Il progetto si inserisce nel percorso di rinnovamento culturale e museografico guidato dal Presidente Michele Spallino e dal Direttore Salvino Leone con la supervisione scientifica di Franco Toscano e il coinvolgimento di un team interdisciplinare. La progettazione delle nuove dotazioni è stata affidata a Dotdotdot.
Il Museo Naturalistico Minà Palumbo, ubicato a Castelbuono -che accoglie un altro gioiello prezioso, il Museo Civico- è per l’appunto dedicato a Francesco Minà Palumbo, considerato da molti il “Leonardo delle Madonie”: figura dal multiforme ingegno, medico, scienziato, entomologo e illustratore scientifico dell’Ottocento.
Nel museo, che ha la sua sede nello splendido complesso di San Francesco, non soltanto due diorami digitali per entrare nel Parco delle Madonie e per scoprire la Manna, ma ecco, una dietro l’altra, sale dedicate a biodiversità, entomologia, zoologia, mineralogia, malacologia, paleontologia e archeologia. La novità assoluta è costituita dalla Pinacoteca curata da Francesco Piazza in cui l’arte contemporanea torna a esprimere la propria voce sui temi di natura e di sensibilità ecologica.
Scrive Piazza: “Questa Pinacoteca si configura come un luogo di esplorazione e riflessione profonda, dove il rapporto con la natura supera la mera rappresentazione visiva per trasformarsi in una ricerca stratificata che intreccia storia, materia e pensiero. L’ispirazione fondante trae linfa dell’eredità intellettuale di Francesco Minà Palumbo. Medico, scienziato e naturalista, la sua visione della conoscenza come sorgente inesauribile, capace di restituire complessità all’osservazione del reale, risuona oggi come un appello all’indagine consapevole e rispettosa”.
Ma andiamo a percorrere velocemente la nuova Pinacoteca del Minà Palumbo e soffermiamoci sulle opere degli artisti in collezione.
Ad accoglierci è il vibrante tessuto sonoro di Laura Pitingaro che intreccia il respiro dei boschi con le voci arcaiche della processione di Sant’ Anna, patrona di Castelbuono; nella stessa sala una grande opera di Maria Vinci, un albero della vita-Mater Universalis che mi ha ricordato il famoso assunto di Platone “l’uomo è una pianta celeste”. Segue poi il duo Fonte & Poe, costituito da Alessandro Fonte e Shawnette Poe, sempre attenti a decifrare e a reinterpretare il dato culturale, religioso, antropologico, rituale di ogni luogo: qui gli artisti dialogano con otto rapaci imbalsamati della stessa collezione Minà Palumbo, in un’insolita fabulazione, generando nello spettatore un senso di disambiguazione e smarrimento emozionale, ed invitandolo ad una ricalibrazione del rapporto uomo-natura. CCTVYLLE di Gianluca Bonomo Gallery , diviene autentico input di mondi di bizzarria e proliferazione, di fantasticherie beffarde: il segno deciso dà vita a creature ornitomorfe che paiono scandire il gioco ritmico ed universale di una partitura. C’è poi la pittura dei luoghi dell’anima di Samantha Torrisi, dove ogni fronda, ogni squarcio di cielo, ogni terreno calpestabile diviene una preghiera, palpita di un respiro mistico e nebbioso.
La denuncia di Alessandro Di Giugno contro la ferita inferta alla Bellezza dei Luoghi, contro il più barbarico degli atti, l’incendio doloso, trasmuta in uno sguardo sincero e innamorato che rivela l’interiore forza di sanazione e di autorigenerazione della natura. Nell’opera di Federica Bartoli, la celebrazione della mater-matter, della natura nel suo aspetto più concreto e fisico, si estrinseca in una generosa risonanza coi due elementi femminili per antonomasia, la terra e l’acqua riportandomi sorprendentemente alla memoria un verso di Mariangela Gualtieri “io non sono mai tutta, io appartengo all’essere e non lo so dire”. La fotografia satellitare di Max Serradifalco riesce a captare il corpo della Terra e ce lo restituisce nella sua vibrazione più pura, nel suo respiro immortale; catene montuose, ampie superfici d’acqua, fiumi che paiono vene e arterie, perdono la loro condizione di configurazione fenomenica del mondo e ci invitano ad approdare ai nostri paesaggi interiori. Sublimi sempre le visioni fotografiche di Alessandra Calò che sembra disvelare la grazia misteriosa in ogni cosa, qui in una ardente sinfonia tra immagine e parola. Per Demetrio Di Grado l’unica salvezza è il fondamentale ritorno alla natura; nell’ormai noto linguaggio dell’artista che commistiona bellezza patinata, ispirazione poetica e comunicazione fulminea, Gea, la Dea, la Madre è pensiero mitico ed energia primordiale di guarigione.
Ecco le alchimie fotografiche di Gianni Eros Cusumano ed i suoi positivi diretti su vetro realizzati con la tecnica del collodio umido: sono, quelli di Cusumano, fascinosi universi di panica compenetrazione con la natura, una bruciante suggestione dell’Et in Arcadia Ego. E poi la meditazione lenta, cangiante di Giovanni Gaggia, con il suo mistico giglio dischiuso, fragile e fiammante al tempo stesso, un simulacro d’oro su di un tessuto rosso rubino. Cetty Previtera ci dona un exemplum della sua pregevole ricerca pittorica; la materia cromatica è magnifica, la dolcezza dei verdi, la freschezza degli azzurri, la voluttà dei viola, il battito selvaggio del giallo oro, ci restituiscono la natura come corpo divino. Giuseppe Vassallo recupera tutta la crudele ed incantevole bellezza del Memento Mori, le restituisce la sua essenza di lampo, di apparizione che ha il suo segreto più voluttuoso e fatale nella fragilità. Piero Roccasalvo RUB arriva, con sensibilità eroica, sin nel cuore del mito, in un’epoca lontana, abitata da creature selvatiche, fitomorfe, zoomorfe, rinvenendo la crisi dell’uomo contemporaneo nell’esilio dall’immedesimazione con la natura. Ad universi fascinosi e sommersi fa riferimento Michele Bono, ispirato dalle spugne marine (che era solito osservare da bimbo nel litorale antistante l’isola Ferdinandea): l’artista traspone nella terracotta, come candidi vessilli e rifugio di giovinezza, le sensuose circonferenze di quelle. L’ibridazione è il congegno poietico cui fa riferimento Roberto Amoroso, il quale abilmente seziona e ricompone con occhio stregonesco codici archetipici e mitologici invitandoci a penetrare la soglia del mistero. Un pò erbario, un po’ metamorfosi, l’opera proposta da Regine Hildebrandt, sprigiona una rima, stilla tutta la luminosa bellezza della natura rivelandone un’insondabile legge per la quale una geometria, un segno, si manifestano moltiplocandosi e generano uno spettacolo sempiterno.







