Castelbasso - Progetto Genesi
Mario Ceroli
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L’Ultima Utopia. Ceneri e germogli, cronache dal Presente | Mario Ceroli

L’ultima utopia di Mario Ceroli è quella di far convivere da un lato la pietra dorata e dall’altro il legno dipinto di un profondo blu lapislazzulo. A questa luminosità diffusa risponde con rigore il silenzio meditativo delle installazioni in legno a parete, frammenti di una spiritualità antica che evoca la purezza cromatica delle campiture di Giotto.

L’ultima utopia di Mario Ceroli è quella di far convivere da un lato la pietra dorata e dall’altro il legno dipinto di un profondo blu lapislazzulo. È un dialogo materico e cromatico che stabilisce le coordinate di un’autentica tensione visionaria. L’oro si offre sul pavimento risalendo poi sulle pareti, una trappola di luce zenitale costringe lo sguardo a misurarsi con la vertigine dell’infinito, metafora dell’abbaglio della materia che vuole farsi spirito. A questa luminosità diffusa risponde con rigore il silenzio meditativo delle installazioni in legno a parete, frammenti di una spiritualità antica che evoca la purezza cromatica delle campiture di Giotto. Il blu interviene come contrappunto plastico: laddove l’oro celebra l’aspirazione ideale, il legno dipinto introduce la disciplina della struttura e il legame con la memoria. La pietra riflette e accoglie il cammino, mentre il blu direziona il pensiero verso una dimensione sacrale, unendo la terra e il cielo in un unico, inscindibile dispositivo estetico.

Tuttavia, questo incanto solenne e spirituale cede improvvisamente il passo alla ferita della storia: sul fondo della sala irrompono con forza reti metalliche ossidate, barriere aspre e laceranti che richiamano scenari di guerra e distruzione contemporanea. L’inserimento di questo elemento industriale e degradato spezza la purezza cromatica dell’oro e del blu, immettendo nello spazio la presenza del trauma. La rete metallica agisce come una barriera sia fisica sia simbolica, un limite invalicabile che costringe l’ideale utopico a misurarsi con la durezza del reale e con le macerie del presente.

In questo scenario espositivo, l’opera monumentale «Evviva», sviluppata lungo una superficie di cinque metri, si eleva a vertice concettuale del percorso. Questo slancio costruttivo unisce l’esultanza collettiva alla solennità dell’utopia: una spinta comunitaria e un’adesione fiduciosa all’esistenza che sfidano apertamente le derive della frammentazione contemporanea. «Evviva» è una parola-scatto, un’esclamazione legata in modo indissolubile al qui e ora. Nasce come manifestazione di gioia immediata, un moto dell’animo che si consuma nell’istante in cui viene pronunciato. È l’affermazione della vita nel suo presente più puro e fragoroso. Al contrario, «utopia» abita il tempo del non-ancora o del non-luogo. È un termine progettuale, una visione a lungo termine che guarda al futuro o a una dimensione ideale irraggiungibile. Se «evviva» celebra la realtà nell’attimo della sua massima fioritura, «utopia» contesta la realtà presente in nome di un altrove perfetto e necessario.

L’ambiente si fa installazione totale, quella di Ceroli è un’opera site-specific corale e monumentale in cui la materia cessa di essere puro dato formale per farsi testimonianza storica e metafisica. Chi attraversa le stanze della 21Art Treviso, a Villorba, viene accolto da questo silenzio visivo carico di fragore, un arco teso tra l’aspirazione assoluta dell’equilibrio formale – incarnata dall’oro, dal blu e dal legno – e il baratro della distruzione, evocato proprio dall’asprezza delle reti metalliche ossidate. Tale tormentata esposizione, curata da Cesare Biasini Selvaggi, resterà aperta fino al 31 luglio.

Il titolo L’ultima Utopia. Ceneri e germogli, cronache dal Presente, scelto per questa tappa espositiva di Mario Ceroli, racchiude in sé l’essenza stessa di una ricerca che non ha mai smesso di interrogare il corso della storia. Il raffronto tra la produzione storica di Ceroli e questa installazione rivela un’evoluzione profonda nel modo di concepire lo spazio, la materia e la narrazione, segnando un passaggio cruciale dall’icona monumentale all’astrazione ambientale. Nelle opere storiche degli anni Sessanta e Settanta, il legno di pino di Russia veniva tagliato per dare vita a sagome umane riconoscibili o a oggetti della quotidianità e del mito, desunti dal lessico della Pop Art o dai maestri del Rinascimento. La figura umana, seppur seriale e bidimensionale, rimaneva il baricentro visivo dell’opera. In questo lavoro site-specific la figura umana scompare in quanto ritratto o sagoma antropomorfa esplicita. Al suo posto subentra un alfabeto di moduli geometrici puri e forme sagomate che si sovrappongono e si incastrano.

La scultura storica di Ceroli si imponeva nell’ambiente come una presenza volumetrica straordinaria, era “ombra solida” capace di intercettare la luce e ridefinire i luoghi, ma manteneva spesso lo statuto di oggetto o di gruppo scultoreo con cui lo spettatore dialogava frontalmente. A Villorba l’ambiente si fa installazione totale e organismo vivente. Se il pino naturale non levigato rimane il custode di una sapienza artigianale e di una fisicità tattile ininterrotta, questa esposizione rompe il monopolio del legno grezzo introducendo elementi estranei alla storica grammatica poverista dell’artista. Laddove la produzione azzerava i linguaggi tradizionali attraverso la purezza del legno da imballaggio, qui la materia si carica di una drammaticità immediata: la coesistenza delle pietre dorate, del legno blu e delle reti metalliche si traduce in testimonianza delle ferite e delle macerie dei conflitti contemporanei.

Nelle opere del secondo Novecento, l’utopia di Ceroli risiedeva nel gesto di dissidenza estetica: elevare l’umile legno di carpenteria a dignità poetica, recuperando gli archetipi immutabili della storia dell’arte in aperta polemica con il consumismo effimero della Pop Art americana. Oggi, come suggerisce il titolo L’ultima Utopia. Ceneri e germogli, cronache dal Presente, la tensione ideale si sposta su un piano etico ed esistenziale più urgente. L’opera non interroga solo la storia dell’arte, ma il corso della storia umana. L’utopia diventa la resistenza della bellezza e della spinta comunitaria (Evviva) contro il cinismo ipertecnologico e la frammentazione sociale, un tentativo estremo di far nascere germogli di rinascita dalle ceneri del presente.

In questa precisa declinazione, l’utopia perde i connotati astratti di un’isola ideale irraggiungibile per farsi azione concreta, scelta etica immediata, baluardo formale contro il disfacimento sociale e culturale del contemporaneo. Definire questa tensione come l’ultima grande utopia significa riconoscere all’arte una funzione salvifica, un tentativo estremo di preservare l’umano e il senso del sacro. Accanto a questa potente visione ideale, il binomio composto da ceneri e germogli introduce la dimensione profonda del ciclo vitale, di una palingenesi necessaria. La cenere – rappresentata visivamente dalla ruggine e dalla corrosione delle reti metalliche – incarna il residuo del fuoco della storia, il deposito dei fallimenti politici, delle ideologie crollate e delle guerre fratricide che consumano i giorni. Tuttavia, da questa stessa materia sterile e apparentemente spenta, lo sguardo vede spuntare i germogli, simboli di una rinascita ostinata, di una natura e di una forza creativa che non si lasciano annientare dalle barbarie.

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