Art Basel Paris
carlo birrozzi

A Guglionesi uno scrigno barocco racchiude il primo monumento eventualista

Una mostra collettiva voluta dalla Sovrintendenza nell’allora appena rinnovato Museo Sannitico ora Museo Archeologico di Campobasso, l’estetica eventualista teorizzata da Sergio Lombardo è potuta passare allo stadio successivo. È in quella occasione che Carlo Birrozzi allora sovrintendente del Molise fa la conoscenza dell’artista romano da vent’anni attivo anche a Termoli dov’è cresciuta la secondogenita.

Il mecenatismo non è una branca a parte del sistema dell’arte ma un valore intrinseco al processo creativo. L’avanguardia, infatti, sorge dove si coltiva quella certa generosità. Dov’è logico il rispetto e decadono le prevaricazioni, dove la complicità e la solidarietà smettono di essere connivenze e si fanno l’unico sistema possibile. L’avanguardia vera non può nascere all’interno delle dinamiche subdole dettate dalla concorrenza, dalle leggi del mercato, e nemmeno nell’opulenza. L’avanguardia nasce spontanea ed è tecnicamente intermediaria come la macchia mediterranea, quell’ecosistema di piante pioniere del Mare Nostrum, concentrati nutrizionali, strutturali e garanti di sopravvivenza nei cambiamenti ecologici dovuti ai primi disboscamenti antropici tra foraging e agricoltura, e ancora fino all’antropocene oggi, oltre le rivoluzioni industriali e tecnologiche. Timo, rosmarino, cappero, alloro e sambuco, e poi ulivi, viti, fichi e carrubi, fra quelle che compongono la gariga prima e poi la macchia, più di un ecosistema queste piante sono la prima cultura adattiva all’origine della civiltà. È bene ricordare che il modello mediterraneo, che non a caso è mondialmente affezionato, derivi da un adattamento.

Lo stadio finale di questa evoluzione ecologica è chiamato climax o foresta mediterranea dominata da grandi alberature ombrose o volte boschive di lecci, cipressi e i più iconici pini. Se nella storia dell’arte lo stadio culturale pioniero è l’avanguardia, il movimento artistico la macchia, l’istituzionalizzazione il sottobosco, il momento in cui l’arte raggiunge la sua massima stabilità e forma un climax culturale è quando tutte le teorie ed estetiche pioniere sparse formano una macchia, un canone, un sistema di idee completo e duraturo come il Classico, il Rinascimento, il Barocco e il Moderno. Ma gli sforzi collettivi che portano una avanguardia a stabilizzarsi sono agli antipodi delle politiche e delle operazioni di mercato. Sono apparentemente piccole iniziative, lontano da grandi realtà ma che hanno una portata storica più grande di ogni forzatura sistemica. È perciò una vera emozione e un privilegio poter essere i testimoni di una evoluzione in campo artistico.

È così che grazie a una mostra collettiva voluta dalla Sovrintendenza nell’allora appena rinnovato Museo Sannitico ora Museo Archeologico di Campobasso, l’estetica eventualista teorizzata da Sergio Lombardo è potuta passare allo stadio successivo. È in quella occasione che Carlo Birrozzi allora sovrintendente del Molise fa la conoscenza dell’artista romano da vent’anni attivo anche a Termoli dov’è cresciuta la secondogenita.

Quando si insedia alla sovrintendenza del Molise nel 2012, Birrozzi eredita del restauro iniziato negli anni ‘90 della chiesa settecentesca di San Felice in Martire di Guglionesi dove è riuscito nell’impresa di ardire la committenza di un pavimento artistico ad un artista storico vivente che aveva fra le altre cose già esposto e collaudato un pavimento stocastico alla Biennale di Venezia del 1993.

Già un mese e mezzo prima dell’inaugurazione il 30 luglio, officiata dal colto e carismatico neovescovo della Diocesi di Termoli-Larino, S.E. Monsignor Claudio Palumbo, ho voluto intervistare Birrozzi, il riservato dirigente statale nato nelle Marche e all’origine di tutta questa operazione, per capire e valorizzare il percorso che ha reso possibile un tale exploit fra vincoli storici e amministrazioni varie. Lo raggiungo il 3 di agosto nel suo ufficio a Roma su un rovente lungotevere, un giorno dopo la ripresa delle funzioni religiose della chiesa di Guglionesi e la prima Messa in una cornice eventualista. Un’operazione che riconcilia ufficialmente – e benedice – il potere con l’avanguardia.

