Attilio Scimone Ph Enrico La Bianca

Fotografare il tempo: Attilio Scimone

Vi siete mai seduti a un tavolo di artisti fotografi nati in epoca analogica, prima cioè dell’avvento delle foto digitali? A me è capitato non troppo tempo fa, in occasione di una mostra di Attilio Scimone, La terra metafisica, che ho avuto il piacere di curare. La mia impressione è stata di partecipare a una cena di pittori nei primi anni di diffusione della fotografia, con alcuni innamorati del nuovo mezzo e ansiosi di sfruttarne le mille potenzialità, come ad esempio la possibilità di limitare al minimo l’uso dei modelli; altri, al contrario, preoccupati dalla concorrenza, vale a dire dalle perturbazioni di mercato determinate dall’ingresso di un competitor moderno, rapidissimo e di modeste pretese. Le novità recenti, dai cellulari ai social network, sono in effetti tali e tante da richiedere un’attenta riflessione. Che abbiamo provato a formulare con Attilio il giorno dopo, ad animi placati, non sulla base di teorie astratte ma della sua esperienza artistica e professionale.

Sino a qualche tempo fa, il fotografo era detentore unico di un potere straordinario: fermare il tempo. Nell’epoca dei cellulari con videocamera, che cosa è cambiato?

A mio parere l’idea di fermare il tempo dà una visione distorta della fotografia. 
Non sono sicuro che la fotografia abbia il potere di fermare il tempo; anzi, per certi versi, lo accelera, proiettando il presente verso nuovi orizzonti tra mille idee e riflessioni. Paradossalmente non esiste un momento in cui l’otturatore di un apparecchio fotografico interrompa il flusso perché, nel preciso istante in cui l’immagine è ripresa, essa è pronta per essere rielaborata. 
La fotografia è e rimane un’illusione, una finzione creativa tra il fotografo e la realtà. Questo concetto vale ovviamente anche per le foto digitali, che hanno reso possibile fotografare in qualsiasi circostanza o condizione di luce, senza difficoltà particolari. Spesso nelle foto digitali c’è una sorta di frode del momento fermato, che si è voluto proporre come tale. Realizzata l’immagine, si pensa subito a come presentarla nella sua non realtà. Allora diventa semplice aggiungere o togliere elementi – la suocera, l’amante [ride] – o trasformare un’alba in un tramonto a seconda del gusto o della necessità espressiva. 

Il ritocco dell’immagine ovviamente si può fare anche con l’analogico, ma almeno lì ci vuole un po’ di tecnica! 

Nel momento in cui si scatta una foto con apparecchi analogici, il fotografo realizza un’immagine virtuale, nel senso che l’immagine stessa rimane impressa sulla pellicola (si chiama infatti immagine latente) in attesa di essere trasformata in fotografia. 
E qui accade un fatto straordinario: il fotografo vede con la mente la foto che verrà e rimane in attesa di rivelarla attraverso un ulteriore processo che è lo sviluppo, ma tutto questo in effetti è il futuro. Si può decidere di non rendere visibile quell’immagine, cioè di non eseguire un processo chimico, e tutto finisce lì. Allora rimane solo un probabile ricordo ma non direi che qualcosa è stato fermato. 
Qualora si decidesse di procedere alla trasformazione dell’immagine latente in fisica allora siamo di fronte a un’immagine che è stata prodotta in un determinato contesto che il fotografo in ogni caso ha mediato. È appunto la mediazione che esclude il concetto di fermare il tempo. Forse parlerei di elaborazione del tempo e ciò, in un certo senso, vale per ogni idea fotografica al di là dello strumento di ripresa utilizzato. 

L’epoca della foto democratica è anche quella dei social network, in cui le immagini trovano subito il loro pubblico ideale: la distanza tra pubblico e autore è, di fatto, abolita?

Il concetto di foto democratica è stato lungamente dibattuto sin dalla nascita della fotografia, innanzi tutto riferito al ritratto. 
Prima dell’invenzione della fotografia, per la maggior parte della popolazione avere un ritratto era impensabile ed era solo possibile a persone facoltose e nobili. Ovviamente parliamo del ritratto come disegno, pittura, scultura. Dopo qualche anno dalla invenzione della fotografia il ritratto cominciò ad essere accessibile e riguardò una fascia di popolazione sempre più ampia, soprattutto per l’assoluta aderenza della fotografia alla persona fotografata e per la possibilità di realizzare più copie della stessa immagine. Un altro importante passaggio è stato segnato dal celebre slogan della Eastman Kodak Company (“Voi premete il bottone, noi facciamo il resto”), che ha lanciato la prima fotocamera automatica della storia (1888) e si è affermata come azienda leader del settore analogico fino agli inizi del ventunesimo secolo. I fotografi dell’Ottocento hanno avuto un ruolo fondamentale nella democratizzazione della fotografia: cominciarono infatti a spostarsi nelle città e ad offrire la realizzazione di ritratti per strada; un lavoro, quello del fotografo ambulante, ancora in auge sino agli anni Cinquanta del secolo scorso.

Dittico1, fine art print, 2 stampe 100×130 cm. edition of 7, 2021

Subito dopo comincia l’era del cinema, seguita a ruota da quella delle foto digitali, degli smartphone e, per restare alla domanda di prima, dei social network come Facebook o Instagram fondati sulla rapida diffusione delle immagini. 

