photo courtesy Sveva Angeletti

A Place Of One’s Own: diciassette artisti in esposizione da Andrea Festa Fine Art

Andrea Festa Fine Art, Lungotevere degli Altoviti 1, Roma, ha inaugurato il 6 febbraio 2022 la collettiva di artisti internazionali per la prima volta in esposizione nella Capitale.

Raggiungere questo spazio espositivo è già di per sé un’esperienza privilegiata: posto al centro di Roma, l’elegante home gallery di Andrea Festa si trova sul Lungotevere, a pochi minuti da Campo de’ Fiori e dalla Fontana di Trevi. I dipinti presenti hanno un ritmo, una vibrazione e un suono: ascoltando la mostra in corso si possono orecchiare elucubrazioni vivaci a un brunch intellettuale, discussioni animate nelle periferie di NYC e racconti onirici. In questa occasione le opere sovvertono l’abituale atmosfera seducendo il visitatore attento e obbligandolo a recuperare il gusto dell’ammirazione lenta. “Eleggendo la pittura a territorio di confronto estetico – scrive Davide Silvioli – A Place Of One’s Own raccorda le ricerche di artisti differenti per lessico e attitudini, intorno a una sensibilità comune nel modo di interpretare il paesaggio e il contesto domestico, come un riflesso della propria interiorità.”.

Le piante infestanti che si insinuano tra le fessure delle strade newyorkesi, creando nuovi pertugi, diventano muse sotto i riflettori di Michael Assiff (1983). Monocromatici steli e petali a grandezza naturale si elevano eterni nelle sue tele, come quelli lasciati crescere per negligenza fuori Manhattan. Assiff non nasconde un’ironica allegoria del cambiamento climatico: se l’aria continuerà a gonfiarsi di anidride carbonica, con buona probabilità le erbacce rimarranno a invadere la superficie terrestre, a differenza del destino della specie umana. La nuance che utilizza è il risultato di una ricerca sui colori Pantone usati nel design d’interni facendo così incontrare artificio e natura; i suoi meticolosi lavori, in plastica metacrilica sagomata e vernice al lattice, si fanno portavoce da una parte di una denuncia sociale su più livelli, dall’altra del riscatto e della resistenza della pittura stessa.

Elementi contraddittori posti sullo stesso piano e intimi spettacoli in scale ridotte sono il focus dei dipinti di Anne Buckwalter (1987), che tra le varie dimensioni della natura umana indaga il folklore olandese e l’identità femminile. I molti scenari statici ricordano talvolta gli ambienti e le pose dei personaggi di Tom Wesselman, atemporali e irrealistici; gli oggetti disposti nella tela in modalità apparentemente casuale invitano a cercare in autonomia il loro messaggio recondito.

La pratica artistica di Greg Carideo (1986) si è sviluppata verso ciò che fa parte del contesto metropolitano, soprattutto verso gli scarti o gli angoli meno raffinati della città. Scruta i materassi scartati fotografandoli, ingrandendo un dettaglio e stampandolo su tessuto dalla morbidezza seducente. L’artista è attratto in particolar modo dalle tende industriali, elementi questi che appartengono alla realtà urbana e segnano il tempo sbiadendosi. Scrive Carideo: “A volte appariscenti, di classe o orribili e sono ovunque a New York City. Le tende da sole possono dire molto su un posto. Spesso mostrano i segni di una città in via di estinzione.”.

Attraverso uno stile grottesco, tagliente e satirico, Michael Cline (1973) espone una ferrea critica sociale denunciando le spigolosità della vita in periferia. Sguardo voyeuristico, il punto di vista è sempre interno alla scena, come se spiasse da dentro uno specchio unidirezionale o vestisse i panni di una comparsa qualunque, talmente irrilevante da diventare invisibile. Riporta su tela, deformandole, immagini tanto ambigue quanto crude, memorie della quotidianità ai margini di una società che sembra aver abbandonato le periferie, facendo tornare alla mente maestri del calibro di Otto Dix.

photo courtesy Sveva Angeletti

Inquietanti associazioni visive articolano le tele dell’artista londinese Tom Harker (1990). I colori insaturi e acidi proiettano lo spettatore nella dimensione dell’allucinazione o del sogno lucido. Nei suoi lavori si incontrano ritagli di realtà insieme a steel di film, fotografie, accenni ai social media e rimandi alla storia dell’arte.

