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Marco Andrea Magni, Sottosopra, passepartout fustellati, stampa Fine-art su carta Hahnemühle, 49,5 x 71,5 x 2,8 cm, 2025Marco Andrea Magni, Sottosopra, passepartout fustellati, stampa Fine-art su carta Hahnemühle, 49,5 x 71,5 x 2,8 cm, 2025
Luogo
BUILDING
Via Monte di Pietà 23 20121 Milano

Categorie

  • martedì - sabato, 10 - 19

Data
Gen 15 2026 - Mar 14 2026
Evento passato
Ora
10:00 - 19:00
Etichette
Mostra

Alice Cattaneo, Marco Andrea Magni | Un mondo tutto all’aperto

Dal 15 gennaio al 14 marzo 2026, BUILDING GALLERY presenta la mostra Un mondo tutto all’aperto degli artisti Alice Cattaneo (Milano, 1976) e Marco Andrea Magni (Sorengo, Svizzera, 1975), a cura di Giovanni Giacomo Paolin. L’esposizione si sviluppa come un percorso che collega il piano terra e il primo piano della galleria, proponendo un dialogo a due voci tra opere scultoree e installazioni, in cui si intrecciano lavori preesistenti e nuove produzioni.

Il titolo della mostra è una citazione di un racconto di Italo Calvino intitolato Dall’opaco, contenuto in La strada di San Giovanni (1990), una raccolta autobiografica pubblicata postuma dalla moglie dello scrittore. In questo “esercizio di memoria”, Calvino descrive i luoghi della propria infanzia come un mondo fatto di linee spezzate e oblique, in cui l’orizzonte rimane come l’unica retta continua possibile. Attraverso molteplici riferimenti al paesaggio, lo scrittore indaga le modalità di funzione dello sguardo e della posizione del corpo in un determinato luogo, rimanendo piacevolmente incastrato tra le ambiguità della percezione. Le sue parole affrontano tematiche universali con apparente semplicità, creando immagini che riescono ad affiancare delle ricerche artistiche contemporanee, soprattutto se di matrice scultorea. Il titolo della mostra suggerisce una contraddizione: come può esistere un mondo tutto all’aperto? Può il concetto di aperto contenere il proprio contrario? Calvino scrive del proprio intorno riferendosi a caratteristiche opposte ma coesistenti: un mondo fatto di limpidezza e opacità, di soleggiato e ombroso, di un lato aprico e un altro cupo. Lui stesso scrive dall’opaco e da lì, prova a descrivere mondi personali in cui “ognuno di noi sta nel suo ma guardando gli altri ognuno nel suo, e nessuno mai esce dal suo ma è sempre sotto gli occhi degli altri”. L’aperto e il chiuso diventano quindi modi di essere, in cui tutto ciò che appare all’occhio si espone e si sottrae al tempo stesso.

Relazionarsi ad un luogo, co-abitarlo, sono i principi adottati da Alice Cattaneo e Marco Andrea Magni all’inizio del lavoro insieme. Un mondo tutto all’aperto è stata ideata a partire da forme di convivenza tra le due ricerche artistiche e lo spazio che le accoglie, comprendendo un certo grado di opacità legato alla conoscenza reciproca. Questo si è tradotto anche in precise scelte allestitive, per cui lo spazio espositivo di BUILDING presenta alcuni moduli angolari come veri e propri dispositivi di opacità che alterano la relazione con gli ambienti della mostra. Con un gesto semplice, a cui fanno eco anche alcune delle opere, è nato un divisorio modulare: una struttura che non chiude né separa del tutto, ma apre nuove possibilità di orientamento. Un modo di avvicinarsi, per ripensare lo spazio espositivo come un luogo di passaggi, soste e dialoghi, in cui gli angoli che fanno scivolare lo sguardo diventano strumenti di relazione: piccole architetture della vicinanza.

