Sembrerebbe che la più parte dei critici – fatti salvi i miei compagni di scrittura – cospirino per rendere misteriosa la loro materia, mantenendola sempre a una certa distanza dal suscitare un vago interesse, a una distanza enorme dal suscitare un interesse profondo. Per tale ragione ho sempre cercato di limitare il più possibile il ricorso a un linguaggio specialistico, coi suoi voli pindarici e i suoi termini astrusi.
Per quest’ultima mostra di Salvatore Fratantonio che, come il titolo stesso suggerisce, raccoglie opere degli anni Settanta del secolo scorso, tra spirito del tempo e suggestioni pop, sono stato invitato dall’artista stesso a fare un’eccezione. Salvatore mi ha chiesto di parlare di quella zona della sua pittura che sembra articolarsi secondo i modi della Pop art, sviluppando una serie di immagini lisce e continue in cui il colore è circoscritto dal disegno. Certo la Pop art è un riferimento tra i tanti: perciò, più che di influssi, è il caso di parlare di comuni suggestioni, riconducibili a quanto accadeva allora, per restare all’ambito lombardo – l’artista si era da poco trasferito in pianta stabile a Milano – a un Emilio Tadini o a un Valerio Adami; negli anni di piombo, coi morti nelle pubbliche piazze, la pittura non poteva più limitarsi a evocare: doveva raccontare. E quale strumento migliore del fumetto, del cartone animato? Intendiamoci, Salvatore rimane ancorato, come la cozza verghiana, al suo piccolo mondo di marine e fichidindia. E tuttavia le sue immagini risentono di una standardizzazione tipica del pop. Le arance, ad esempio, non sono figure mimetiche: se lo fossero, poggerebbero su un piano, o proietterebbero un’ombra. E i fichidindia non fiorirebbero in spiaggia, in riva al mare. Si tratta piuttosto, secondo una via già nota al filone del surrealismo biomorfo, da Mirò a Gorky a Matta, di sogni ricondotti a schemi, a elementi modulari.
Talvolta a veri e propri motivi architettonici, come in un dipinto in cui un ramo con due arance fa da pendant al crescendo della voluta di una chiesa: le arance inclinano verso il basso, fanno intuire un peso. Che subito viene negato dalla struttura di sostegno, sicché le spinte verticali, contrapponendosi, raggiungono un sintetico equilibrio. Il peso, come la materia, non esiste. E il cielo ha le medesime striature che in altre opere contraddistinguono il mare. Avviene, per dirla con le parole di Enrico Crispolti, una “possibilità di relazione”: i vari momenti di ogni singola opera, in luogo di permanere aggrovigliati come nella pittura informale, tentano di rapportarsi gli uni agli altri, di stringere legami reciproci. “L’accento”, precisa Renato Barilli in Pop art e oggetto – Artisti italiani degli anni Sessanta, “batterà, appunto, sul traliccio dei rapporti, e non sulla fattura delle singole immagini. Ci sarà una griglia grafica condotta a linee vaste e severe, che potrà essere campita con tinte piatte, con colori ‘industriali’, freddi, compassati, in tutto degni del clima dei mass media”. Dieci anni, o poco più: tanto durerà questo periodo della pittura di Salvatore. Che non tarderà a ritornare al tonalismo e alla materia degli esordi. Ma senza mai dimenticare, come attestano le opere su base fotografica dell’ultima stagione, quei palazzi o quelle arance: immagini di puro geometrismo in cui si avverte forse, come in una foto coeva che ritrae l’artista sullo sfondo di edifici ultramoderni, la sua incertezza e smarrimento dinnanzi a un mondo che non riconosce più.
Intervento per la presentazione della mostra

