Spillovers: Notes on a Phenomenological Ecology è un viaggio nella ricerca di questo artista sudafricano, che presenta un corpus di opere che ripercorre le principali serie realizzate negli ultimi dieci anni. Per l’occasione Chris Soal ha realizzato dei lavori site-specific.
La pratica scultorea di Soal è profondamente influenzata dal paesaggio del Sudafrica: cresciuto sulla costa del KwaZulu-Natal, dove trascorreva lunghe giornate sulla spiaggia, a sei anni si trasferisce a Johannesburg, una città costruita intorno all’estrazione dell’oro e segnata dalla scarsa considerazione per l’ambiente. La ricerca di Soal ruota intorno all’utilizzo di oggetti di scarto e di materiali effimeri o comuni, come stuzzicadenti, tappi di bottiglia, tondi di ferro, cemento, cavi per recinzioni elettriche, carta vetrata e altri materiali industriali. Il suo lavoro consiste nel ridare vita a materiali che altrimenti avrebbero perso un’utilità, trasformandoli attraverso processi di aggregazione, combinazione ed erosione, conferendo loro delle qualità biomorfiche o che evochino fenomeni naturali e restituendo loro un nuovo valore e al tempo stesso ponendo l’attenzione su questioni ecologiche. L’artista insieme al curatore ha approfondito il concetto di spillover.
Come afferma lo stesso Soal, «Nel mio lavoro, spillover descrive ciò che accade quando le logiche industriali e organiche collassano l’una nell’altra. Il tappo di bottiglia si comporta come una squama, o come un ibrido tra intestino e cervello, radice e vite; lo stuzzicadenti come pelo o corallo o fungo, la carta vetrata come formazione geologica o pelle». L’artista deborda e si lega alla tracimazione o salto di specie: la materia oltrepassa la sua funzione originaria e i suoi confini fisici e percettivi. Le opere si connotano in un limbo sospeso tra dimensione generativa e catastrofica, tra decadimento e rinascita.Varcando la soglia della mostra, si avverte subito la sensazione di essere parte di un dialogo silenzioso con la materia, che sembra respirare e restituire la memoria, la storia e il vissuto di Chris Soal, fino a condurre lo spettatore a un’epifania insieme tattile e visiva. Si palesa un sottile gioco di illusione ottica tra realtà naturale e finzione: il tranello si svela dopo aver letto i materiali nelle didascalie o osservando le opere da vicino. Forse l’artista vuole proprio suggerire questa assenza di confine tra l’artificio umano e la natura, due parti della stessa medaglia.






