Sabe
Diego Perrone

L’incanto del raggio obliquo: il buio visibile di Diego Perrone

La Galleria Umberto Di Marino presenta There’s a certain Slant of light, personale di Diego Perrone concepita per gli spazi della galleria in occasione della prima collaborazione.

Un incedere radente, una lama di sole che flette la percezione e incide il silenzio del vuoto: è in questo istante di sospensione che si compie la nuova ricerca di Diego Perrone. La soglia tra l’apparire e il dileguarsi diventa la ragion d’essere della mostra There’s a certain Slant of light, che Casa Di Marino ha inaugurato nella sede di via Monte di Dio a Napoli. Il titolo, un prestito struggente dai versi di Emily Dickinson, introduce a un’esperienza dove la luce non è strumento di mera illuminazione, ma un varco che conduce verso una “differenza interna”, un luogo dove il significato scivola dalla superficie verso la profondità dell’invisibile.

In questo scenario, Diego Perrone, con radici piantate da tre anni nel tufo napoletano, distilla una produzione nata interamente sotto il cielo partenopeo. Ha osservato per mesi il passaggio dei raggi solari attraverso comuni vetri d’uso quotidiano, catturando il modo in cui la trasparenza si deforma e si proietta sul piano, svelando architetture luminose che solitamente sfuggono all’occhio distratto. Questa indagine si traduce in una narrazione formale dove la fotografia e la pittura procedono come rette parallele.

Il fenomeno ottico delle caustiche viene cristallizzato in stampe fotografiche su alluminio, dove la luce sembra lottare per non svanire. Queste immagini sono racchiuse in imponenti cornici di pasta di vetro policroma realizzate dall’artista, che diventano materia viva, soglie viscose che trattengono una tensione latente. Titoli evocativi come “When he smiles the light bounces right off him” o “He sees double, speaks one” caricano queste visioni di una dimensione antropomorfica, quasi che la luce stessa possedesse un’anima e un temperamento.

Il dialogo prosegue e si amplifica nelle grandi tele in bianco e nero, dove l’uso di aerografo, carboncino e gessetti trasforma la vibrazione luminosa in volumi di ombra densa. Qui il nero non è assenza, ma presenza fisica, un “buio che si vede” e che restituisce la sensazione della cecità temporanea causata dal riverbero solare. Le sagome dei bicchieri emergono come memorie sommerse, mentre l’aerografo genera sfocature e aloni che rendono la pittura un’entità vibrante e instabile, capace di andare oltre i limiti della visione frontale. In lavori come “His gaze is a beam” o “Her tears have angles”, la luce si frammenta in forme geometriche e tagli netti, trasformando l’osservazione di un oggetto banale in un dispositivo di sospensione mentale.

Perrone sfida così il muro percettivo, invita a guardare non solo ciò che la luce illumina, ma ciò che un raggio, nella sua violenza e nella sua dolcezza, sceglie di nascondere o di rivelare solo a chi accetta di smarrirsi nel suo riflesso.

Apertura fino al 2 maggio.

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