L’Ipogeo della seicentesca Chiesa di Santa Maria delle anime del Purgatorio ad Arco di Napoli apre le sue porte alla mostra Eco dal confine dell’artista Alessandro Giannì (Roma, 1989), realizzata con il patrocinio del Comune di Napoli e il Matronato della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee – Museo Madre. Accompagnata da un testo critico di Chiara Pirozzi e con il coordinamento di Vittoria Magrì, la mostra è stata concepita dall’artista appositamente per il luogo, presentando un allestimento site-specific composto da dieci sculture in ceramica adagiate su un tavolo in corten. Esiste, nel frastuono incessante di via dei Tribunali, un angolo di silenzio: il Complesso Monumentale Purgatorio ad Arco di Napoli. Qui, i rumori cittadini sembrano arrestarsi. Come se la città, per un istante, trattenesse il respiro. Superato l’ingresso, Napoli cambia densità: i rumori si allontanano, il tempo rallenta, la luce si assottiglia. Ma è scendendo ancora più in basso, nell’ipogeo custodito sotto la chiesa, che il silenzio assume una consistenza quasi fisica. Qui abitano le anime pezzentelle. Tra teschi anonimi, ex voto, leggende popolari e tracce di un culto sospeso tra devozione e superstizione, il sottosuolo del Purgatorio ad Arco si presenta come uno spazio liminale, un confine poroso tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Ed è qui, in questa zona sospesa che Alessandro Giannì ha, prima immaginato e poi realizzato, la sua mostra.


Il percorso comincia dall’alto, come un gesto di esitazione necessario. Prima della discesa, prima del contatto diretto con le opere, bisogna lasciarsi un tempo di preparazione, una sorta di zona di stallo. Da lì, affacciandosi verso l’ipogeo, le dieci sculture appaiono in lontananza, adagiate su un lungo tavolo di corten che attraversa lo spazio come una traccia. Non sembra un semplice supporto espositivo: la sua forma sinuosa ricorda il movimento di una pennellata, il flusso di un’energia che si propaga. Tutto appare unito, indivisibile. E poi scendere, per vedere da vicino, per cogliere i dettagli.
C’è un momento, davanti all’opera di Alessandro Giannì, in cui l’occhio sbaglia. Crede di sapere. Crede di riconoscere il peso freddo del metallo, la sua densità industriale, la sua durezza definitiva. La superficie lucida restituisce riflessi metallici, pieghe apparentemente fuse, colature che sembrano nate in una temperatura estrema. Eppure, tutto questo è falso. Le opere sono ceramica. Materia fragile. Vulnerabile. La vernice smaltante interviene come un inganno perfetto: traveste la porosità in compattezza, la delicatezza in resistenza. Ma l’arte è, per sua natura, finzione – o, per usare le parole di Platone, mimesi del reale. È manipolazione della realtà. E forse è proprio questo uno dei compiti più profondi dell’arte contemporanea: non riprodurre il mondo, ma mostrare quanto il mondo stesso sia costruito da percezioni instabili, da materiali che fingono di essere altro, da identità mai definitive.
Esattamente come quelle dei volti di Alessandro Giannì. Le sue sculture nascono da un frammento di classicità sopravvissuto al tempo. Si appropriano del calco di un volto antico. Un volto anonimo come anonime sono le anime custodite nell’ipogeo. Un volto. Due volti. Molteplici volti. Sempre identici; eppure, mai davvero gli stessi. La forma entra in una metamorfosi continua, sospesa tra il finito e il non finito, tra emersione e dissoluzione. La ceramica non scolpisce presenze stabili: trattiene passaggi. In alcune opere i volti si mescolano ed emergono appena da forme che ricordano vasi archeologici. Ed è proprio da queste cavità che si innesta un elemento sinuoso, un cordone che attraversa le superfici e che, a tratti, muta in serpente. Sembra il cordone della memoria. Riaffiora quella processione silenziosa scolpita da Antonio Canova. Anche qui tutto sembra appartenere a una soglia: le forme emergono e scompaiono, trattenute in uno stato di transizione perpetua. E poi ci sono quei due volti. Vicini, quasi sul punto di toccarsi, ricordano inevitabilmente certi amanti magrittiani. Non sono bendati, è vero. Non c’è contatto, è vero. Ma è come se Giannì avesse tolto il velo e restituito ciò che vi era sotto, prima del momento eterno. Tra questi frammenti di umanità affiorano anche arti, dettagli anatomici incompleti, membra che emergono dalla ceramica come reperti restituiti dal sottosuolo. Arti senza nome e senza appartenenza, come i crani anonimi del Complesso Monumentale Purgatorio ad Arco.
Il titolo, Eco dal confine, sintetizza tutto questo. Un ossimoro prezioso che coniuga due termini opposti. L’eco è metafora, di spiriti e di memorie. È intangibile. Sconfina. Attraversa. Si propaga. Il confine, invece, è qualcosa di netto, di fisico. È preludio di un’opposizione: tra vita e morte, tra umano e artificiale, tra analogico e digitale, tra passato e futuro. E mentre il visitatore attraversa il silenzio del sottosuolo, ciò che resta non è soltanto l’immagine delle opere, ma la sensazione inquieta che ogni materia – come ogni memoria – continui segretamente a trasformarsi.


Articolo pubblicato sul numero 306 (estate 2026) della rivista Segno.
