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L’artista di Sicilia

…questa fama, questa luce, questa notorietà

non mi basterà, non mi servirà…

Fasma, Per sentirmi vivo

Questa non è una recensione. Metto le mani avanti, eh, per non lasciare nessuno scontento. Ripeto: non è una recensione, sia chiaro! Sono stato a Noto. Sì, per la mostra “Artisti di Sicilia”. Ho raggiunto la perla barocca incastonata nella valle omonima partendo da Catania, costeggiando lo Ionio, le fabbriche dismesse e i fenicotteri rosa; e ho terminato la corsa a Siracusa. Lì ho preso al volo un treno monovagone a diesel che, con molta calma, molta puzza, molto rumore, ha carezzato il paesaggio pleistocenico della Sicilia sudorientale.

Sul treno c’era un cinese febbricitante in infradito, una coppia che mangiava pane, philadelphia e arance, quattro ragazze dall’accento nordico che facevano selfie per ogni occasione, e un simpatico capotreno che urlava in modo impeccabile il nome della stazione in cui la carrozza effettuava la fermata. Tipo: «Avolaaa! Avolaaa! We are in Avolaaaaa!».

Dalla stazione di Noto sono andato, a piedi e con un borsone pesantissimo, a palazzo Ducezio. Arrivato abbondantemente sudato per via della meravigliosa giornata primaverile, e quasi in tempo per la conferenza stampa, ho avuto una brutta sorpresa.

La sala in cui la conferenza stampa stava svolgendosi (udivo alcune urla, e soprattutto il nome di un pittore siciliano, il quale m’hanno detto che s’è ritirato dalla mostra – ma potrei sbagliarmi – ) era piccola rispetto alla quantità dei presenti. E così, al fine di evitare una morte per soffocamento, sono dovuto uscire.

Seduto tra gli scalini del palazzo, ho osservato a lungo il Duomo dirimpetto. E piacevolmente sono stato intrattenuto a parlare – di questo e di quello – con alcuni artisti di mia conoscenza. Alcuni non li vedevo da tempo; altri, stranamente riconoscendomi, e ancor più stranamente desiderosi di salutarmi (e non di ignorarmi) mi chiedevano anche come stessi di salute. Fa piacere. Essì, lo ammetto, fa piacerissimo.

Molti altri, invece, mi guardavano da lontano. Annusandomi. Serrando le palpebre, confabulando parole oscure con i loro accompagnatori. Mi sono specchiato allo smartphone, pensando di avere la salsa di pomodoro della pizzetta mangiata qualche ora prima sulle guance, o una qualche strana escrescenza, per esempio una protuberanza di grasso penzolante dall’orecchio. Ma niente di tutto questo. Sai, ci penso alle protuberanze, agli imbarazzi in pubblico. Da quando ero un bimbo. È una fissazione.

A un tratto, applausi scroscianti. Clap, clap, clap. E vedo affiorare tra le colonne del palazzo Vittorio Sgarbi, seguito da una lunga fila di gente, bene ordinata. Mi avvicino alla mischia, mi faccio spazio, cerco uno spazio, conquisto uno spazio, mi difendo lo spazio. E finalmente m’aggrego alla fila non come un infiltrato, bensì come un membro ufficiale della processione. Pesco lo smartphone dalla tasca dei jeans e attendo il momento giusto per una foto. A differenza del 99% della popolazione italiana, io non ho una foto con Sgarbi. E questo è imperdonabile!

Piuttosto di dirigerci al Convitto delle arti, luogo dell’esposizione, vengo trasportato dal gruppo verso il Duomo, laddove il critico comincia a illuminare tutti sulle opere appese alle navate laterali. Sarà stata la pressione bassa, un calo di zuccheri, boh? Ma in quel momento ho avuto una sospensione momentanea della mia attività cerebrale, di per sé “tremula”, tanto da non capirci più nulla: non sapevo più chi ero, né perché ero lì, né cosa Sgarbi stesse dicendo. Scioccato, và!

A un certo punto lasciamo il Duomo e, a passi veloci veloci, e con la tachicardia e nuovamente sudato, arrivo al Convitto. All’ingresso, dei gentili signori in divisa mi chiedono chi sia. Gli spiego col fiatone che sono lì per la rivista Segno e mi dicono: «Ah, bene, grazie!». Rispondo «prego», pregandoli di custodire il mio pesante borsone. Vengo subito accontentato.

Sono sincero. Prima di raggiungere la mostra avevo un paio di dubbi in testa, due contraddizioni insolute. Vado con il primo dubbio. Ancora alla mia età, ed è un’età infelice se la accosto a quello che sono (e che sono diventato), non ho ben capito cosa indichi, o cosa significhi, il complemento di specificazione “…di Sicilia”.

Mi spiego meglio. Le arance “di Sicilia”; i limoni “di Sicilia”; i pomodori “di Sicilia”; e financo i fichi, i fichi d’India, sarebbero “di Sicilia”. Ho citato alcuni alimenti per la gioia del palato e dello stomaco, ma l’elenco potrebbe continuare con altri argomenti, argomenti che per gli isolani assumono un grado d’importanza improvvisa se accostate al brand “di Sicilia”. Davvero, davvero non capisco.

