Tutti conoscono – almeno di nome – il prolifico e sconcertante Gerhard Richter: la sua ricerca è così varia, sia per tecniche, supporti, e dimensioni, che potrebbe valere la pena tentare di individuare cosa vi è di « richteriano » nelle diversissime manifestazioni della sua arte.
Cominciamo – per poi riprendere il percorso proposto nell’elegante allestimento in galleria – da una stampa di piccole dimensioni, poco più di un foglio A4: Blattecke (Sheet Corner), datata 1967/2014 : una rappresentazione dove l’angolo di un foglio che – come staccatosi dal suo supporto – rivela parte della firma dell’artista.
Questo svelamento parziale, trattato con cura iperrealista / autoreferenziale finanche nel titolo, sembra quasi un invito a guardare ogni altra opera esposta come la possibilità di uno svelamento, seppur parziale, sulla scelta dell’artista dietro ogni opera, e sul risultato che porta alla decisione di apporre la sua firma; sulla padronanza del processo di creazione, dall’idea, alle prassi solo apparentemente ripetitive, ai supporti, agli strumenti e materiali, e ai mezzi espressivi; fino a cogliere lo sfuggevole riconoscimento – al di là del particolare di ogni opera – dell’intenzione.
Come si riconosce una persona che abbiamo visto davvero, dopo decenni senza più poterla incontrare, lontano in un paesaggio intasato da innumerevoli stimoli visivi come in una frenetica metropoli, magari di spalle, ma il suo incedere – espressione di quell’unico e irripetibile inconscio in anima, corpo e spirito – è rimasto così profondamente impresso nella nostra memoria che ci basta una frazione di secondo per riconoscerla.

Ed è così che l’esperienza si sviluppa negli spazi impeccabilmente chiari della galleria Zwirner, in una prima sala dove si susseguono composizioni realizzate su banalissimi fogli bianchi, con la punta di una matita che ha tracciato linee, e poche linee tracciate con una altrettanto banalissima penna a biro blu.
Nella stessa sala, un grande formato: Si tratta di Strip, un’opera di 2 metri per 4 del 2024, una stampa digitale su carta tra supporto di alluminio e Perspex.
Quasi a suscitare nel visitatore un cortocircuito semantico a più livelli.
Segue il breve passaggio che porta alla seconda sala, con non paesaggi nei quali ci immergiamo: sorge spontaneo evocare una profondità fino a un orizzonte che non ha neppure bisogno di essere tracciato, e le linee tracciate sono tracce di gesti dinamici, più che evocazioni di elementi di paesaggio.
E una serie di disegni che rievocano quelli della prima sala: qui si sente un uso di righello come guida sia della matita sia della penna a biro. Difficile non interrogarsi sull’effetto che fa, diverso e al contempo quasi specchio dei possibili osservati nella prima sala.
Semplicità del supporto, degli strumenti, semplicità delle composizioni – opera sua.
Altro ancora : i suoi ormai conosciutissimi dipinti ad olio ci portano nella grande sala centrale inondata dalla luce zenitale del cielo di Parigi. Non è solo la qualità della complessa composizione dei colori in questi dipinti con cui Richter ha inaugurato il XXI secolo, ma soprattutto la consapevolezza del gesto, della pittura non spalmata, non raschiata, non dipinta dunque e neppure semplicemente apposta sul supporto: difficile non evocare i seppur minuscoli paesaggi al coltello di Nicolas de Staël, e nel contempo vi è qualcosa che fa vibrare un’esperienza simile a quelle di Monet, di Joan Mitchell, ma con una gestualità totalmente estranea a loro, prodi del pennello.
In alcuni casi un’esperienza quasi psichedelica, in altri un mininalismo radicale, in altri ancora un’attrazione contemplativa, in cui gli strati di pittura ad olio svelati dal passaggio successivo diventano parte di un susseguirsi di azioni deliberate senza alcuna possibilità di narrazione.
Due dipinti di piccolo formato ancora, quasi si trattasse di fotografie scattate attraverso un vetro appannato senza altra distorsione. Questa impossibilità di nitidezza, di messa a fuoco, ci confronta con la realtà della nostra incapacità a cogliere davvero il mondo in nitidezza, o anche a solo essere in grado di determinare l’importanza di un’immagine, in qualsivoglia contesto, una volta abbattuti i criteri di selezione, arbitrari per definizione. Questi due piccoli quadri dipinti negli anni ’90 ci rimandano alla solo vaga credenza in una nostra memoria visiva che sia precisa, e alla cosapevolezza che invece ciò che più ci rimane nel cuore sono sensazioni che non riusciamo ad afferrare, ma che sono ben più coinvolgenti del dato oggettivo.

Sempre insaspettato, il reale a cui Richter si confronta, che esplora con innumerevoli metodi che di conseguenza fanno scaturire una pratica polimorfa e senza metodo, aspirano il visitatore verso il sempre inafferrabile: i casi e gli incidenti della vita che solo grazie ad un’assenza di volontà propria possono suscitare un’esperienza artistica, un potenziale inatteso, nulla di determinato.
Parafrasando Pierre Soulages, lasciamo i messaggi ai profeti e ai postini. E all’arte l’inconoscibile, l’ineffabile, la soggettività – di cui diffidare quando si cristallizza – che può sfociare in un’universalità indefinita, in un’esigenza profonda e incontrovertibile che quando si manifesta in una pratica, in una forma, può essere riconosciuta dall’artista come giustezza.
Questa mostra chiude i battenti il 20 dicembre. La retrospettiva di Gerhard Richter alla Fondation Louis Vuitton, sempre a Parigi, organizzata in collaborazione con Zwirner, è visitabile fino al 2 marzo 2026.

