David Aguacheiro, ‘Take Away’, 2018. Liverpool Biennial 2023 at Open Eye Gallery. Courtesy of Liverpool Biennial. Photography by Mark McNulty (2)

Biennale di Liverpool, “uMoya: The sacred Return of Lost Things”

Immaginare il futuro dopo la catastrofe colonialista, è il tema della 12° edizione della Biennale di Liverpool, visitabile fino al 17 settembre 2023.

La Biennale di Liverpool rappresenta la più grande esposizione di arte contemporanea del Regno Unito. Dal 1998 coinvolge ogni due anni artisti nazionali e internazionali, ospitati in molteplici contesti formali e informali, in spazi storici e culturali, gallerie e musei della città. 

Arricchita da un coinvolgente Public Program, l’edizione dell’anno 2023 è intitolata “uMoya: The sacred Return of Lost Things”, a cura di Khanyisile Mbongwa. La parola ‘uMoya’ è di origine isiZulu e significa spirito, anima, respiro, aria, vento, temperamento e clima. Queste parole riassumono l’obiettivo principale del progetto curatoriale. Un elemento caratteristico di Liverpool è infatti il vento, che è sinonimo del transitorio, dell’inafferrabile e nell’esposizione corrisponde ad un passato inevitabile che ha conseguenze catastrofiche sull’oggi. In riferimento allo storico scenario colonialista che coinvolse nel XVIII secolo Liverpool, città dalla cultura eclettica, la mostra si rivela essere una provocazione, una sorta di guida per ridisegnare il futuro attraverso la voce di coloro che sono stati messi a tacere o dimenticati. 

I 35 collettivi e artisti invitati per questa edizione interpretano la loro presenza nel mondo attraverso diverse pratiche di emancipazione, una sorta di catarsi per sentirsi finalmente esseri vivi. Appellandosi a forze ancestrali gli artisti presenti alla Tate di Liverpool tracciano le linee del passato nel tentativo di creare nuove possibilità per il futuro. Ad esempio Shannon Alonzo (St. Joseph, 1988) incide, cuce e modella nel tentativo di ridisegnare il legame tra il passato e il presente della comunità caraibica. Nell’installazione “Washerwoman” (2018), una donna anonima giamaicana, ispirata a una fotografia di J. W. Cleary del 1890, veste molteplici strati di stoffa a indicare il peso del tempo; cucendoli l’artista ricerca una connessione con gli antenati. Alonzo nell’ex cotonificio Cotton Exchange esplora, tramite azioni, la pratica ritualistica del Carnevale di Trinidad: disegna, cancella e riscrive incarnando la natura del tempo e arrivando ad una maggiore comprensione del sé relazionato agli altri. La connessione con la propria comunità è sperimentato anche dall’artista Nicholas Galanin (Stika, 1979) nel video “Still from k’idéin yéi jeené (You’re doing such a good job)”, che in lingua indigena Lingít esprime frasi d’amore a discapito dei traumi generazionali inflitti dal colonialismo.

Guarire dai traumi del passato e dai conseguenti echi che persistono nel presente, è un tema affrontato dall’artista Binta Diaw (Milano, 1995) che espone alla Tobacco Warehouse l’opera “Chorus of Soil”. Concepita come spazio della memoria di quanti hanno perso la vita nella traversata dell’Atlantico nel XVIII secolo, l’installazione è la riproduzione in scala quasi reale, in terra e semi, della sagoma della nave negriera Brooks. Privata della sua funzione originaria, l’imbarcazione diventa un luogo del mutamento attraverso la guarigione. Il concetto è enfatizzato dall’accompagnamento sonoro di voci stratificate che recitano un ciclo di poesie sull’omicidio di oltre 130 africani a bordo della nave degli schiavi Zong, nel 1781.

Alla Open Eye Gallery gli artisti rievocano le conseguenze della violenza coloniale nelle operazioni estrattive e nella distribuzione di risorse naturali. David Aguacheiro (Maputo, 1984) in “Take Away” mette in discussione l’etica del commercio di beni di consumo, tramite fotografie di corpi nudi, spogliati non solo delle loro risorse ma anche della loro dignità e identità.

Il tema identitario è indagato anche da Belinda Kazeem-Kàminski (Vienna, 1980), al FACT, nell’opera “Respire”. In collaborazione con il sound artist Bassano Bonelli Bassano, la videoinstallazione allude ad uno spazio di libero respiro, per sé stessi e per gli altri, nonostante il peso della storia. È infatti nella collettività che si presenta l’opportunità di indagare l’individualità e il proprio posizionamento nel mondo.