Una disubbidienza attiva: Giuseppe Stampone

A chi lo interroga sulla natura del suo lavoro, Giuseppe Stampone risponde di solito di essere una “fotocopiatrice intelligente”: le sue immagini, infatti, sono tratte da Internet, o appartengono al patrimonio dell’arte universale. E tuttavia, in ragione del porsi come copie “meditate”, procedono a un simbolico ribaltamento del reale. Disegnate con una biro, il cui inchiostro ha la stessa densità della pittura ad olio, riscattano, attraverso la lentezza esecutiva, la dipendenza dalla fonte, rivendicando una “disubbidienza attiva” rispetto ai tempi brevi della globalizzazione. I temi? L’alienazione, il colonialismo, la spettacolarizzazione dei rapporti, il dramma dell’emigrazione. O, come nel nostro ultimo colloquio, le conseguenze della pandemia.

C’è chi dice che gli artisti, in questo blocco senza fine, si siano tenuti in disparte. Avrebbero dovuto trasformarsi in giornalisti sportivi, in politici o in tronisti? 
La domanda è lecita. Nella mia vita di artista non è cambiato niente. Come tre anni fa, mi alzo ogni giorno alle sei, faccio colazione, vado a correre e camminare per circa un’ora e, rientrato in studio, inizio a lavorare. Proseguo sino all’una, pranzo, mi rilasso un’altra oretta e ricomincio il mio lavoro. Ti confesso che gli artisti che si affaticano solo in prossimità di un evento mi fanno un po’ sorridere. Per me la cosa più importante è il ritmo, il respiro. Per imparare a creare occorre inspirare ed espirare, ossigenare il cervello e dare forma alle idee. E non è per niente facile. Chi intende dedicarsi professionalmente alla comunicazione, può sempre cambiare attività. Tra tv e giornali, non avrà che l’imbarazzo della scelta.

Hai centrato il problema: come se l’occupazione principale di un artista fosse vendere se stesso.
Ti rispondo con una domanda che mi rivolgo sovente: posso vivere senza la gente che mi gira intorno, senza galleristi, collezionisti e curatori? Certo che posso. Se scomparissero, la mia routine non cambierebbe. Si discute tanto di ciò che l’artista deve fare: parlare sette lingue, frequentare la Goldsmiths o il Saint Martins Collage, avere l’alito di rose, dedicarsi a questo o a quello. Che significa? Mi viene in mente Matisse, che era solito dire: “prendi il pennello in mano e mostrami cosa sai fare”. 

L’attenzione si è insomma spostata al contorno.
Da qualche tempo non si dice neanche più “guarda che lavoro!”, ma piuttosto “quell’artista lavora con la tale galleria” o “è stato acquistato da quel tal collezionista”. 

Da questo punto di vista la storia è di un’obiettività spaesante.
Col tempo, inevitabilmente, l’arte dà a ognuno ciò che merita. Bisogna avere pazienza, far ciò che si deve e soprattutto non omologarsi mai alle mode, al pensiero dominante. Ti faccio un esempio. Un maestro è stato per me Fabio Mauri, mio insegnante all’Accademia di Belle Arti, a L’Aquila. Da vivo considerato un buon artista, ma non acclamato dal sistema: senza una galleria importante, senza una presenza nelle tanto declamate mostre internazionali. Mi raccontava che quando qualcuno lo invitava a partecipare a una rassegna, lui rispondeva sempre “ma sta parlando con me?”. “Sì certo”, ribattevano, “perché lo chiede?”. E concludeva: “perché quando espongo io non ne parla mai nessuno”. Oggi Fabio Mauri è nei musei di tutto il mondo. Viceversa, artisti pompati dal sistema in quel periodo storico, sono spariti. 

Chi lavora “in stato di necessità” ha altre mire. Sbaglio o l’isolamento forzato è stato per te occasione di approfondimento dei labirinti interiori?
Più ti lasci distrarre dalle sirene del mondo, più smarrisci la tua unicità. Più ti rinchiudi nel tuo mondo, più la verità viene fuori. E cos’è l’arte se non una verità soggettiva, personale, che si rende oggettiva grazie all’opera? 