Sì, con gli smartphone tutti hanno la possibilità di realizzare rapidamente immagini di altissima qualità. Si calcola che ogni persona al mondo che possieda uno smartphone, realizzi circa 3650 foto in un anno. E i social media hanno praticamente azzerato la distanza tra pubblico e autore. Siamo a una fotografia a chilometro zero. Ma, oltre alla distanza, azzerata è anche la tempistica con cui una foto viene condivisa: praticamente in tempi reali. 
Questo concetto vale sia per la fotografia amatoriale sia per quella professionale. Se facciamo un passo indietro di appena tre decenni, per recapitare una foto a distanza era necessario scattare l’immagine, svilupparla, stamparla e spedirla. 
Il percorso ormai è molto semplice, rapido e intuitivo e soprattutto non è subordinato al minimo atto di riflessione o di mediazione. Questo crea un problema. Viviamo sempre più in un ingorgo di immagini, in un affollamento che a lungo andare diventa ingestibile. Una cosa però mi sembra ovvia: se deve essere un algoritmo a gestire, selezionare, archiviare, utilizzare la quantità infinita e imprecisabile di immagini che circola nel Web, più che di foto democratica parlerei di dittatura.

Che te ne pare dell’uso sempre più diffuso anche in foto propagandistiche – penso, ad esempio, a una serie di Letizia Battaglia con automobili di lusso e ragazze di strada – dello scandalo, del “politicamente scorretto”? 

I lavori fotografici sono sempre destinati a un pubblico variegato. Un artista non può e non deve essere condizionato da nessun ambiente. Esiste solo l’artista e il committente. Se quest’ultimo ha ritenuto che un dato lavoro deve essere affidato a quell’artista, è già del tutto cosciente dei rischi cui va incontro. Sovente alcune foto, appena pubblicate, sono sembrate “scorrette”, ma col tempo sono state accettate, hanno cioè smesso di prestarsi a strumentalizzazioni di sorta. 
Un’opera d’arte è sempre quella che è, semmai è la società a cambiare i suoi schemi di visione collettiva. L’artista, a mio modo di vedere, ha proprio la funzione e il ruolo di anticipare ogni processo intellettuale. Quindi il problema non è tanto se il fotografo ha operato nell’improbabile rispetto di una inesistente etica, ma se è riuscito a conseguire lo scopo che assieme al committente si è prefissato. Se sorge una polemica tra committente e fotografo allora c’è un problema, ma se la polemica è con terzi che non c’entrano nulla, la polemica è sterile ed inutile.
Nel caso specifico delle immagini prodotte da Letizia Battaglia per una nota casa automobilistica, è stato fatto troppo rumore per nulla, e forse si sono persi di vista i caratteri creativi, estetici e comunicativi del suo lavoro.

Se con questo intendi che la Battaglia e la Lamborghini si sono scelti insieme un pubblico che apprezza un certo tipo di ambiguità sessuale (ma come la mettiamo con gli altri? Un tabellone pubblicitario non è la zona franca di un museo), non insisto più di tanto. Del resto, nel tuo viaggio per immagini, tu non hai escluso nessun soggetto o materiale, dalle miniere alle modelle. La tradizionale gerarchia non ha dunque alcun valore?

Fotografo dal 1973 e ho attraversato decenni di vita fotografica. Ho vissuto e vivo nel centro Sicilia e negli anni ho dovuto conseguire diverse specializzazioni, dettate dalle necessità del territorio: committenza pubblica, privata, industriale, editoriale.
Chiaramente nel mio lungo percorso mi sono soffermato sugli aspetti che hanno meglio gratificato la mia idea fotografica e mi riferisco alla fotografia industriale, di paesaggio, di archeologia industriale, di Still life e di ritratto. Ho cercato sempre nella fotografia qualcosa che rispecchiasse il mio modo di vedere l’arte fotografica nel suo complesso.

Prima di tutto, lo stile.

Come dicevo, vivendo e lavorando in un territorio periferico e in un certo senso chiuso, con una committenza non sempre omogenea, non ho avuto grandi possibilità di specializzare la mia fotografia. Ho sempre promosso la mia attività presso aziende, amministrazioni pubbliche e privati che mi hanno permesso di produrre un’ampia serie di lavori. Sono nati così lo studio riguardante Il territorio della Provincia di Caltanissetta realizzato tra il 1989 ed il 1993, la ricerca di archeologia industriale Le miniere di zolfo della Sicilia, le tantissime monografie e i cataloghi per aziende siciliane. Mentre mi dedicavo a questi lavori, il mio interesse per la fotografia artistica cresceva. La parte credo più interessante di tale dimensione “autoriale” è la creazione di stampe fotografiche analogiche, che ho iniziato a esporre dal 2002 in poi. Da quel momento la mia creatività ha avuto due facce: da un lato la fotografia commerciale, dall’altro quella artistica. Aggiungo che molte immagini, nate come pura ricerca artistica, sono poi state utilizzate per pubblicità industriali o allestimenti fieristici. Vivendo del mio lavoro, non mi sono mai preoccupato di rispettare qualsiasi gerarchia. Quello che invece mi ha sempre interessato è la coerenza con la mia idea di foto e col mio modo di fotografare.

(continua)

La terra metafisica, 03, 2019 – Gelatin silver print + Pirocatechina, 60×50 cm – edition of 7