di appartenenza.
La fine dell’esistenza raccontata da quegli antichi moduli recitativi pone attenzione ad una civiltà con cui restituire contenuti di umanità in una prospettiva di gruppo di appartenenza. Anche oggi, nella cronaca quotidiana, ciò che accade per colpa personale è attribuibile al gruppo sociale. L’operazione artistica di Maria Grazia Carriero sostiene quanto sia possibile aiutare ad uscire dal buio con una risposta sociale attiva che attribuisca parte del sollievo al dolore, ad una responsabilità relazionale e ad un ascolto non uniformante. In questo solco la ricerca è fondamentale per far comprendere che le ritualità e le creazioni ad esse correlate liberino grida di dolore dettate dalla solitudine di un’umanità fatta di carne e di sangue che un tempo poteva guardare solo al cielo. Gli occhi si orientavano per ottenere i messaggi di fortuna o sfortuna della giornata da affrontare sulla terra, dove avrebbero continuato a piangere i propri morti.
L’architettura ha una funzione costruttiva che la caratterizza di necessità collegandola a conoscenze scentifiche, geometriche, naturali. Trovo la stessa funzionalità nelle opere di M. G. Carriero dove il corpo creativo è elemento architettonico, un “edificio” nella distribuzione armonica di spazi e aree: esso stesso architettura. L’opera passa attraverso il corpo e l’organismo ritorna continuamente nel riferimento a quella struttura che comunica valori espressivi capaci di influire su chi osserva. Le condizioni fragili dell’esistenza umana in questo tempo di buio dell’anima, riportano inevitabilmente al concetto di “perdita di presenza” fondamento di tutta la riflessione scientifica di E. De Martino. Andare oltre se stessi, nel senso esistenziale, servirà al riscatto della salvezza propria, di quella di tutta la comunità, e a sedimentare delle tracce dentro le quali sarà possibile osservare altro.
Ogni opera è la moltiplicazione delle proprie capacità di assorbimento dall’esterno e l’interazione intesa sia come reciproca influenza di fatti, fenomeni, sostanze, sia come azione e reazione di chi osserva. In tempi di segregazione e di miseria psicologica, l’enorme fatica del vivere rendeva ogni giorno, un viaggio per la vita. Oggi rischiamo di non comprendere più, o peggio negare, che gli eventi culturali appartengano alla storia, alla presenza nella storia degli individui che in essa vivono, e che lo spazio è sempre spazio vitale in cui ogni giorno è possibile non poter ritornare.



