C’è una storia che in molti non conoscono. Per un brevissimo periodo, la basilica di San Pietro ha avuto un campanile. Lo realizzò Bernini, dietro commissione di Papa Urbano VIII. Fu la prima opera architettonica progettata dall’artista senza la collaborazione di Borromini, che lo aveva affiancato in lavori monumentali come il Baldacchino di San Pietro. La sua assenza si fece sentire. Prestissimo il campanile manifestò delle crepe e, morto il Papa amico di Bernini, il nuovo pontefice, anche su indicazione di Borromini, si decise ad abbatterlo. Bernini, come è facile immaginare, cadde in depressione. Si chiuse in casa e scolpì un lavoro incredibile, la Verità rivelata dal tempo, con la rappresentazione di una donna nuda baciata dal sole. Fu allora che, di passaggio per Roma, uno scrittore francese ebbe a scrivere che l’unica Verità che fosse possibile trovare a Roma era quella del Bernini. A secoli di distanza, sebbene per la breve finestra temporale di una performance, una nuova Virtù si incontra nella capitale. Il prossimo 20 giugno 2026, alle ore 17.00, presso lo spazio antistante il Palazzo di Giustizia in Piazza Cavour, si inaugura infatti “Le Eretiche, Sante e Profetesse” di Nora Lux. L’azione prosegue la ricerca ventennale dell’artista sul corpo e sul rito, ponendosi come un atto di risignificazione fisica, e perciò radicale, della parola giustizia. Ne abbiamo discusso con l’artista.
Il tuo nuovo progetto si intitola “Le Eretiche, Sante e Profetesse” e prende avvio in una cornice simbolica quanto mai singolare, il Palazzo di Giustizia di Roma, proprio durante il Solstizio d’Estate. Perché questa scelta?
Non si tratta di una scelta meramente estetica, ma di un’urgenza ontologica. Ho voluto operare un intervento sitespecific proprio nel tempio della legge codificata per sfidare secoli di storiografia maschile. Scegliere il Palazzo di Giustizia di Piazza Cavour nel momento di massima luce solare significa compiere una mossa strategica: l’azione rituale penetra l’oscurità delle sentenze storiche per rivendicare la libertà di pensiero. Il baricentro speculativo risiede nella riscoperta del termine greco hairetiko, colui che sceglie. L’eresia, che è stata un marchio d’infamia, diventa per me un manifesto di autodeterminazione spirituale. In questo ribaltamento, il Palazzo di Giustizia non è solo uno sfondo, ma entità viva e pulsante che dialoga in tempo reale con l’azione performativa, è un partner di frizione necessario per riaprire un processo poetico e filosofico sulla natura del “diritto alla scelta”.
Rendere visibile l’invisibile, attraverso un corpo , un luogo , da una geometria sacra ad un architettura simbolica potente e discussa, questa oggi è la mia visione , continuare a farmi segno di connessione tramite il connettore immaginativo,in una poetica di superamento e trasumanazione come creazione di vita in un approccio chenotico volto alla spoliazione di sè.
La performance si concentra su tre figure specifiche: Margherita Porete, Giovanna d’Arco e Guglielma di Milano. Cosa accomuna queste donne nel tuo sguardo?
Queste figure hanno osato deviare dal dogma, pagando con la vita il proprio diritto all’autodeterminazione. La mia performance non intende celebrare la vittima, ma la potenza del pensiero non allineato. Sotto la luce del fuoco solstiziale, utilizzo il mio corpo per rielaborare un modello iconografico antico che mi permette di creare una sorta di svastica antropomorfa. È una geometria che risale alla preistoria, all’età arcaica greca ed etrusca, profondamente legata al culto del sole, al ciclo delle stagioni e alla rinascita. Attraverso questo linguaggio, intendo restituire una percezione sacra del femminile, in cui l’atto di scegliere sia la sola vera forma di conoscenza.
Attingi a fonti molto diverse: da Jung a Gimbutas, fino all’alchimia e alla pratica sciamanica. Come integri questi linguaggi eterogenei in una pratica che definisci transmediale?
