Luigi Citarrella

Alla ricerca di un ideale: Luigi Citarella

“L’archeologia non sarà più studiata nei marmi o nei bronzi, ma sopra i corpi stessi degli antichi, rapiti alla morte, dopo diciotto secoli d’oblio”. Così dichiarava ormai due secoli fa Giuseppe Fiorelli, l’archeologo che, a Pompei, anziché saccheggiare le tombe in cerca di preziosi, organizzò gli scavi in modo sistematico e soprattutto ebbe un’ottima pensata: prendere i calchi dalle vittime dell’eruzione del Vesuvio. La sua intuizione era semplice e geniale; consisteva nel colare gesso liquido nel cavo lasciato da uomini e donne intrappolati dalla cenere vulcanica. Quando il primo corpo venne alla luce, dovette dominare lo sgomento: quasi tutti gli abitanti di Pompei erano infatti morti rannicchiati, come per proteggersi, in posizione fetale, o recavano piuttosto arti contratti da violente contorsioni. Il calco evocava la realtà. La rendeva leggibile, evidente, sebbene sviluppata in superficie: la materia, una volta perduta, non si può recuperare. È questo, a pensarci bene, l’assillo di chiunque realizzi una scultura. Un assillo risolto, nell’opera di Luigi Citarrella, attraverso un processo di astrazione: come forme scampate all’eruzione di un vulcano, le sue statue bianche, dalla superficie sovente scabra e respingente, rappresentano uomini, donne, “ragazzi di vita” spaesati come i luoghi da cui sono sottratti: i colori sono rimasti lì, nelle strade colme di odori, di rifiuti e di carcasse abbandonate; strade in cui la vita fermenta, ma a patto di non sconfinare, di non passare il recinto in cui il potere trionfa, limitando le aspirazioni degli ultimi e dei diseredati. Grazie al lavoro di Luigi, il bimbo sulla Vespa, la ragazza dalla testa di motore assediano, con il loro silenzio, il nostro campo visivo. Non hanno apparenza né bellezza per farsi desiderare: non sono forme pure, oggetti di contemplazione. Sono soltanto corpi vuoti, involucri strazianti: alla ricerca di un Ideale.

Una domanda che ti avranno già fatto tante volte: quando e come hai iniziato a scolpire?
È una domanda cui rispondo sempre con piacere: è bello ricordare le circostanze in cui tutto ha avuto inizio. I primi passi verso il mondo della scultura sono iniziati dai banchi del Liceo artistico, dove fui subito notato per le mie doti dall’insegnante di scultura; infatti, dopo poco tempo, mi propose di fare pratica presso il suo laboratorio e io accettai subito. Ero molto felice, trascorrevo la mattina a scuola e il pomeriggio in studio a lavorare. Sicuramente è stata un’esperienza molto importante e impegnativa. In estate, durante le vacanze scolastiche, mi trasferivo a Mazara del Vallo per continuare a tempo pieno il mio apprendistato presso una fonderia. Ricordo ancora il tempo trascorso sul treno che mi portava da Palermo a Mazara; in quei momenti pensavo a un futuro vissuto in pienezza con l’arte e sognavo di essere il più grande artista: pensieri felici di un ragazzino di quattordici anni. Questo periodo di formazione è durato per circa dieci anni; poi, senza strappi, mi decisi a seguire la mia strada. Sarò sempre grato al mio insegnante di scultura per la grande opportunità che mi ha dato: è stato il primo ad innescare la scintilla da cui dentro di me è nato un fuoco che arde ancora. Dopo il diploma, mi iscrissi alla scuola di scultura in Accademia, dove si è formato il mio linguaggio.

La prima mostra cui hai partecipato?
La prima mostra cui ho partecipato, Pensiero del Fuori, si è svolta nel 2010 alla Vignicella, l’ex manicomio di Palermo. La sede della mostra mi ha ispirato la scultura a grandezza naturale di un uomo che tiene in equilibrio con la testa un teschio. Volevo rappresentare il bilanciamento tra la vita e la morte, il razionale e l’irrazionale, cui era costretto chi abitava quelle stanze.