In questo senso, va ricordato quanto dal punto di vista teorico l’ideale di trasparenza così intriso nella nostra contemporaneità sia stato ampiamente criticato da pensatori come Édouard Glissant (1928-2011) e Byung-Chul Han (Pyŏng-ch’ŏl Han, 1959), le cui parole sono un esempio di lotta contro un inferno dell’uguale e una standardizzazione di ciò che è altro da noi stessi. Equilibrio, invisibilità e presenza sono invece tre parole che hanno creato i punti di connessione tra le ricerche artistiche di Cattaneo e Magni, diverse tra loro ma risonanti. Quella di Alice Cattaneo è rivolta ad una tensione materica e ideale, mentre in quella di Magni l’invisibilità è più sintonizzata sull’epistemologia di ciò che ci circonda. L’opacità è quindi inclusa e considerata parte di un mondo aperto, una forza che costringe il pensiero ad attivarsi, diventando modo di relazione con lo spazio e oggetto di riflessione per chiunque vive la mostra. Scoprendo, così, che dietro ad ogni angolo si nascondono delle tracce d’intensità scultorea in grado di attivare il pensiero.

Il percorso espositivo si apre, al piano terra, con la possibilità di interazione tra piccoli insiemi di opere, facendo riferimento ad un “aperto” ricco di fenditure, prospettive e pendenze. Le prime coppie di lavori in relazione sono le due versioni di Ruffiani (2025) di Marco Andrea Magni, in cui i listelli di legno che compongono due cornici sembrano sfuggire dalla loro stessa definizione, e due Untitled (2019) di Alice Cattaneo, in cui quattro elementi in vetro di Murano sono congiunti da cemento e inseriti in una piccola struttura di ferro che li sorregge verticalmente. Dopo l’opacità, queste coppie di opere portano chi guarda verso un primo incontro con l’apertura: Untitled segna una linea di demarcazione verticale nello spazio, come se il materiale fosse in grado di aprire uno spiraglio di luce tra due dimensioni differenti; Ruffiani, invece, amplifica le trasformazioni del perimetro di una cornice e favorisce un nuovo tipo di visione oltre il confine dell’immagine stessa.

In mostra la trasparenza e il suo opposto convivono continuamente, tanto nelle opere quanto negli spazi: da un primo spazio in cui si è esposti alle vetrine della galleria si passa ad un altro ambiente in cui la tensione espositiva è mantenuta dai soli lavori allestiti. Altri segni, altre linee ma anche la loro mancanza suggeriscono direzioni e letture inaspettate. Seguendo Quasi mattina (2026) di Alice Cattaneo, lo sguardo incontra sottili linee di piombo che accompagnano chi guarda. L’azione di attorcigliamento che ha manipolato il piombo sembra diventare evanescente, trasformando linee scure di materiale puro in presenze colorate fatte d’ombra. Mantenendo lo sguardo sui muri perimetrali si incontrano infatti Cosmografia (fumo) (2024) e Cosmografia (ametista) (2024), una coppia di opere in cui Cattaneo ha sintetizzato un’emanazione scultorea dal bidimensionale al tridimensionale grazie all’energia del fuoco di una fornace. Davanti a loro, la matita a grafite di Compasso per aureola (2018-2025) di Marco Andrea Magni è animata dal potenziale di compiere un gesto che può essere continuamente cancellato. L’opera, una linea obliqua in ottone che si staglia contro il soffitto, rappresenta idealmente un orizzonte diverso dalle linee di Alice Cattaneo, continuo ma sempre sospeso. Nella sua inclinazione si ispira alla condizione umana e alla sua natura imperfetta, osservandola da una prospettiva che parte da una ragione geometrica per arrivare a toccare una fede a portata di esperienza.

Al piano terra di BUILDING GALLERY, le opere mantengono un dialogo nella sospensione, senza mai esaurirsi le une nelle altre. Tutte sfuggono a schemi dati e il loro senso si evolve nella presenza. È un concetto che si ripete: accettare l’opacità e l’apertura del mondo significa riconoscere ogni potenziale molteplicità, valorizzandone ogni piccola differenza.
Nelle nicchie agli estremi del piano terra espositivo sono installate altre due opere, poli di un’ultima tensione nascosta e quasi magnetica. In una, Untitled (2018) di Alice Cattaneo, nell’altra, il terzo esemplare di Ruffiani (2025) di Marco Andrea Magni. Opere all’opposto, molto diverse tra loro ma che riescono ad esprimere la stessa profonda cura nella scelta dei materiali. Le due formano una punteggiatura sospesa: da una parte una forma di cemento al cui interno sono stati inseriti un cerchio di porcellana, della filigrana di vetro rosa e una linea di vetroresina; dall’altra, una nuova esplorazione fatta di vetro trasparente e legno da cornice. Due pensieri marginali che all’interno di uno spazio più raccolto trovano la loro dimensione e diventano protagoniste: solo in quell’istante riescono a guardare il resto del mondo sotto gli occhi degli altri.

