Cosa accade quando nessuno sembra più essere capace di lasciare la festa? Con questo interrogativo nasce la tematica intorno alla quale si sviluppa l’intera VIII edizione de I Fumi della fornace, Festival della poesia che nel 2026 ha preso vita dal 20 al 23 agosto presso Valle Cascia, a Montecassiano (MC), con l’obbiettivo di riflettere sulla “festa perpetua” come paradigma della contemporaneità, attraverso molteplici linguaggi artistici in performance intime e coinvolgenti.
Il vasto programma ha previsto una suddivisione efficace degli eventi dalla mattina alla sera, includendo: laboratori; incontri pomeridiani; teatro; arti performative; letture; concerti; danza, per poi terminare la notte, quando le anime degli spettatori, ricolme di cultura ed emozioni, hanno avuto la possibilità di lasciarsi abbandonare sotto la luna grazie ai dj set organizzati.
Uno degli aspetti più straordinari di questo Festival risiede nel fatto che il singolo diventa parte di un’intera comunità che si fa insieme spettatrice e compartecipe, facendo così divenire gli spettatori anche protagonisti, in dialogo con gli artisti stessi. Infatti, in un mondo sempre più pervaso da ambienti selettivi, con connotati egoistici in cui la presa di parola diventa rigidamente interconnessa solo con “i pochi”, queste quattro giornate hanno dato la reale occasione di non far sentire nessuno escluso ma, al contrario, di attribuire ad ogni personalità una propria unicità.
La nuova edizione de I Fumi della fornace, inoltre, ha nutrito profondamente il tema della festa ponendo particolare accuratezza ai dettagli marcanti un’interruzione del tempo ordinario e profano. Si ricerca, perciò, un equilibrio nella stonatura, nella confusione, nell’incertezza, nell’insicurezza, negli spazi dismessi a cui viene ridata la possibilità valorizzatrice di esistere di nuovo, conservando le tracce del proprio passato ma con destinazione differente.
Infatti, se pensiamo, tra i vari incontri in seno al Festival, alla mostra Rosa Orsa, a cura di Simone Doria e Francesca Marcaccio, questa ha preso forma all’interno del Palazzo Rosa, edificio che conserva le tracce della propria storia produttiva, divenendo un luogo che ha smesso di produrre senza aver smesso di parlare. Le opere esposte di Ado Brandimarte, Daniele di Girolamo, Stefano Ventili, Marzio Zorio, Simone Doria, Iacopo Pinelli e Simone Marconi comunicano tra loro e guardano a ciò che rimane quando un processo si interrompe: dopo il lavoro, dopo la macchina, dopo la festa. L’architettura è contenitore delle opere e al contempo ne è parte integrante, costruendo così un ambiente condiviso in cui gli attimi scorrono lentamente producendo suoni stanchi e ripetitivi.
Queste stesse caratteristiche sono evidenti parti integranti anche delle radici immesse nei luoghi del Festival da parte degli altri numerosi progetti, i quali, con le varie declinazioni che gli appartengono, hanno avuto il ruolo imprescindibile di raccontare esistenze storte e scomode, ma degne di essere riconosciute e costudite in questo mondo in cui sembra invece dover avere il diritto di esistere solo ciò che conviene all’utile.
Per questo, gli organizzatori CONGERIE APS hanno attribuito grande importanza a cosa rappresenta il tema della festa, dichiarando: La festa è un precipitare tra le cose che rinnova i sensi perché permette di attingere al mondo fuori dalla sua economia quotidiana, e quindi dal consueto spazio percettivo che assoggetta le cose. Ma ciò deve rispondere, dialetticamente, la necessità di un prendere le distanze, di uno spazio del pensiero, della scoincidenza, della stonatura, entro il quale fare ritorno con sensi rinnovati.
Con la direzione artistica di Giorgiomaria Cornelio nasce lo spettacolo Descantar. Primo movimento, un’opera teatrale raffinata che incastona nei suoi atti frammenti di una portata intima sconvolgente, convogliando strati psicologici intrinsecamente catartici. I numerosi spettatori, era chiaro fin dall’entrata sul Campo da tennis, sarebbero stati resi parte della performance come destinatari delle voci attoriali, che trasudavano infiniti sentimenti e gesti, tra i quali il senso di colpa, la responsabilità, la ricezione interiore di un insulto, la ripetizione fisica di un’azione, la stanchezza mentale di un mondo che marginalizza lo storto senza affrontare la verità di essere questo stesso sempre più “monco”. Le parole degli attori non nascondono, rivelano. I movimenti portano il fare a divenire il cedere. La storia porta ognuno ad essere interrogato sul senso del doppio e sul senso del vivere stesso.
Quindi, per richiamare il tema centrale, cosa resta a chi ha deciso di prendere parte a questa edizione 2026 de I Fumi della fornace?
Quesiti senza risposte, un’anima e una mente ricolme in preda al tempo del ricordo, pensieri e consapevolezze struggenti, una riattivazione di forze culturali capaci di proteggere le identità personali, un senso di libertà potente.




