Bias, Marco Rossetti. ph. Ciro de Vita

BIAS. L’arte di Marco Rossetti tra visioni frammentate e prospettive distorte

Le occasioni di confronto e di ibridazione tra le differenti sfere della creatività contemporanea sono ormai una pratica piuttosto diffusa, che permette di intercettare collegamenti tra tendenze artistiche parallele e di stimolare interessanti dialoghi a più voci.

È in questo clima dai contorni labili che si inserisce l’iniziativa dello studio di architettura DeVITALAUDATI di Firenze, che ha aperto il 2020 con un programma di esposizioni personali e collettive in cui invitare gli artisti a un dialogo ravvicinato con il mondo del design contemporaneo, al fine di instaurare un confronto e una condivisione di intenti che porti all’ideazione e alla creazione di inediti oggetti dal peculiare design artistico.

Il primo appuntamento che dà il via alla serie di mostre programmate per quest’anno è “BIAS”, mostra personale di Marco Rossetti, artista campano, classe 1987, che vive a lavora da anni nel territorio fiorentino.

Partendo dal titolo della mostra, l’artista ci propone un immediato ulteriore confronto, quello con l’ambito specifico della psicologia: il BIAS rappresenta infatti una particolare forma di distorsione della valutazione causata da forme di pregiudizio, normalmente insite in ciascuno di noi.

La serie nasce infatti proprio da un lavoro di collaborazione con alcuni psicologi, attraverso l’analisi di avvenimenti di Bias in vari pazienti con diversi casi clinici. 

Ecco che allora l’arte, il design, l’architettura e, non ultima, la psicologia vengono chiamate in causa in una mostra silenziosa e intima, dove l’artista lascia ad ognuno la libertà di vedere quel che vuole vedere, o meglio, di riportare alla mente scampoli di memorie sopite, quand’anche lontane anni luce dai frammenti fotografici proposti in mostra.

Quelle presentate da Marco sono “sculture fotografiche”, che provano a dare peso e materia a brandelli di ricordi personali, legati ad un universo familiare privato, fatto di immagini in bianco e nero, di figure a metà, di paesaggi spezzati, che, mostrati in queste vesti, si offrono alla portata di tutti e di nessuno. 

Le cornici spezzate, pur andando a creare una piacevole e lineare composizione estetica, tradiscono in realtà dei momenti di disconnessione nel processo innescato dalla memoria fotografica, un cortocircuito che interrompe la visione normale e impone una pausa, permettendo al fruitore una certa libertà di interpretazione.

Nella serie che mostra parti di un bosco innevato è possibile infatti riconoscere gli elementi tipici di un paesaggio montano, così tipici da essere universali e personali allo stesso tempo; per ciascuno, quel paesaggio può rappresentare, infatti, un intimo luogo della memoria, magari legato alle passeggiate sulla neve da bambini, e, immediatamente, il ricordo connesso a quell’immagine è compromesso, perché correlato a una forma di pregiudizio dettata da concetti e sensazioni preesistenti e fortemente soggettive.

Così per la serie di sette fotografie in cui si intravedono presenze umane in situazioni quotidiane, seppur non chiaramente contestualizzabili, dove figure di donne, uomini e bambini, sviscerate da un archivio remoto, perdono i volti e, quindi, ogni possibilità di connotazione e di identificazione. 

La decisione dell’artista di recidere il volto, di celare così le identità delle persone immortalate, corrisponde a un’esigenza di oggettività, che in realtà determina una condizione di soggettività, in cui ognuno riesce ad attribuire a quelle figure senza volto una specifica personalità legata al proprio mondo interiore.

I concetti di tempo e di memoria giocano qui un ruolo di primaria importanza, laddove ogni frammento di foto diviene un tassello di infinite storie personalissime, che scatenano a loro volta interpretazioni e valutazioni altrettanto personali e ciascuna di esse plausibili.

Accanto alle serie fotografiche, Marco Rossetti ha inoltre ideato per l’occasione due oggetti dal design molto particolare, i cui nomi rimandano esplicitamente a episodi della mitologia classica: Narciso e Pandora.

Si tratta di due semisfere che, nascendo come manufatti funzionali, perdono in realtà la loro specifica funzione di specchio (per Narciso) e di tavolino (per Pandora) mediante l’intromissione di elementi di disturbo; come nel caso dell’utilizzo di fascette di plastica, che in Pandora rendono inutilizzabile il tavolino, oppure la disposizione orizzontale anomala dello specchio in Narciso, che rende difatti impossibile l’attività dello specchiarsi.

Marco Rossetti, Narciso e Pandora. ph. Ciro de Vita
Marco Rossetti, Narciso e Pandora. ph. Ciro de Vita

L’arte di Rossetti scava a fondo nella memoria personale e collettiva dell’uomo, confrontandosi con il design, la psicologia e la mitologia classica, in un gioco di rimandi e parallelismi in cui i punti di vista e i confini risultano sbiaditi e la consapevolezza del dato certo è messa in discussione dall’incertezza e dalla relatività della componente soggettiva.


BIAS, mostra personale di Marco Rossetti
21 febbraio – 03 aprile 2020 
DeVITALAUDATI architetti, Via delle conce 39 r | 50122 Firenze