Mentre al piano terra della galleria, le idee di linea e segno sembrano unire molti dei lavori esposti, al primo piano possono essere riconosciuti i temi della piega e dell’assemblaggio come principi base dell’atto di costruzione, non solo scultorea ma anche di significato. Le opere selezionate sono generate da gesti semplici, azioni che creano degli equilibri statici temporanei che sembrano tendere all’eternità. In un ambiente più raccolto, l’opacità è ingombrante ma rarefatta, aiuta più a far scoprire che a nascondere. La stessa ubicazione dello spazio al primo piano allontana chi guarda dalla relazione diretta con l’esterno per cui il rapporto con le opere può essere più intimo e prolungato. I lavori esposti, infatti, guardati con una consapevolezza diversa, si manifestano nella loro completezza non diversamente dalle nicchie del piano terra. Complice (2025), di Marco Andrea Magni, si offre come un piccolo trattato di coesistenza: un doppio foglio che registra le minime variazioni dello spazio intorno a sé, in cui la carta e il piombo convivono creando una forma che conserva una tensione e accoglie l’inclinazione dello spazio intorno. In maniera simile, le due lastre rotonde di vetro trasparente, insieme alla singola lastra di specchio che compongono Ottica (2025) – un altro lavoro di Magni – si esprimono attraverso una stratificazione e successione orizzontale per cui le qualità opposte dei materiali si contaminano. Insieme sostengono il tema del contatto che finora nel percorso di mostra era stato solo accennato. Nel gioco tra simultaneità e isolamento può essere rintracciato anche il rapporto tra i due artisti, per cui muovendo lo sguardo oltre le due opere di Magni si scoprono altre opere di diverse dimensioni di Alice Cattaneo: Untitled (2018), Untitled (2018) e Untitled (2019). Pur senza un titolo preciso che le definisce, tutte e tre trovano una prima forma di completezza anche solo nella presentazione dei materiali che le compongono: vetro soffiato di Murano, ardesia, ceramica, filo di cotone, ferro, cemento, pigmento, porcellana e plastica. Sono elementi visti anche in opere precedenti, assemblati, questa volta, con la fiducia nella possibilità di un equilibrio tra i pesi e le incongruenze dei materiali. Rappresentano corpi o parti di essi, nodi che si creano tra il fare e il disfare, o forse, paesaggi fatti di suono che rimangono impressi e ricordano l’aperto a ciò che è chiuso. Come contrappunto delicato è presentato invece Lo spazio punto (2016-2025) di Marco Andrea Magni. Un lavoro generato dall’assenza di un contatto e dall’invisibilità di un’azione sospesa, fatto di tensione e misura, in cui un chiodo placcato in oro si erge sul vetro sospeso dalla forza di un magnete nascosto, pungendolo senza perforarlo.

Nell’ultimo ambiente si trova Densità particolare (2026) di Alice Cattaneo, che conclude la mostra con un’immagine notturna, annebbiata, in grado di attirare il vuoto e in cui l’opacità si fa opera. Lastre di vetro soffiato scuro sono assemblate da un materiale ormai familiare per chi guarda la mostra, il piombo. Gli occhi sono carichi di una sensazione ormai fisica di opacità, proprio come quando vengono aperti in piena notte. La vista sembra quasi adattarsi scorgendo i contorni delle cose e dello spazio circostante. L’equilibrio con cui si reggono le cose è sempre parziale, tutto è pieno e allo stesso tempo vuoto, nonostante ci si trovi in un mondo sempre tutto all’aperto.

  • martedì - sabato, 10 - 19

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