MaterAlberga installazione pubblica, 2019

Nelle tue ultime biro le dimensioni stesse – ridottissime – e i soggetti scelti – quasi tutti interni – vanno in questa direzione.
Direi di sì. Prima mi cimentavo in opere di sette-otto metri. Oggi non vado oltre i quaranta centimetri. Lavori piccoli, ma molto impegnativi. Per realizzare uno dei miei disegni occorrono mesi. Occuperanno poco spazio ma, attraverso la stratificazione dei segni, si dilatano nel tempo. La vera disubbidienza alla globalizzazione, alla dittatura del sistema è, per quanto mi riguarda, riappropriarsi del tempo. Il mercato mi chiede quattro opere alla settimana? Io ne compongo una in quattro mesi. In questo senso il mio fare non è un’azione manieristica, ma politica e concettuale. 

Una sorta di disubbidienza attiva.
In una società in cui tutti vogliono tutto e subito e ogni novità è vecchia prima ancora di apparire, se qualcuno vuole acquistare un mio lavoro deve aspettare il tempo del fare, quanto ne occorre a realizzarlo.

Questa riconquista del tempo del fare è peraltro speculare alla riconquista del tempo del vedere. Bombardati come siamo da immagini a getto continuo, ci siamo disabituati a dedicare all’arte l’attenzione che merita. 
I miei disegni sono come dei film. Per comprenderne l’intreccio devi aspettare la fine.

Ti riferisci, immagino, alle concatenazioni di idee attivate dai tuoi lavori: quasi una catena in cui una visione chiama l’altra. Guardi i ragazzini con la maglia delle squadre di calcio – quelle solitamente usate dai migranti – che si affacciano da una montagna e pensi subito al Cristo di San Paolo del Brasile, al Viandante sul mare di nebbia coi suoi dubbi esistenziali via via sino a risalire alla Trasfigurazione del Beato Angelico nel Convento di San Marco. 
La pittura è un viaggio in compagnia di uomini che, prima di noi, si sono posti le nostre stesse domande e hanno formulato delle possibili risposte. Che non necessariamente sono le nostre, ma che sarebbe un peccato non ascoltare. È quindi un dialogo e un invito a dialogare. Pensa al Cristo deriso del Beato Angelico, un’immagine che mi ossessiona: tutta l’Arte concettuale, la Metafisica, il Surrealismo sono compresi in quel lavoro.

Tornando al presente, la pandemia, per il sistema dell’arte, è stata una specie di Diluvio universale. 
Il Diluvio universale non è una tragedia ma una purificazione. Le sue acque ci hanno liberato da tanta zavorra, a cominciare dal tempo perso a recitare la parte degli artisti in quel grande spettacolo che è diventata l’arte. Una simile opportunità non va sprecata.

Sono rimaste solo le opere.
Ed era ora! Non se ne poteva più della confusione, della spettacolarizzazione continua. Messo a tacere questo vocio disturbante, è tornato il silenzio mistico della contemplazione.

È insomma il momento giusto per ricominciare a dar nome alle cose, come Adamo.
Il problema principale dell’arte contemporanea è l’ignoranza della storia. Quell’ignoranza che porta sovente a confondere il ruolo dell’artista e quello dell’opera. L’opera d’arte è cosa sacra. Come diceva Leonardo, è cosa mentale. Le opere sono l’unica realtà che conta. Se mai il mondo ne avrà bisogno, se ne ricorderà. 

Ultimamente, a cosa ti stai dedicando?
Mi sto dedicando a una serie di opere che presenterò l’anno prossimo alla Prometeogallery a Milano: una serie di “interni” ed “esterni”. I primi sono biro di piccolo formato, le seconde grafiti. Poi sto preparando un progetto per la prossima Biennale di Architettura di Seoul, cui ho già partecipato nel 2017. La Corea del Sud è uno dei paesi cui sono più legato. Un altro lavoro importate è un libro sull’arte – abbiamo iniziato a comporlo ben quattro anni fa – con Giacinto Di Pietrantonio. Il mese prossimo, alla Fondazione del Monte di Bologna, parteciperò a una grande mostra a cura di Maura Pozzati e Claudio Musso sulle evoluzioni del disegno in cento anni di arte italiana con opere su carta di 141 artisti dalle Avanguardie Storiche ai giorni nostri, Un secolo di disegno in Italia. Ho anche in programma una mostra a Palermo.  

Hai lavorato tanto!
A pensarci bene, tantissimo. Ho partecipato alla Biennale del disegno a Londra, ho appena inaugurato una personale a Bruxelles alla galleria Marie-Laure Fleisch.

Non partecipare alle fiere ti ha giovato.
Indubbiamente sì. Le fiere sono utili – bisogna pur vivere – ma di troppe si muore.