In merito alla mostra – lo so, divago, ma divago senza offendere nessuno, se non me medesimo – , il complemento denoterebbe una caratteristica specifica e a mio avviso indefinita. Un celebre intellettuale siciliano, che tutti conoscono, molto scaltramente mi ha fatto notare che l’eterogeneità delle cifre stilistiche di tali artisti riflette perfettamente l’eterogeneità del territorio, che da Messina a Trapani dimostra geograficamente di contraddirsi.

Preso di coraggio, ho posto questa domanda al collezionista: «Dunque “di Sicilia” significa contraddittorio?». Quello, udendo le mie parole, mi ha risposto con pietà sussurrandomi: «Mavafancu…». Le figuracce capitano. A me, poi…

Comunque, spezzerei una lancia a favore dell’intellettuale. Tanti teorici dell’arte, non isolani, si sono posti la suddetta domanda. Però con toni oscillanti tra la curiosità e il più profondo stupore. Perché stupore? Be’, cosa spinge la maggioranza dei siciliani, da Messina a Trapani, da Ragusa a Palermo, a scegliere l’espressione artistica? Il sole, il mare, l’aria? Mistero. C’è chi dice addirittura che il siciliano nasca artista. Bedda matri, non so che dire. Io con l’arte… cioè… manco la “o” col bicchiere, lo ammetto. Eppure mi pare d’essere siciliano.

Magari tra un paio d’anni (avremo ancora anni da scontare vivendo? Io lo escludo), qualche studentello di antropologia, guidato dal suo mentore, spiegherà alla simpaticissima comunità accademica perché, in Sicilia, ogni tre abitanti c’è un artista; e perché ogni cinque artisti, quattro di loro sono una fedele copia dell’uno e dell’altro, o di un ulteriore artista internazionale, passato a quei necrologi/cataloghi-promozionali a forma di libro che in biblioteca trovi sotto l’etichetta “Storia dell’arte”, prefazione del dott. Tizio, postfazione del prof. Caio.

No no, non scherzo. È antropologicamente interessante. Non c’è regione in Italia che vanti la presenza di tutti ‘sti artisti. Nemmeno quelle più densamente popolate, tipo Lombardia o Lazio, che in virtù del teorema di Bernoulli potrebbero accrescere le probabilità di possedere più artisti rispetto alla Sicilia. Non credi?

Il secondo dubbio è il seguente (perdonami se utilizzo ancora un linguaggio statistico da prima elementare). A Sgarbi vengono spesso rivolti, da nove su dieci personaggi di settore del mondo dell’arte, giudizi aspri e affatto velati di eleganza. I giudizi vanno da concentrati epiteti inenarrabili a crude dissertazioni articolate (la prova sono i vari post su Facebook, ovviamente. Controlla, controlla). Se è così, una mostra come quella appena vista, e che non sto recensendo – lo ribadisco, non sto recensendo – , perché riscuote allo stesso tempo tale plebiscito? È una contraddizione! O forse la mia domanda è mal posta?

Chi crede che stia nascondendo una critica agli artisti, o che stia orchestrando chissà quali messaggi subliminali, si sbaglia di grosso. L’artista lasciamolo stare. Ha altre cose a cui pensare. E inoltre, lui non è tenuto a calcolare questi ragionamenti: per fortuna ne è libero. All’artista l’arduo compito di rivelare, di sollazzarci, di… Ops! Forse mi sono risposto.

Tuttavia, passiamo avanti. Giunto ormai alla fine del mio giro alla mostra, che ho trovato impegnativa, mi sono fermato a qualche metro della “Vucciria” di Guttuso, metafora di questa esperienza a Noto. E lì, finalmente, ho scattato una foto col “maestro”, che qui allego. La foto è venuta male: lui non guarda la camera, io sono venuto tagliato. Ma chissene! Quello che conta è che c’ero, con tutti gli artisti. E soprattutto, che ero con l’unico e vero “artista di Sicilia”! Dai, si scherza. Alle falde dell’Etna tutto è relativo, tutto è contraddittorio. Paraponzi ponzi pò!

Info

NOVECENTO. Da Pirandello a Guccione. Artisti di Sicilia

a cura di Vittorio Sgarbi

dal 04 Febbraio 2020 al 30 Ottobre 2020

NOTO | SIRACUSA

Convitto delle Arti Noto Museum

corso Vittorio Emanuele 91

orario: Gennaio, febbraio, marzo: lunedì – domenica 10.00 -18.00 (ultimo biglietto alle 17.00) Aprile, maggio, giugno: lunedì – venerdì 10.00 – 20.00 (ultimo biglietto alle 19.00) sabato e domenica 10.00 – 23.00 (ultimo biglietto alle 22.00) Luglio, agosto e settembre: lunedì – domenica 10.00 – 24.00 (ultimo biglietto alle 23.00) Ottobre: lunedì – domenica 10.00-20.00

ENTI PROMOTORI: Patrocinio di Ministero dei Beni Culturali; Regione Siciliana; Comune di Noto.

Dario Orphee La Mendola

Dario Orphée La Mendola, si laurea in Filosofia, con una tesi sul sentimento, presso l'Università degli studi di Palermo. Insegna Estetica ed Etica della Comunicazione all'Accademia di Belle Arti di Agrigento, e Progettazione delle professionalità all'Accademia di Belle Arti di Catania. Curatore indipendente, si occupa di ecologia e filosofia dell'agricoltura. Per Segnonline scrive soprattutto contributi di opinione e riflessione su diversi argomenti che riguardano l’arte con particolare attenzione alle problematiche estetiche ed etiche.