A quell’altezza ti eri già perfezionato nella tecnica del calco? 
Sono quasi trent’anni che utilizzo questa tecnica e mi diverto ancora! La tecnica del calco nasce nel momento in cui si modella l’argilla; è un mezzo di passaggio che ti permette di trasformare la tua idea in un altro materiale, dal più comune al più pregiato.

Nei tuoi primi lavori il colore ha sempre giocato un ruolo essenziale: a cominciare dal bianco.
Colore freddo e asettico, il bianco è un chiaro accostamento alla statuaria classica…

Sì: alle sculture greco-romane per come ci sono pervenute. Ma sappiamo benissimo che esse in principio erano cariche di colori sgargianti. A me il bianco delle tue opere ha sempre fatto pensare alla calce che si cosparge sulle vittime di una catastrofe, per frenarne la decomposizione.
Forse hai ragione. La scultura è un monumento all’immortalità. Congelate nel loro ultimo respiro – come accade, ad esempio, nelle mie Nature morte – le figure vivono, superando gli angusti limiti del tempo…

Difatti il commercio con la morte non esclude la pietà. Con una predilezione per i vinti della storia.
Il mio ultimo ciclo, Alla ricerca di un ideale, si concentra sugli abitanti delle periferie. È una riflessione sull’abbandono, della gente e dei luoghi: un’orgia di cinismo che il potere esercita sugli ultimi schiacciandone le aspirazioni. 

Tra le vittime, accanto agli uomini, troviamo gli animali.
Il ciclo Qorban, che in ebraico significa sacrificio, è quello che maggiormente si avvicina alla domanda che mi poni. Come le offerte al Dio del Levitico, anche i miei animali – appesi e adornati con dei fiori – sono vittime espiatorie. La loro morte ci rammenta le nostre molte colpe, da cui, a differenza di quanto accadeva nell’Antico Testamento, non siamo liberati. E tuttavia l’assenza di corruzione, quasi si trattasse di animali imbalsamati in un rito funerario, è un esorcismo della morte.

Nel bel presepe che hai realizzato anni addietro per la galleria Rizzuto di Palermo, riproposto lo scorso natale, il bue e l’asinello non ci sono: protagonista è l’uomo.
Rappresentando al centro la Madonna in attesa di partorire e un Cristo che non abbiamo mai visto ma attendiamo, ho voluto rappresentare l’intero genere umano, e il suo desiderio di riscatto.

La Vergine finirà per partorire?
Sì certo. Ma ci vuole pazienza.

E la scultura? Quale il suo ruolo in un mondo sempre più virtuale?
Il virtuale non mi preoccupa affatto. La scultura è un’arte naturale. Credo che la scultura e il virtuale possano tranquillamente convivere senza andare in conflitto.

Artisti come Jago sono riusciti, attraverso un sapiente uso dei social, ad attrarre l’attenzione su quest’arte bistrattata… Il futuro è degli influencer, o vi è ancora spazio per la critica?
Jago va fortissimo sui social, e non c’è niente di male. Credo giusto che ognuno sfrutti al meglio i suoi punti di forza. Quanto a me, vivo nella speranza che la critica trionfi, riconquistando il ruolo di mediazione che le è proprio.

Hai visto Don’t look up, l’ultimo film con Leonardo Di Caprio? Avere ragione non basta…
La società odierna, lo sappiamo, non si concentra sull’essere quanto sull’apparire. Ma l’arte non parla solo al presente. È normale che a comprenderla ci si metta un po’.    

Quale rapporto intrattieni con la committenza, e il mondo delle gallerie?
Per quanto riguarda la prima, non lavoro su commissione. Mio unico obiettivo è portare avanti la mia ricerca artistica. Per quanto riguarda invece le seconde, contano soprattutto il rispetto e la fiducia. 

Tu che insegni all’Accademia, che consiglio daresti a un giovane che si accosti alla scultura?
Superare i propri limiti. È il limite che forma lo scultore.

Mi avvio alla conclusione: la mostra più stimolante cui tu abbia mai partecipato?
La Biennale di Venezia. Avevo trentatrè anni ed è stata, sinora, l’avventura più bella della mia vita: un sogno diventato realtà.

E quella che invece non sei riuscito a realizzare?
La prossima che realizzerò!