Raja El Fani: Siamo nel tuo ufficio dentro il Complesso Monumentale di San Michele a Roma. L’idea di fare un pavimento artistico firmato Sergio Lombardo nella Chiesa di San Felice in Martire a Guglionesi non nasce in questi uffici. Puoi raccontarci la genesi di questa prodezza artistica?

Carlo Birrozzi: L’idea nasce quando ero Soprintendente per i beni architettonici e paesaggistici del Molise, dal 2012 al 2015. Nel corso degli anni le varie sovrintendenze (Beni Artistici, Architettonici e del Paesaggio, in ultimo arriva l’Archeologia) sono state unificate con la riforma del Ministro Franceschini, ad ogni cambiamento i nostri contratti decadono e in occasione di una riforma dal Molise mi sono poi spostato a Bari e poi sei anni fa a Roma, presso l’Istituto Centrale per il catalogo e la documentazione. Quando arrivo in Molise ho ereditato un cantiere aperto negli anni ‘90, il restauro della chiesa di San Felice a Guglionesi. Era stato fatto un intervento abbastanza pesante poiché la chiesa versava in pessime condizioni. Prima che arrivassi in Molise, il cantiere era stato seguito da altri colleghi. Erano state fatte opere di consolidamento abbastanza importanti, da quanto ricordo, gli ultimi usi della Chiesa erano stati diversi da luogo di culto, forse laboratorio di un artigiano. Il pavimento era molto rovinato e il materiale storico e d’archivio del restauro era in grande confusione perché la sede locale dell’ufficio era in fase di trasloco da un edificio ad un altro. La sede centrale della Soprintendenza era a Campobasso, ma c’era un piccolo ufficio a Isernia e un altro a Termoli. Quindi a disposizione avevo soltanto la memoria dei funzionari che ci avevano lavorato per ricostruire le fasi dell’intervento.

Quando entri nella chiesa per la prima volta nel 2012 era già stata restaurata.

Sì, la chiesa era così com’è oggi, completamente bianca, completata, tutte le parti strutturali erano già state consolidate, mancavano soltanto gli impianti e il pavimento che era un battuto di cemento, pronto per far passare gli impianti e gettare lo strato del massetto. L’ultimo pavimento era in graniglia di cemento dei primi anni del ‘900 che non era quello originario. Mentre il pavimento della cappella Caracciolo era stato perfettamente conservato, per la cappella la stessa Duchessa aveva fatto fare delle maioliche con il suo stemma. Una tradizione molto diffusa nei luoghi di produzione di ceramica, ne ho visti in molti centri del Molise, della Campania e della Puglia. Sono pavimenti che tendono ad essere sostituiti velocemente perché la superficie dipinta è molto delicata e particolarmente soggetta all’usura.

Quindi in un primo tempo, l’intento era di restituire il pavimento originario alla chiesa?

La mia formazione mi ha indotto a cercare dapprima un materiale della tradizione locale, un pavimento in cotto: riggiole quadrate, come si vedono in molti edifici antichi del sud. L’intento era quello di trovare qualcosa che fosse simile a ciò che probabilmente c’era. Le ricerche iconografiche erano impossibili perché le fotografie non restituivano delle informazioni leggibili sul pavimento. Possiamo immaginare che ci fosse un pavimento in cotto, pertanto, ho cercato di capire se erano rimaste delle fornaci che producessero delle tipiche riggiole. Generalmente nel napoletano si producevano delle mattonelle quadrate di 25×25 o 30×30 cm. Andando spesso a Napoli mi sono confrontato con alcuni colleghi di università localicon cui collaboravo su altri progetti molisani ma non sono riuscito a trovare delle forniture antiche per una superficie così grande né un produttore di qualità adeguata. A questo punto ho cominciato a pensare a qualcosa di diverso, che fosse onestamente contemporaneo.

Nel frattempo, fai la conoscenza di Sergio Lombardo durante una collettiva a Campobasso.