Nei suoi paesaggi, Ryan Nord Kitchen (1988) sembra aver rimosso ogni traccia del superfluo, maturando un segno poliritmico esasperatamente non descrittivo. L’artista incarna la ricerca dell’essenziale negoziando tra astrazione e figurazione grazie all’uso del colore, che non sempre avvolge l’intera superficie, lasciando sbirciare il lino di tanto in tanto. Evita il macro formato per fare in modo che l’incontro con i dipinti sia intimo e slegato dal concetto di spettacolarità, più interessato a condividere uno spazio di ricerca, che a mostrarlo.

Visi oscurati da figure biomorfiche, rappresentati attraverso colori vividi e linee molli, i dipinti di Kwabena Lartey (1995) sono un monito a non sorvolare sulle problematiche relative al contesto sociale in cui si è inseriti. Le tele di Lartey illustrano storie legate alla violenza della polizia contro le popolazioni afroamericane, fatti realmente accaduti e spesso minimizzati, per evidenziare la xenofobia presente ancora oggi.

Nei lavori di Yoora Lee (1990) narrazioni oniriche in morbide linee e tratti vagamente definiti colgono attimi velati della vita mondana, attraverso una trama non manifesta sembra che l’artista voglia indirizzare l’osservatore a valutare il piacere della sospensione di significato. Omaggio alla vita contemplativa, all’ozio e all’ingegno fertile, ogni tela è un racconto fantastico che non ha una lettura univoca ma nel quale è possibile orientarsi liberamente, grazie all’immaginario personale e collettivo. Nel leitmotiv stilistico di Lee si incontrano stratificazioni di ricordi personali insieme a immagini prese dalla tv e da internet. I segni brevi e nervosi a pastello esaltano la sensazione di trovarsi di fronte a un arazzo contemporaneo, confondendo ulteriormente lo sguardo.

La ricerca di Mevlana Lipp (1989) approfondisce il mondo vegetale e sonda le meraviglie naturali: l’artista analizza la psicologia delle piante, organismi cognitivi a tutti gli effetti che comunicano e governano gran parte del suolo terrestre. Forme fitomorfe dai colori bioluminescenti e in rilievo ligneo appaiono su un letto di velluto. La poetica di Mevlana Lipp si appella alla coscienza primordiale collettiva, cercando di sussurrare qualcosa che abbiamo ormai dimenticato e parlando attraverso codici linguistici non umani.

Animali, tessuti e interni casalinghi sono sotto i riflettori dei dipinti di J.J.Manford (1983), posti sulla tela come una serie di segnali che sembrano poterci indicare un percorso all’interno dei suoi scenari dai colori psichedelici. Non c’è traccia umana ma sono presenti indizi della sua presenza, come i cani domestici in posa e i rigogliosi fiori: forse i proprietari di casa stanno riposando nelle camere adiacenti o sono in procinto di tornare con altri bouquet lussureggianti? L’atmosfera è familiare, calma, le prospettive sono irreali e lo spazio-tempo nei salotti di Manford sembra sospeso, invitando a perdersi in questa visione nostalgica e straniante.

photo courtesy Sveva Angeletti

Gli still-life organici e mutevoli di Galina Munroe (1993) rendono omaggio all’orticoltura come mezzo per simboleggiare responsabilità condivisa e senso di appartenenza. Lo stile è disinteressato ai tecnicismi formali e quasi amatoriale, allo stesso tempo non privo d’una evidente complessità. Le composizioni fortemente gestuali, con ampi e calcolati segni su campiture piatte, generano ambientazioni silenziose e distensive, inducendo a riflettere e sostare in contemplazione davanti a tali strutture visuali. Tanto intimi quanto invitanti, i dipinti della Munroe sprigionano una forza vitale esuberante. Si può provare così a immaginare quali e quante conversazioni l’artista abbia lasciato in sospeso mentre innaffiava un fiore o ne preparava il bozzetto.

Nel lavoro di Dominic Musa (1989) è presente una forte atmosfera esistenzialista, illustrata tramite situazioni criptiche e personaggi reticenti. Le opere di Musa sprigionano un’angoscia perturbante e le figure stratificate interrogano il visitatore invitando all’introspezione. Le scene rappresentate sono sia reali sia immaginate, ambientate in ambigui spazi o frenetici interni.

