La nuova installazione filmica, presentata in anteprima mondiale nelle rinnovate Fruttiere, nasce proprio dall’incontro tra lo sguardo visionario dell’artista britannico e la forza simbolica della villa manierista di Giulio Romano. Qui, tra affreschi che sfidano la prospettiva e architetture che sembrano muoversi sotto l’occhio dello spettatore, Julien costruisce un racconto sospeso tra mito, ecologia e immaginazione filosofica, affidando alle interpreti Sheila Atim e Gwendoline Christie il ruolo di figure ultraterrene che attraversano tempi e spazi differenti alla ricerca di un nuovo modo di abitare il mondo.
Al centro del film c’è Palazzo Te come vero e proprio interlocutore. Le sue sale – dalla vertiginosa Sala dei Giganti alla più intima Camera di Psiche – si fanno organismi sensibili, superfici che rispondono al passaggio delle protagoniste e ne amplificano i gesti. In questa geografia affettiva, ogni ambiente partecipa alla metamorfosi, facendosi portatore di memorie e tensioni. La villa stessa, pensata da Federico II Gonzaga come laboratorio di sperimentazione, appare a Julien come una soglia visionaria, un luogo in cui le forme sembrano preannunciare un futuro post-umano. Il viaggio delle protagoniste si estende poi oltre Mantova, intrecciando architetture che moltiplicano le modalità del cambiamento. La Cosmic House di Charles Jencks, con il suo linguaggio postmoderno, introduce ironia e deviazione; la trasparente abitazione di Richard Found nei Cotswolds apre a un’idea di corpo e paesaggio come materia permeabile; il padiglione progettato da Herzog & de Meuron per la Kramlich Collection fa del tempo dell’immagine un territorio da attraversare. E, infine, la capsula Apollo di Timothy Oulton, posata tra le redwoods californiane, ricorda che ogni trasformazione è anche un salto nel buio, un ritorno alla domanda su cosa significhi abitare la Terra.
Il dispositivo a dieci schermi disarticola la linearità narrativa, costruendo un linguaggio fatto di simultaneità, interferenze e sovrapposizioni. Le protagoniste compaiono e scompaiono tra le diverse superfici, come se l’immagine stessa fosse un organismo in trasformazione. I loro dialoghi – ispirati a Octavia E. Butler, Donna Haraway, Naomi Mitchison, Ursula Le Guin e Carlo Rovelli – mettono in piedi una sorta di dialogo in movimento: frammenti che riflettono sulla crisi del presente, sulle forme di una possibile convivenza moderna e su ciò che può emergere quando l’umano rinuncia a essere il centro. Il paesaggio naturale, soprattutto quello delle foreste di sequoie in California, introduce un’altra dimensione del racconto, quella della vita più che umana. Organismi marini, insetti, muschi, licheni, animali in fuga dagli incendi, costellazioni e apparizioni cosmiche dialogano con gli spazi architettonici e li mettono in crisi. In questa costellazione visiva, il mondo appare come un insieme di temporalità divergenti che si toccano senza mai coincidere del tutto. La metamorfosi diventa così un invito etico prima ancora che estetico. Se “tutto ciò che tocchi cambia, e tutto ciò che cambia ti cambia”, come affermano le protagoniste, allora la sopravvivenza non può più essere pensata come dominio, piuttosto come relazione trasformativa. È una riflessione che si nutre delle teorie postumaniste ed ecologiche, ma che trova nel linguaggio filmico di Julien la sua forma più diretta: un cinema riconfigura il mondo mentre lo osserva.
Come accade sovente nel lavoro dell’artista, anche nel caso del film presentato a Mantova la memoria delle sue opere precedenti affiora per convergenza. La polifonia temporale di Ten Thousand Waves, la frammentazione specchiante di Lessons of the Hour, la riflessione critica su museo e identità di Once Again… (Statues Never Die), gli elementi tipici della poetica di Julien riecheggiano in forma rinnovata, come se All That Changes You fosse una sintesi cosmologica delle sue ricerche. Ma questa volta lo sguardo si allarga oltre l’umano, interrogando la Terra come luogo di co-esistenza e non di appartenenza. Nel dialogo tra Giulio Romano e il futuro, tra arte, filosofia e biologia, Julien costruisce un’opera che interroga il presente senza cercare soluzioni. Chiede allo spettatore di sostare nella complessità, di accettare che ogni forma – architettonica, vivente, affettiva – sia sempre in divenire. In questo tempo sospeso, Palazzo Te diventa un laboratorio di possibilità: un tempio manierista che si trasforma in stazione cosmica, una rovina fertile in cui immaginare ciò che ancora deve esistere. La metamorfosi come condizione stessa del vivere.