Prima dell’allestimento nel nuovo Museo Archeologico di Campobasso che ha sede nel Palazzo Mazzarotta, insieme al curatore Tommaso Evangelista, abbiamo avuto l’idea di utilizzare gli spazi ancora vuoti per fare una piccola mostra che presentasse la scena artistica contemporanea del Molise, dove non c’era ancora un museo di arte contemporanea. In quella occasione conosco il lavoro di Sergio Lombardo e cominciamo a ragionare sul tema dei pavimenti. La divisione fra arte contemporanea e architettura è un dato di fatto fin dagli anni ‘70, non ci sono più gli architetti artisti/artigiani, come Giò Ponti o Albini, che progettano, disegnano e realizzano ogni parte dell’edificio e dei suoi arredi. Quindi mi ha molto colpito che Sergio si fosse già posto il problema di produrre delle componenti dell’architettura come i pavimenti.

Una felice coincidenza, Sergio era effettivamente l’artista giusto per completare il restauro di una chiesa rimasta senza pavimento.

Dopo la mostra di Campobasso, vado a trovare Sergio nel suo studio a Roma e gli faccio vedere le fotografie della chiesa con il pavimento in cemento e parliamo della possibilità di utilizzare alcuni suoi progetti stocastici per realizzare le nuove formelle. Lui mi mostra alcuni fra i suoi tanti disegni pensati per essere prodotti in formato quadrato e da accostare in modo casuale: le sue mappe stocastiche. Decidemmo che i colori dovevano essere quelli della maiolica originaria il giallo, il blu e il verde. Non rimaneva a questo punto che risolvere il problema della produzione. Passare da un disegno ad un prodotto industriale, fare un pavimento vero che andasse bene sia per il contesto architettonico che l’uso religioso, non era cosa facile.

In quel momento, le autorità religiose non sono coinvolte nelle ricerche e scelte estetiche del restauro della chiesa.

No, il cantiere della chiesa era gestito dalla Soprintendenza, molto spesso il Ministero della Cultura si occupa anche di beni ecclesiastici. Le autorità ecclesiastiche non sono state coinvolte fin dall’inizio perché ovviamente non sapevo se Sergio si sarebbe fatto coinvolgere in un progetto del genere né avevo certezza della sua fattibilità in termini tanto pratici quanto economici.

Che garanzie o che condizioni chiedeva Lombardo?

Sergio si è reso disponibile a seguire tutte le fasi del processo di realizzazione. Si è messo in attesa di proposte mentre in un primo tempo io cercavo di verificare con alcuni artigiani se sarebbe stato possibile realizzare il pavimento utilizzando cotti prodotti a mano e dipinti a mano. Abbiamo fatto alcune prove insieme a Claudio Greco, architetto che da anni collabora con Sergio, ma il risultato non era soddisfacente.

Un disegno come quello delle mappe stocastiche non è compatibile con tecniche artigianali e manuali?

Dopo avere realizzato una serie di prove con materiali e tecniche differenti, abbiamo capito che un disegno contemporaneo ha bisogno di tecnologie e materiali contemporanei. Abbiamo quindi deciso di provare con il grès e con tecnologie di stampa adeguate. A questo punto, Claudio Greco è stato determinante: ad una fiera di ceramica incontrò una ditta che aveva messo a punto una tecnica di stampa serigrafica a quattro colori su base in gres porcellanato.

Immagino sia stampa a controllo numerico.

Sì, è stata la svolta che ci ha fatto capire che un prodotto artigianale avrebbe falsato l’intento. Con il gres invece possiamo dire che il pavimento è a tutti gli effetti un’opera di Sergio Lombardo. Il taglio netto e il formato regolare delle mattonelle ci ha consentito di riprodurre il disegno senza sbavature e con linee precise. Sergio ha scelto in questo caso di combinare le mattonelle in maniera abbastanza regolare per favorire un certo confort visivo e psicologico dato il contesto di natura storica dell’edificio.

Essendo mattonelle rotabili e un’opera eventualista, mi hai detto che l’idea iniziale era di lasciare completamente liberi i montatori del pavimento.

Alla fine è stata l’intelligenza dell’artista a non inseguire disegni destabilizzanti e toni troppo forti. Di fatto il pavimento non dà vertigini. L’architettura bianca della chiesa aveva bisogno di una base stabile su cui poggiarsi e penso che in qualche modo gliel’abbiamo data, mantenendo il ricordo della cultura cromatica campana.

Quali sono stati i punti su cui le vostre esigenze tecniche di architetti restauratori si sono scontrate con quelle dell’artista?