La mia opera vive di una costante convergenza tra la ricerca accademica e una pratica vissuta sulla pelle. L’utilizzo di video, fotografia,performance,installazioni, e sonorità ancestrali non è un mero esercizio tecnico, ma il tentativo di costruire ponti tra il microcosmo umano e il macrocosmo universale. In questo nuovo progetto richiamo le miniature circolari di Ildegarda di Bingen,la mistica descriveva l’universo e le manifestazioni divine attraverso cerchi concentrici di fuoco e di luce ,nella stessa armonia cosmica perfetta inserisco le cinque fasi della trasmutazione alchemica: nero, verde, bianco, oro e rosso. Questo percorso di metamorfosi è un’esperienza che invito a condividere con lo spettatore. Il mio corpo stesso non è più il centro, ma un tramite che sfugge alla vocazione dello specchio per diventare parte degli elementi naturali.
Lavori da vent’anni su questo percorso di ricerca. In che modo l’uso simbolico di elementi naturali, e penso anche alla presenza costante di Ygea, il serpente che ti accompagna, ha cambiato la tua percezione dell’arte?
Il mio percorso è iniziato con il rigore della pellicola in bianco e nero e l’autoscatto come indagine psichica negli ipogei etruschi a contatto con una civiltà antica in cui la donna godeva di un grado alto di emancipazione ,libertà e autonomia.Le donne etrusche sapevano essere custodi del focolare e nello stesso tempo partecipavano in maniera attiva alla vita pubblica,percorrere le ciclopiche vie etrusche, nei boschi, riattiva anche questa memoria. Oggi, il mio corpo decide di fondersi con gli elementi. La presenza di Ygea è emblematica: richiamando le antiche statuette minoiche delle dee sacerdotesse, trasformo un animale storicamente demonizzato in un simbolo di ciclicità vitale e potere oracolare. La missione della mia arte non è fermare o dominare il tempo, ma lasciarlo scorrere, creando su di esso un dialogo sacro che superi categorie mentali ormai inadeguate.Gli studi sul femminino sacro costituiscono la lente attraverso cui opero un approccio multidisciplinare e la mito archeologia teorizzata dalla Gimbutas mi offre una chiave di lettura per recuperare una dimensione originaria legata ai cicli della terra. Gli studi sul matriarcato , uniti agli archetipi di Jung e alle filosofie di Neumann insieme all’indagine alchemica danno vita ad un percorso di trasmutazione in cui l’arte è rito.
Dopo l’appuntamento romano, dove porterai questo ciclo? Qual è la geografia dello spirito che stai delineando con questa opera itinerante?
Il progetto mira a costruire una nuova mappa della memoria europea, risvegliando la voce dei luoghi. Dopo Roma, il 14 luglio saremo a Palermo, presso i Quattro Canti, per una tappa dedicata a Santa Rosalia. Nella prossima opera dal titolo Santa Rosalia e l’ottagono del sole , il mio corpo, attiva la luce all’alba, nella geometria sacra della croce greca dell’ottagono del sole. Il percorso proseguirà poi attraverso le visioni di figure come Caterina da Siena, Teresa d’Avila e Ildegarda di Bingen. L’intero ciclo è una riflessione sui sette doni dello spirito, intesi come strumenti di liberazione. Invito le istituzioni e il pubblico non ad assistere a una semplice performance, ma a partecipare a un atto di giustizia poetica, volto a restituire al presente la forza di un pensiero che, nonostante la persecuzione, non ha mai smesso di brillare.
Il lavoro di Nora Lux si configura come un’indagine ininterrotta sulla persistenza del sacro nelle strutture del contemporaneo. Attraverso una sintesi che fonde rigorosa analisi accademica, pratica performativa e simbologia alchemica, l’artista trasforma il proprio corpo in un’architettura di segni, superando la bidimensionalità della rappresentazione visiva per approdare a una dimensione transmediale. La sua ricerca non si limita a documentare il passato, ma lo attiva, manipolando archetipi e geometrie ancestrali per interrogare le dinamiche di potere, il confine tra norma e dissidenza e la riscoperta del femminile come paradigma di conoscenza. L’opera di Lux si attesta così come un sistema complesso, capace di integrare la memoria storica in un’esperienza sensoriale che pone lo spettatore di fronte alla necessità di una costante metamorfosi interiore.