Boluwatife Oyediran (1997) è un artista di origini nigeriane che reinterpreta l’identità nera mediante la rilettura della storia, della religione e della cultura occidentale. Utilizza un linguaggio pittorico figurativo affiancato all’uso della parola scritta. I dipinti sono spesso ambientati in campi di cotone e i personaggi di colore, raffigurati in posizioni di potere, indossano abiti di alta moda e fissano lo spettatore rompendo la quarta parete.

Durante il processo di creazione, l’artista ghanese Foster Sakyiamah (1983), si lascia travolgere da ciò che è presente nell’atmosfera che lo circonda e dai sentimenti che lo pervadono. Questi flussi di energia costante vengono tradotti in linee vorticose e figure in movimento, attraverso le quali l’artista descrive il ricco patrimonio culturale del suo popolo.

Con sede a New York e originario di Tokyo, Koichi Sato (1974) ha un segno immediatamente riconoscibile e fortemente influenzato dalle figure che abitano le riviste americane degli anni ‘70 e ‘80, con le quali l’artista è cresciuto: esemplari i personaggi di Star Wars immortalati come un ritratto di famiglia. Con pennellate brevi e nervose Sato esegue ritratti grotteschi: primi piani affollati di visi stilizzati, sorrisi a trentasei denti, occhi spalancati e sguardi orgogliosi. Gli sfondi spesso surreali, le ambientazioni immaginarie, gli animali e le piante esotiche che spuntano nella composizione, uniti alle esplosioni vivaci di colore, restituiscono un insieme vitale, giocoso e celebrativo.

Lumin Wakoa (1986) dipinge lentamente e in meditazione, lascia che sia la tela a guidare la sua mano e veicola solo in parte i movimenti, fermandosi quando realizza un universo misterioso che non riesce più a codificare, e il significato impresso diviene un luogo-altro da lei irraggiungibile. Nell’atto avvolge l’opera nel grembo come se il suo rapporto con il dipinto fosse frutto di un approccio quasi materno. Parte integrante dell’operare di Wakoa è la scrittura, specialmente la poesia, che include nel processo esecutivo per approfondire la specificità del gesto.

Kiki Xuebing Wang (1993) mette in luce le finzioni del consumismo superficiale. Porta sulla tela articoli di lusso decontestualizzandoli dal loro ambiente di provenienza, sia esso la vetrina o la pubblicità. Gli elementi vengono deformati e privati del loro fascino iniziale, dipinti in tenebrose cromie e situati in un isolato primo piano, gli oggetti dipinti perdono così ogni charme sfarzoso, capi di tendenza tornano articoli comuni senza apparente valore. Wang invita a indossare null’altro che il pensiero critico, come il celebre uso degli occhiali neri in They Live di Carpenter, e filtrare l’illusione per riappropriarsi della realtà.

Se Richard Hamilton potesse visitare la mostra direbbe “Just what is it that makes A Place Of One’s Own so different, so appealing?” In definitiva, questa collettiva emana un’aura attraente e inedita, il rapporto tra l’ambiente domestico della location e i dipinti dalla firma internazionale catapultano l’ospite direttamente su una dimensione imprevista ed elettrizzante.

photo courtesy Sveva Angeletti

Titolo: A Place Of One’s Own

a cura di Davide Silvioli

Durata: 06.02.2022 – 15.03.2022. Ingresso libero.

Orari: tutti i giorni dalle 12:00 alle 20:00. Altri orari su appuntamento.

Location: Andrea Festa Fine Art, Lungotevere degli Altoviti 1, Roma.

Sito: https://andreafestafineart.com/

Info e contatti: andreafestafineart@gmail.com

Benedetta Monti

Benedetta Monti (Forlì, 1994), si diploma all’ Accademia di Belle Arti di Urbino e frequenta il Master Of Art alla Luiss Business School di Roma. Tra le ultime esperienze curatoriali: Embryo: Bea Bonafini, Spazio Y, Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale, (2022); Ora et ozia, Vacunalia Festival, Vacone (2021); Michael Pitt Unplugged, Primo Piano, Rimini (2020).