Abbiamo a lungo pensato se tra i quattro colori si potesse inserire il nero o fosse possibile introdurre il bianco, temevamo sarebbero stati percepiti come colore di fondo. Il fondo bianco è tipico delle maioliche antiche pertanto, introducendo il bianco, avremmo tutt’al più ottenuto l’effetto di una strana maiolica tradizionale. Il nero, invece, satura moltissimo, fa risaltare gli altri tre colori e afferma la contemporaneità del progetto. Generalmente i pavimenti tradizionali hanno dei toni molto delicati, sono molto chiari, anche se ci sono casi estremi come il bellissimo pavimento in maioliche della chiesa di Anacapri che è un pavimento figurato con una rappresentazione della Creazione. E’ un pavimento molto, molto presente, inserito anch’esso in una chiesa settecentesca bianca. Nel caso di Sergio Lombardo a Guglionesi, il pavimento risalta proprio perché il fondo è nero. In qualche modo, è come se la chiesa di San Felice avesse oggi recuperato una solida base di appoggio.

Grazie a questi piccoli accorgimenti, nonostante i vincoli, e perché Lombardo ha accettato di fare dono del pavimento a Guglionesi, siete riusciti nella sfida di integrare un’estetica contemporanea e all’avanguardia rispettando l’architettura storica di questa chiesa.

In questo caso le condizioni erano davvero uniche. La chiesa aveva una struttura molto semplice ma non banale, la qualità del disegno è eccezionale: una ampia navata unica con tre cappelle laterali; il cornicione sopra le paraste e i capitelli e tutti i dettagli costruttivi sono molto studiati, come anche gli altari laterali, bianchi anch’essi e dalle complesse linee curve, e completano questa larga navata una volta ad archi ribassati ed una bella cantoria. È tutto molto curato e raffinato, la proporzione delle parti e il disegno dei dettagli denotano la presenza di una mano sapiente. Arricchisce l’insieme un ricco altare napoletano in commessi di marmo [dove sono state tra l’altro riportate le spoglie del santo da Roma].

Ancora non si conosce l’architetto della Chiesa di San Felice a Guglionesi?

Sono in corso delle ricerche. Si pensa che i progettisti potrebbero essere riconducibili ad una famiglia di stuccatori architetti proveniente dal Lago di Como, zona da sempre ricca di maestranze che hanno girato in tutta Italia. Questa famiglia, Giani o Gianni, si era stanziata in Molise e lavorava per la famiglia Caracciolo.

Un dettaglio molto importante di questa chiesa è che nonostante l’architettura barocca, all’interno è tutta bianca e non è decorata, un white cube barocco per cui il pavimento di Lombardo è per ora l’unico impianto pittorico e artistico oltre all’architettura. Le chiese tutte bianche erano già diffuse in epoca barocca?

Dal ‘500 in poi le chiese cominciano ad essere bianche, caso emblematico è la Chiesa del Gesù a Roma. Molte chiese settecentesche sono completamente bianche, perché le persone non devono distrarsi dalla predicazione. Poi in alcuni contesti la decorazione ha preso il sopravvento ed è diventata pervasiva. In questo caso, l’unico elemento molto colorato che ci è arrivato è l’altare centrale.

Oltre alla grande tela in fondo all’altare, dietro il grande crocefisso, originaria e per ora anche questa di autore ignoto.

Sì, un quadro molto scuro che non si valorizza. E anche quello si sta studiando.

Una volta realizzate le mattonelle, dopo varie prove di colori e stampe, si arriva al 2015 quando scade il tuo contratto e lasci il Molise per Bari.

Le mattonelle vengono consegnate quando io ero già stato trasferito a Bari. I soldi per montare il pavimento erano stati spesi in altro, e poiché nel frattempo c’è stato anche un terremoto in Molise nel 2017, e il Covid nel 2020, la chiesa rimane chiusa e incompleta fino al 2026.

Le mattonelle di Lombardo sono rimaste impacchettate per undici anni all’interno della chiesa. Il danno poteva essere maggiore, invece si sono perfettamente conservate. Cosa ha sbloccato il completamento dei lavori?

Non si riusciva a trovare i fondi per finire i lavori. Quando il nuovo vescovo di Termoli, S.E. Claudio Palumbo riesce a trovare un finanziamento CEI, la dott.ssa Dora Catalano, che mi aveva sostituito come Soprintendente del Molise, firma il nulla osta.

Il nuovo vescovo di Termoli-Larino Monsignor Claudio Palumbo, nominato da Papa Francesco nel 2024, succede a Monsignor Gianfranco De Luca dopo 12 anni. È Msgr. Palumbo che decide che finalmente questa chiesa deve essere completata e riaperta.

