ArtVerona 2026
Dorothea Lange, A very blue eagle. Along California highway, Nov. 1936. | The New York Public Library | Library of Congress Prints and Photographs Division Washington

Erosione umana e rovina archeologica: i frammenti di Dorothea Lange

Fino a inizio novembre sarà possibile scendere sotto terra, attraversando un sito archeologico romano, per immergersi negli scatti della pioniera Dorothea Lange, in una retrospettiva al Centro Internazionale di Fotografia a Verona.

La mostra di Dorothea Lange, prodotta da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – è stata curata da Walter Guadagnini e Monica Poggi nel noto sito archeologico veronese, recentemente riaperto al pubblico: gli Scavi Scaligeri. Le ampie vetrate che coprono gli Scavi mettono in comunicazione il sito archeologico con la città contemporanea, creando una continua sovrapposizione tra interno ed esterno, antico e moderno. La stessa logica guida la scelta curatoriale: tale dicotomia si respira attraversando gli spazi e vedendo contemporaneamente ritratte due epoche differenti.

Per questo nuovo inizio per l’istituzione si è instaurato un dialogo con Dorothea Lange, fotografa statunitense vissuta tra il 1895 e il 1965. Lange ha dedicato gran parte del suo lavoro a ritrarre i volti di chi fu maggiormente colpito dalle crisi economiche, ambientali e belliche negli Stati Uniti. È stata parte del FSA – Farm Security Administration – programma governativo che coinvolse più fotografi con l’obiettivo di documentare gli effetti della Grande Depressione.

Attraverso sei nuclei tematici, si ripercorre circa un decennio del percorso dell’artista, dal 1935 al 1941. Sono gli anni in cui Lange documenta il degrado economico e sociale seguito al crollo di Wall Street.

“Sia Lange sia Brady condividono l’appassionato desiderio di mostrare ai posteri il connubio di inutilità e speranza, di eroismo e stupidità, di grandezza e banalità che accompagnano la lotta dell’uomo verso il progresso” commenta Willard Van Dyke in occasione di una mostra di Dorothea Lange presso lo studio Brockhurst, a Oakland (California) nel 1934. La citazione, riprodotta lungo il percorso espositivo insieme a documenti e pubblicazioni d’epoca, accompagna il visitatore nella lettura delle immagini. Queste ultime attraversano la crisi urbana, la povertà del Dust Bowl e infine l’internamento dei cittadini nippo-americani. Gli scatti sono disposti nello spazio in un modo quasi teatrale: esiste una sequenza narrativa che, come in uno spartito musicale, ha delle pause che avvalorano le note. Per esempio, quello della Madre Migrante, che restituisce con crudezza una condizione disumana. Quando arriva questo incontro, siamo a metà del percorso espositivo e si giunge all’apice della tensione in un racconto corale, composto da più esperienze. Da queste fotografie è chiaro il dialogo che lei stessa instaura con i soggetti fotografati: le didascalie fungono da piccoli spazi in cui il racconto prosegue. Qui ci è concesso sbirciare, violando un po’ l’intimità di queste testimonianze.

Talvolta emerge anche una satira da parte di Lange. Si percepisce la dissonanza ideologica tra l’incarico affidato all’artista e il risultato da lei restituito, specialmente nella produzione relativa ai campi di internamento giapponesi. È proprio così che si conclude la retrospettiva: sono un americano è il titolo di questa sezione. Con queste testimonianze Lange cercava di restituire l’umanità degli internati nippo-americani, mentre la committenza governativa si aspettava immagini capaci di legittimare la politica di internamento.

Si tratta di una mostra importante da proporre in una realtà come Verona, ancora restia al contemporaneo, anche se sarebbe interessante un dialogo maggiore tra le opere e lo spazio, considerando un contesto come gli Scavi Scaligeri. Il passaggio tra le opere e i reperti archeologici è affascinante e avvolgente, per questo potrebbe rivelarsi curioso favorire l’apertura di questa comunicazione. Forse adottando una curatela più sovversiva, meno istituzionale, riallacciando i fili delle due esperienze parallele che danno forma a questo percorso. Negli Scavi Scaligeri le tracce archeologiche e le fotografie di Lange finiscono per incontrarsi, condividendo la stessa natura. Entrambe sopravvivono come frammenti, affidando alla memoria ciò che il tempo ha eroso.

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