Pauline Batista, Optimization Station, 2019. Ph.Stefano Maniero

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In un misto di appeal ed enigmaticità tra opere ad alto contenuto estetico, installate negli spazi asettici della GALLLERIAPIU’di Bologna (e concepite per la stessa), si apre la prima mostra in Italia dell’artista multimediale brasiliana di base a Londra, Pauline Batista. Il titolo, provocatorio ed ironico, è già una chiara dichiarazione di intenti circa quello che sarà il contenuto della mostra. Is your system optimized ? affronta  tematiche legate alla corrente del Transumanesimo, quel movimento filosofico-culturale di fine Umanesimo favorevole all’uso delle nuove tecnologie in un’ottica di riprogettazione del  corpo per potenziare le sue prestazioni, coinvolgendo al tempo stesso ambiente ed identità ontologica. Pauline porta avanti una lucida riflessione senza moralismi sul mondo del progresso tecnico-scientifico che sempre più investe l’essere umano avvicinandolo ad un cyborg, inseguendo modelli di efficienza e perfezione sino all’agognata immortalità (tanto decantata da tecnologi quali Eric Drexler ed informatici come Daniel Hillis). Il percorso espositivo proposto da Pauline si apre con una foto in bianco e nero dove una figura femminile di profilo, stretta in una tuta che la fascia come una seconda pelle, attende seduta, con uno sguardo perso  in un non-luogo. Processing I, ovvero l’attesa di un essere umano verso l’ignoto (probabilmente una sala d’aspetto di uno studio medico o l’anticamera di una sala operatoria) è un momento topico che condensa alla perfezione il concept sul quale ruota l’intera mostra. L’allestimento si sviluppa attraverso un’esposizione di opere che simulano innocui giocattoli dalla grande attrattiva (strani attrezzi in ceramica con palline colorate in equilibrio ipnotico, un  gonfiabile lunato ed accogliente, slime anti-stress, sfere gelatinose), ma che tradiscono ben presto la sensazione che ne ha il visitatore al primo impatto ed aprono a quel discorso ambivalente insito nella tecnoscienza su lecito ed illecito, etica ed estetica, miglioramento tecnologico ed innaturale disumanizzazione, limiti valicabili e non.  Queste opere dominate dal bianco e nero, dal trasparente e da qualche accenno al fucsia e al blu (dal chiaro rimando al femminile e maschile) sviluppano coerentemente la precedente riflessione. Le sculture a parete in ceramica (Scraper installation ) che riproducono grandi nettalingua, ovvero quegli strumenti ad archetto in rame  utilizzati dalla medicina indiana ed ayurvedica  per liberarsi dalle tossine,  con le loro forme evocanti l’organo femminile (al cui interno l’artista ha  inserito una sfera-polimerica rosa o blu, destinata in assenza d’acqua  via via a svanire), sono un pretesto per parlare del corpo femminile e relativa mercificazione, sempre più visto in un’ottica di incubatore per l’ottimizzazione umana. Sulla stessa scia si muove Incorporation , stampa a parete della sala successiva che immortala un nucleo di sfere ingigantite che ricordano ovuli, embrioni, cellule. Le fotografie poste accanto a questa ultima invece, Imprint I e II riproducenti slime colorati (materiali duttili e porosi usati in questo caso non a scopo ludico ma per depositare tracce di DNA umano) sono uno spunto per riallacciarsi all’attività innovativa portata avanti dall’azienda californiana “23andMe” che da anni basa il suo lavoro sulla raccolta e sull’analisi genetica di campioni di saliva al fine di scoprire predisposizioni e fattori di rischio a sviluppare malattie come il cancro e l’Alzheimer. In realtà tante sono le aziende che in questi anni si stanno muovendo lungo questa scia in un mercato in via d’espansione (si pensi a “FamilyTreeDna” o all’israeliana “MyHeritage” che oltre a fare test sul DNA  si ripropongono di rintracciare membri della famiglia dispersi nel mondo per metterli in contatto), peccato però che spesso i dati sensibili dei pazienti vengano ceduti a case farmaceutiche e a ditte di marketing a fini diversi, in un giro d’affari in costante crescita. Al centro della seconda sala è installata Optimization station, una seduta in pvc ricurva e gonfiabile simile ad una sezione di gabbia toracica sormontata da una sorta di casco dal quale si diffondono le rilassanti note del suono Pink Noise e toni binaurali: un invito ad una momentanea  decompressione prima di ultimare il percorso che si conclude con un grande scatto a parete, Implantation ; la gigantografia ritraente sfere-embrioni induce il visitatore  a riflettere su quella branca della scienza, già operativa in Cina, che interviene sul DNA modificando il patrimonio genetico. La mostra è attraversata da bellezza e freddezza, perfezione patinata ed anestetizzata spersonalizzazione, ovvero dagli stessi concetti che si ottengono una volta epurato il corpo sottoponendolo ai nuovi diktat sostenuti da quelle esigenze postorganiche di trascendere dal biologico per ergersi ad artefici assoluti del proprio futuro al fine di aumentare le prestazioni, superare limiti, paure, mancanze, vecchiaia e morte. Una realtà alla Blade Runner presagita con tanta lungimiranza nella quale, volenti o nolenti, siamo già  tutti immersi.

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PAULINE BATISTA

23.11.19-11.01.20

GALLLERIAPIU

Via del Porto 48a/b  Bologna

www.gallleriapiu.com