Si, la coraggiosa decisione è stata di Mons. Claudio Palumbo.

Di fatto la chiesa non poteva essere riaperta prima perché non erano stati messi nemmeno gli impianti elettrici, direi a questo punto per fortuna, sennò è lecito dubitare che si sarebbero trovati i fondi solo per il pavimento artistico.

Sì, per fortuna, perché molte chiese della regione sono in attesa di finanziamenti per essere completate e riaperte. Ma Mons. Palumbo e i suoi collaboratori hanno riavviato molte attività.

In questo caso l’operazione è stata possibile grazie ad una serie di condizioni favorevoli oltre alla tua intuizione e al tuo impegno personale di entrare in contatto con un artista che rispondeva sia teoricamente che tecnicamente alla committenza. Potrebbe diventare un modello di committenza dove l’arte contemporanea ha la funzione di completare un restauro storico laddove non è possibile replicare tutti gli elementi dell’architettura d’origine. Cosa serve perché questa esperienza del nuovo pavimento della chiesa di Guglionesi non resti un’eccezione?

Bisogna ricominciare ad integrare il lavoro degli artisti nell’architettura. Il patrimonio non va solo conservato ma ricreato, sono convinto che ci debba essere una continuità con il passato. Non possiamo essere solo conservatori, dobbiamo anche lasciare una testimonianza di qualità. In questo caso è una committenza gratuita, non essendovi fondi, abbiamo contato sulla generosità dell’artista. Non è facile trovare un artista disposto a prendersi questa responsabilità.

Effettivamente, in questa committenza l’opera non è smontabile, è parte dell’architettura stessa della chiesa.

Si. Non si tratta di una opera mobile, che si può scegliere in galleria. È un’opera unica, stabile, in qualche modo definitiva. Può essere paragonata ad un’altra committenza più o meno recente, quella del cancello di Jannis Kounellis con elementi in vetro soffiato per il giardino di Santa Croce in Gerusalemme a Roma o agli arredi progettati per l’adeguamento liturgico di molte chiese. Oggi abbiamo “perso” o comunque è diventato meno frequente questo rapporto tra arte, architettura e alto artigianato che va assolutamente recuperato.

Come ha dichiarato Sergio Lombardo nel suo discorso all’inaugurazione della chiesa, “Dopo tanti anni che la politica ha abbandonato l’arte per andare incontro a guerre incomprensibili e che il mercato ha distrutto la ricerca, l’incontro con la Chiesa oggi è diventato necessario. La Chiesa è un punto di riferimento forse unico per una nuova avanguardia globale che deve partire dall’Europa.” Cosa rappresenta secondo te questa chiesa eventualista nel cuore dell’Italia e dell’Europa? Verrà presentato un progetto di tutela e conservazione?

Sicuramente è un esperimento con cui fare i conti, poi magari fra cinquant’anni potrebbero decidere che il pavimento disturba e l’opera verrà distrutta. Finora i riscontri sono stati tutti positivi e abbiamo in programma di fare in autunno una presentazione adeguata sui pavimenti di Sergio Lombardo. Dopo il Concilio Vaticano II e la riforma liturgica che ne è derivata le chiese sono diventate un terreno di sperimentazione. Sono state costruite molte nuove chiese e artisti e architetti hanno ridisegnato la zona presbiterale di molte di esse, anche importanti, non senza polemiche. Lo Stato ha da tempo abbandonato le grandi committenze ad architetti e artisti come ha fatto in passato per le scuole, i palazzi di giustizia e delle poste e le stazioni. Non avevamo l’intenzione di porci come modello, ma sicuramente come esempio e occasione di confronto, per riportare la modernità al centro del dibattito. Si può discutere solo su casi concreti e non su ipotesi, e questo è sicuramente uno di essi. La Chiesa di San Felice era una occasione unica per le sue caratteristiche architettoniche. Il risultato mi sembra molto bello e interessante.

E chissà, si potrebbe pensare a fare anche una mostra che documenta tutta l’operazione di Guglionesi qui nel complesso di San Michele a Trastevere.

In effetti in questo ufficio abbiamo una fototeca di documentazione del patrimonio culturale che tra l’altro sta crescendo come vera e propria collezione di fotografie d’autore, per cui intanto le foto della pavimentazione di Guglionesi verranno integrate alla sua scheda di catalogo di San Felice e le altre inserite nel portale di fotografia, e così l’iter verrà completato.

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