“Non tutte le considerazioni sono durature: alcune si dissolvono nel tempo, o rimangono scritte in una lettera mai spedita, chissà, rimasta in una busta chiusa pitturata d’oro.”
Giulia Palladini
Il testo di Giulia Palladini che accompagna la mostra La geografia è destino di Daniela d’Arielli, nella Galleria Ceravento di Pescara, è una soglia. Non introduce semplicemente la mostra ma la attraversa dischiudendola con le sue parole. Nelle sue riflessioni, Giulia parla di lingua migrante, di parole che scoloriscono, di memorie che naufragano. E in questo naufragio, d’Arielli costruisce un archivio: 156 buste da lettera, trattate con acqua di mare, alcune impreziosite. Ogni busta è una traccia, un porto, un destino. Nell’esporle a Ceravento, ha scelto di non spedire 156 lettere, ma piuttosto di renderle visibili, di aprirle. Non sono facilmente leggibili, certo; ma esposte, offerte, disposte come frammenti di un discorso che non si può consumare in fretta. Ogni lettera è un corpo, un tempo. È la sua voce che resiste alla trasparenza.
Eppure, queste lettere non sono chiuse nel silenzio ma azionano un linguaggio che si trasforma in valore reale, in cura, in solidarietà.
È un percorso, questa esposizione, che unisce arte visiva, letteratura, antropologia e politica. Il testo scritto che si ripete su ogni busta da lettera è di Anne Carson, tratto dal suo saggio Antropologia dell’acqua. Riflessioni sulla natura liquida del linguaggio, ed è centrale per capire il senso del gesto dell’artista: l’acqua come linguaggio, come identità fluida, come materia che conserva e cancella.
“Non puoi cogliere la verità se non occupandotene. E forse neppure così. Ma guarda che arriva la luce naturale che interviene come un’alba. In questa stanza dove abbiamo vissuto per un anno prima del nostro viaggio, adesso vuota. Quieto come carta, dice l’antica saggezza cinese.
La sua mappa della Cina è ancora appesa al muro con le puntine.
– No, tienila tu quella – disse mentre stavamo facendo i bagagli.”
Anne Carson
Cinque dei centocinquantasei porti sono segnati con una stella d’oro: i porti abruzzesi e poi Lampedusa. Sono cinque punti di approdo, di partenza e appartenenza territoriale, di naufragio. Luoghi dove il Mediterraneo si fa ricordo, confine, ferita, speranza. Le stelle d’oro sono segni di orientamento territoriali ma anche simboli di perdita.
E poi c’è la stella marina, in oro, su velluto blu. Un corpo marino, fragile e prezioso, che si posa sul fondo come una reliquia. Fa pensare che il mare sia icona e ogni viaggio una reliquia.
Il testo si ripete nel lavoro di Daniela d’Arielli come provocazione poetica e anche come esercizio di auto-assorbimento mentale.
Il mare è elemento primigenio per l’artista: è il luogo dove il senso delle parole si perde, dove la carta si dissolve, dove la geografia smette di essere mappa e diventa esperienza.
Difatti, Daniela non dipinge il mare, ma lo usa facendosene tramite. Lo fa entrare nel processo creativo, lo lascia agire sulla carta, lo trasforma in agente di memoria, a tal punto che le buste non sono più semplici supporti, ma diventano contenitori di assenza, di messaggi non letti, di verità non scelte. Ogni busta, così facendo, diviene atto di resistenza contro l’oblio. E per questo, non si può scegliere il testo al loro interno: come nella vita, non si può scegliere la verità, ma solo accettarla.
Le buste dedicate ai porti abruzzesi e a Lampedusa, in particolare, diventano punti cardinali di una geografia emotiva precisa. Le stelle dorate non decorano: segnano. Sono coordinate di un destino che non è mai neutro.



Nel cuore del lavoro di Daniela d’Arielli si intrecciano parole che non sono semplici concetti, ma vere e proprie coordinate esistenziali: dal destino al desiderio, dalla geografia al mare, alle stelle, al blu e all’oro.
Ogni termine, ogni immagine è una rotta. E ogni rotta una domanda.