Nell’opera L’Ascensione in Divenire, la percezione si rinnova a ogni sguardo: da lontano evoca una spugna di mare o un fungo, ma avvicinandoci l’opera sembra subire una metamorfosi, rivelando una superficie che richiama il pelo animale o artificiale. È come se mutasse pelle e forma sotto i nostri occhi, in una tensione o ibridazione tra stato naturale e industriale. Come ricorda il teologo Joseph Ratzinger (ex Pontefice Benedetto XVI), l’ascensione non è un semplice movimento verso l’alto, ma un passaggio ontologico, cioè un mutamento di stato dell’essere. Evocando una dimensione mistica e trascendente, l’ascensione diventa così passaggio dalla materia allo spirito, dall’oscurità alla luce, dal limite all’infinito. Non è un riferimento casuale, se si considera che l’artista è cresciuto all’interno di una comunità battista, dove la dimensione spirituale era centrale, e che il suo vissuto nella capitale romana, una città pervasa da stratificazioni sacre e simboliche, sembra aver amplificato la tensione verso l’alto. Soal cerca di superare i limiti del possibile: perché l’opera oltre a trasformarsi, dialoga e cerca un’armonia con lo spazio che l’accoglie, elemento costante nella sua ricerca.
Nell’opera La Resa che Prevale, è come se osservassimo la struttura eteromera di un lichene: da lontano si distingue per lo stacco cromatico e di forma rispetto alla corteccia dell’albero su cui cresce, ma avvicinandoci la percezione muta e la complessità si rivela in tutta la sua precisione organica. Allo stesso modo, nell’opera di Soal, l’esperienza emozionale e l’immaginario dello spettatore mutano in maniera sostanziale a seconda della distanza da cui la si osserva. Per l’artista, il processo creativo nasce da una collaborazione con la materia, in cui il suo impulso ideativo sembra essere quasi guidato, orientato e condotto dalla materia stessa, come in una danza simbiotica, fino a generare stupore per le potenzialità di essa e meraviglia per le direzioni inimmaginate in cui lo conduce. Una peculiarità che richiama il pensiero del suo maestro sudafricano William Kentridge, secondo il quale l’atto di creazione porta con sé il ricordo di ciò che è stato e il potenziale di ciò che potrebbe diventare.
Nell’opera Il Diluvio Implacabile, il titolo stesso rimanda alle piogge improvvise di Johannesburg, violente e repentine. La materia dei tappi di bottiglia assume un carattere viscerale, macabro e perturbante: è come se osservassimo un intestino srotolarsi al suolo o le sagome contorte e aggrovigliate di serpenti che si intrecciano e sguisciano sotto lo sguardo. Rimanendo legati alla centralità dell’acqua, nell’opera Un’architettura di Logoramento, Johannesburg appare come una cattedrale del deserto, dove nulla è naturale e le montagne non sono geografiche, ma accumuli di scarti provenienti dalle cave d’oro, che si sciolgono quando piove. L’opera rievoca un nido roccioso di termiti, come se le sculture fossero autogenerate, in osmosi profonda con la natura. Si delinea così un vero e proprio camouflage materico: la materia artificiale si mimetizza con la vita, ricreando la percezione di forme naturali. Dello stesso materiale, ma con un esito diverso, è l’opera Deterioramento, che potremo definire un bassorilievo, come spiega Biasini Selvaggi, dove emergono alberi che sembrano nascere dalle rocce africane. Su una serie di dischetti di carta vengono impresse, come membra, tre immagini ispirate al paesaggista novecentesco sudafricano Jacobus Hendrik Pierneef.

In ultima analisi, per Gaston Bachelard, la materia immaginata e lavorata dal pensiero umano porta con sé la traccia dei nostri desideri e delle nostre memorie. L’artista rielabora le immagini naturali e archetipe, tratte dalla propria memoria o dall’inconscio, ricostruendole e plasmandole in una nuova realtà simile e dissimile dal vero. Bachelard parla anche di una vita interiore della materia, che l’artista risveglia attraverso il gesto creativo e Soal sembra incarnare pienamente questo concetto. Le opere ricompongono il mosaico biografico dell’artista e rivelano l’elemento essenziale della sua poetica scultorea: la vita come un flusso di continue trasformazioni. Se l’evoluzione per CharlesDarwin è un accumulo di variazioni casuali, per Henri Bergson è un flusso dove ogni forma contiene già il germe di un’altra: uno slancio vitale, élan vital, un impulso creativo imprevedibile che attraversa e trasforma la materia in continuazione e la fa evolvere e trasmigrare in nuove forme. Trasmigrare, dal latino: passare da un luogo a un altro, oltrepassare uno spazio o una condizione, o μετεμψύχωσις (metempsýchōsis), nel pensiero pitagorico, rimanda alla reincarnazione o passaggio dell’anima. Ma Soal compie un gesto radicale: restituisce un’anima a ciò che ha perduto memoria, risvegliando la materia dal suo silenzio. Nelle sue mani, lo scarto industriale si trasforma in organismo, in forma viva e pulsante. La sua opera è un esempio perfetto di élan vital artistico: un atto di rigenerazione, in cui la vita rinasce dalla materia e la materia, a sua volta, si fa vita.


Chris Soal
Spillovers: Notes on a Phenomenological Ecology
MAXXI, Roma
Dal 19 ottobre al 27 novembre 2025

