Lluis Lleó - The Perfect Year

Lluis Lleó – Pittore ad Ercolano

Tra le mura, le arcate e le finestre sul mare di Villa Campolieto a Ercolano, il 27 gennaio è stata inaugurata la prima personale in Italia di Lluis Lleò dal titolo Pittore ad Ercolano, a cura di Maria Savarese e in collaborazione con Ciro Delfino.

Dopo i trent’anni trascorsi a New York, città che tutt’ora presenta la sua opera pubblica Morpho’s Nest in a Cadmium House (2019), tra la 52esima e la 56esima strada di Park Avenue (onore riservato solo ad una decina di artisti nella storia, tra cui Haring e Christo), l’artista inizia a meditare sulle sue origini e sui ricordi giovanili precedenti al soggiorno americano. 

In questa parte della sua vita, finora nascosta, assume una forte centralità il legame con la città vesuviana, “lì dove tutto è cominciato”. Il soggiorno nella Grande Mela ha permesso a Lluis Lleó di disimparare, svuotandosi del fare artistico catalano trasmessogli da suo padre e suo nonno. L’obiettivo del distaccamento fu quello di coltivare nuove esperienze e nuovi approcci verso il reale, come afferma nell’intervista con la curatrice. Ora, però, è giunto il momento di rielaborare ciò che per un periodo è stato messo da parte. 

Agli inizi degli anni ’90, l’artista visitò Napoli e rimase colpito soprattutto dai rinvenimenti relativi alla pittura parietale romana di Ercolano, manufatti databili tra il II secolo a.C. e il primo impero. “Niente al mondo eguagliava Ercolano” ci racconta. Bisogna, dunque, ripartire dall’infanzia, dalla devozione per il gesto artistico e per la bellezza trasmessa dagli artisti della sua famiglia, per comprendere la scelta del luogo espositivo. 

Elaborare i ricordi, le origini, talvolta può far affiorare brutte sensazioni e avere effetti devastanti sul presente, altre volte però, e questo è il nostro caso, produce uno stupore generativo in grado di innescare uno slancio creativo, soprattutto per quanto riguarda il terreno dell’arte. 

Tale stupore, nella mostra vesuviana, si è manifestato attraverso le opere esposte, di cui alcune realizzate dopo il suo rientro da New York nel 2017 e altre concepite appositamente in dialogo con l’architettura settecentesca della Villa, come nel caso della serie Untitled (2024) collocata lungo l’esedra vanvitelliana: vere e proprie architetture della leggerezza in legno e cotone.

L’affresco, tecnica consolidata e sperimentata per anni dall’artista catalano, si modifica e solidifica in questa mostra, in continuità con la sua ricerca artistica a cavallo tra l’espressionismo astratto e il post minimalismo americano con evidenti riferimenti ai lavori di Jasper Jones, Ellsworth Kelly, Eva Hesse e Mark Rothko. La poetica di Lleò, un’indagine più che coerente sia formalmente che contenutisticamente, ha manifestato sempre forte interesse per le tecniche tradizionali sia pittoriche che scultoree, tra cui la lavorazione del legno e l’utilizzo dei pigmenti puri, ottenendo opere a metà tra la figurazione e l’astrazione. 

L’artista desidera esser ricordato come colui che “ha trovato l’affresco puro e l’ha convertito in un linguaggio contemporaneo”. Gli anni newyorkesi gli hanno permesso di sperimentare la tradizione ed entrare sempre in dialogo con essa. Il gesto che compie l’artista con PITTORE AD ERCOLANO, quindi, è un dono e un atto d’affetto verso quella terra che molto ha sedimentato nelle sue scelte espressive. La tradizione, pertanto, non è necessariamente un concetto passatista e conservatore. Se elaborata, messa in discussione e innovata può essere, e Lleò ce lo dimostra, un nuovo punto di partenza. 

Con un approccio quasi architettonico, l’artista catalano indirettamente ci racconta del legame tra natura e artificio e del processo di trasposizione dalle forme organiche all’architettura. Centrale, nell’allestimento e all’interno delle singole opere, è questo senso di trasformazione, di passaggio, dalla superfice alla materia, fondendo scultura e pittura in un “organicismo pittorico spaziale” come possiamo notare all’ingresso della villa con l’installazione The Perfect Year. Essa consiste in una struttura circolare in acciaio, rivestita in terracotta, dipinta ad affresco e formata da 365 blocchi metallici vuoti. 

La pittura, abito del supporto pittorico, grazie all’intervento dell’artista, ma anche con una buona dose di autonomia, ci aiuta a ripercorrere la nascita della storia dell’arte intesa come processo di solidificazione e strutturazione. Non è un caso che l’architettura romanica ha sempre rivestito un ruolo rilevante per Lleò.

Le tele, come nel caso di Lolo (2020-22), Guetaria 1895 (2022-23), Hesse e Bowery (2023) e Bowery e Hesse (2023), sono dei sismografi dell’evoluzione dell’arte che registrano e contengono il passaggio dal pigmento, dalla superfice pittorica, all’architettura. Le tecniche miste, gli interventi con piani esterni sempre nel supporto pittorico, restituiscono la trasformazione dalla foglia d’acanto al capitello, dal fusto dell’albero alla colonna fino ad arrivare al pilastro in cemento armato. L’affresco, tecnica che dialoga direttamente con le strutture murarie senza le quali non potrebbe sussistere, diviene mezzo significante per tracciare una linea di continuità che attraversa tutta la storia dell’arte. Un indizio, in questo senso, è la ricorrente presenza di trame circolari nei lavori succitati. 

L’albero, con la sua sezione del tronco in cerchi concentrici, ci racconta di un piano bidimensionale che rivela la natura della struttura verticale del fusto. Da esso viene prodotta la carta, materiale che l’artista, in Gran Coral (2023) e non solo, pone sulle pareti senza alcun supporto, ragion per cui anche la più impercettibile folata di vento determina una reazione dell’opera che si solleva muovendosi con fare sinuoso.

Lleò si chiede “cosa succede al dipinto quando lascia la tela?” La risposta che proviamo a darci è che questo abbandono – ricompare il distaccamento come pratica feconda – ci permette di rivivere degli interrogativi che già i primi esseri umani sulla terra, dalle pitture nelle grotte di Lascaux e Altamura, si sono posti e in cui l’idea della circolarità era diretta conseguenza delle forme aggregative.

Il dipinto quando lascia la tela, dalla natura diventa architettura. Diventa casa per la vita, che abbraccia e avvolge lo svolgersi del tempo e delle azioni. L’arte oltre la tela è condizione necessaria per ridare pienezza all’esperienza vissuta. 

È interessante, in merito, la scelta curatoriale di mettere in dialogo l’architettura della villa con le opere, come se ci fosse una naturale continuità. Attraverso una relazione armonica, i lavori sembrano essere emanazione contemporanea delle sale affrescate e delle strutture settecentesche rivelate. 

Come ci indicano le opere dal titolo La tenerezza, questa pluralità di ricordi personali, in linea con uno sviluppo generale della storia dell’arte, sono pensati per essere un gesto di tenerezza. In fondo, la stessa storia delle arti può essere intesa, nella sua eterogeneità, come il più grande e autentico gesto di tenerezza verso la natura, l’umano, il mondo.

L’abbraccio mantiene la traccia remota del cerchio, e viceversa.


Lluis Lleó
Pittore ad Ercolano
a cura di Maria Savarese con Ciro Delfino
dal 28 gennaio al 26 marzo 2024
Villa Campolieto, Ercolano