La parola “desiderio” affonda le sue radici nel latino de-sidera: mancanza (o rimpianto, o attesa) delle stelle e degli auspici che portano. Desiderare è sentire l’assenza di un punto luminoso nel cielo, orientarsi nel vuoto, cercare ciò che non si vede più.
La geografia, dal greco geo-graphía, è a sua volta la scrittura della terra. Ma ogni mappa è anche una visione, una scelta, una forma di potere. Scrivere la terra significa decidere cosa mostrare e cosa nascondere, cosa è centro e cos’è margine. E se la geografia è scrittura, allora anche il destino può essere riscritto. E il destino, dal latino destinare, è ciò che ci precede, ciò che ci è assegnato, a fronte di un desiderio che è ciò che ci manca, ciò che ci spinge.
Dunque, se la geografia è scrittura della terra, il destino è la direzione impressa su quella scrittura. Il titolo della mostra, La geografia è destino, è tratto dal romanzo Exit West di Mohsin Hamid (2017). Ci suggerisce che il luogo in cui nasciamo e quello in cui ci muoviamo determinano il nostro cammino. Ma l’artista può riscrivere la geografia? Può forse anche interrogare il destino?
Il mare, intanto, è il luogo dove due poli si incontrano: confine e apertura, memoria e futuro, errore e promessa. Navigare è accettare il destino, ma anche seguire il desiderio. Perché, nel mare, le stelle sono orientamento. Quando il cielo si chiude e le stelle spariscono, nasce il desiderio: la rotta invisibile che ancora ci chiama. Ed è qui che le stelle d’oro di Daniela segnano i luoghi di passaggio. Sono luminose, sono coordinate emotive.

A Ceravento, d’Arielli opera dunque un superamento ulteriore del suo lavoro degli ultimi anni, denso di progetti ricchi tanto dal punto di vista delle forme che da quello concettuale. Le sue opere non solo illustrano, ma si spingono a interrogare. Ci chiedono: dove siamo davvero? Quale parte di noi è ancora in viaggio? Una risposta è che quando si visita questa mostra ci si sente di navigare, scegliendo il porto ‘proprio’ tra i 156 interpellati.
Daniela d’Arielli non cerca risposte. Costruisce spazi di domanda. E in questo, la sua arte è radicale: ci invita ad abitare l’incertezza, a scrivere lettere che forse non spediremo mai, a leggere il mare come un testo aperto.
La geografia è destino è una mostra che non si esaurisce nello spazio espositivo: è poeticamente liquida come liquido è il lavoro dell’artista.
Seguendo la linea tracciata dal testo critico, possiamo carpire che ciò che vediamo non sono solo opere, ma occasioni di pensiero. E in tempi in cui tutto sembra urgente e definitivo, questa è una forma di resistenza preziosa.
“Alcune considerazioni rimangono scritte in una lettera mai spedita”: così scrive Giulia Palladini. Altri binari si costruiscono. C’è una lettera che non si può aprire: è chiusa, ed è d’oro. Come un sigillo, come un enigma, come una promessa. È il punto di partenza del progetto, chiave e punto cieco, il suo centro sacro. Non si legge, non si apre.
Poi il blu, il colore della profondità, dell’inconscio, della distanza. E l’oro che è luce, valore, sacralità.
Insieme alle lettere, l’atlante dell’Istituto Geografico De Agostini pubblicato nel 1974. Il blu nell’atlante non c’è più poiché Daniela lo sostituisce con l’oro: un gesto oggettivamente poetico, altrettanto politico. Dove manca il mare, si cerca la luce. Dove non c’è profondità, si cerca valore. Dove non c’è desiderio, si cerca destino.
Il blu è il colore del mare, del velluto della sua stella marina, della profondità. Ma dove il blu non può arrivare – per censura, per dolore, per perdita – lì c’è l’oro. Un metallo prezioso, simbolico come un tentativo di riscatto.
Tutto il progetto è un atlante dell’attesa che sabota gentilmente i linguaggi, il mercato, il visibile. Non dipinge mari, ma li trasforma donandone frammenti di cura. Un atlante del possibile, che trasforma il blu in oro, il silenzio in valore, la parola in gesto. Una geografia alternativa: un nuovo destino.

