Nel tessuto urbano del quadrante ovest di Roma, PrimaLinea Studio si afferma come uno spazio indipendente nato dall’esperienza dell’omonimo collettivo artistico, orientato alla sperimentazione urbana. Qui la figura del gallerista coincide con quella dell’artista, dando forma a un ambiente che intreccia l’arte contemporanea con il tessuto sociale e consente di intervenire e abitare lo spazio, come nel caso di Gian Maria Marcaccini, trasformandolo in un terreno attivo di ricerca. La mostra Slightly Off, accompagnata dai testi critici di Laura Catini e Alessio D’Anelli, non si impone con un impatto visivo fulmineo, ma si disvela nel tempo. Entrando nello spazio, si ha l’impressione di non riuscire a distinguere a un primo sguardo ciò che appartiene all’ambiente espositivo da ciò che è parte dell’opera: gli oggetti sembrano confondersi e mimetizzarsi con lo spazio, o apparire come lasciati lì per caso, solo attraverso l’esperienza della mostra emerge il tranello percettivo. La prima opera che cattura l’attenzione è Hit the Balls as Hard as You Can 4# (2026), un’installazione site-specific, costituita da una parete in cartongesso gialla con linee bianche che costruiscono una geometria sul monocromo, con echi al Costruttivismo o a quell’equilibrio armonico e rigoroso di Piet Mondrian. Avvicinandosi all’opera, emergono due fori all’altezza del volto, un invito a guardare o forse a essere osservati. Attraversando la sala, si scopre il retro dell’installazione, che apre a una dimensione più intima di Marcaccini, dove affiorano oggetti e frammenti di realtà che rimandano a uno spazio abitato, come suggerisce la presenza del materasso gonfiabile. Inoltre, un dettaglio minimo, un pezzo di scotch posto all’altezza dei due fori, consente di chiudere o lasciare aperto lo sguardo, come gesto di protezione o come apertura da parte dell’artista verso una fessura su di sé. Ne deriva una duplice stratificazione di significato: da una superficie inizialmente rigorosa e minimale, dall’altra, nel retro, emerge una dimensione più personale e disordinata, lasciando affiorare un ambiente vissuto, quasi domestico, che apre alla fragilità dell’artista e a ciò che si nasconde dietro la progettazione, solitamente non visibile, capovolgendone nuovamente il senso. L’opera assume una valenza protettiva, come una pseudo-maschera che si frappone tra Marcaccini e chi entra nella mostra. Si crea così un disallineamento psicopercettivo che accompagna l’intera esperienza delle due sale, quasi un autoritratto, sospeso tra ciò che è visibile e ciò che non è visibile. Superata la soglia, si entra nel vivo della poetica di Gian Maria Marcaccini, che trasforma oggetti di uso quotidiano apparentemente ordinari che, traslati nello spazio espositivo, sembrano scivolare da una funzione all’altra, come se il loro significante rimanesse invariato o leggermente alterato, mentre il significato si ridefinisce continuamente. In questo slittamento si può intravedere una dinamica cara alla riflessione semiologica, da Ferdinand de Saussure a Roland Barthes, per cui il senso non è mai stabile ma si costruisce nel contesto e nell’uso, e qui nell’orizzonte concettuale dell’artista. Queste installazioni portano con sé una dimensione narrativa: la loro presenza o posizione entra a far parte di un processo creativo stratificato, talvolta nemmeno previsto in origine, come nel caso del video site-specific Senza titolo (2021-2026), posto a terra, dove le immagini vengono proiettate capovolte sulla parete. L’artista racconta come questa collocazione sia nata casualmente durante una fase di prova del videoproiettore, per poi rivelarsi significativa e quindi essere mantenuta in quella posizione. Allo stesso modo, nell’opera Senza titolo (Live) (2026), costituita da una borsa affiancata da una lattina schiacciata posta vicino alle scale che conducono all’altra sala, Marcaccini lascia spazio al caso e alla contingenza: alcune installazioni possono apparire come oggetti abbandonati, ma sono modalità attraverso cui l’artista dà valore a frammenti di vissuto che altrimenti sarebbero ignorati o dimenticati. C’è un’intimità nella materia che Marcaccini custodisce e, al contempo, nulla è interamente preordinato, proprio come nella vita, il suo lavoro si costruisce nel tempo come un palinsesto in divenire. La sua arte mette così in relazione lo spazio e il contesto sociale che lo circonda. Nella seconda sala si ha l’impressione di vedere un neon viola, Slighltly Off (2026), da cui deriva il titolo della mostra; salendo le scale, tuttavia, si svela il tranello, una provocazione: nulla è come sembra e, come già inHit the Balls as Hard as You Can 4#, si comprende che l’intera mostra si articola attorno al tema dell’illusione. Non c’è un neon sulla parete, ma una sua raffigurazione: l’artista è intervenuto pittoricamente, creando l’illusione ottico-percettiva di un neon su un fondo nero. Come afferma lui stesso: «niente è come ti immagini, nemmeno il nero che vedi sulla parete», che si scolorisce e sfuma nel bianco. Marcaccini si serve del disorientamento per riorientare lo sguardo: il vero neon si trova a terra alle nostre spalle; si dissimula, si mostra come ciò che non è, e ciò che si credeva di vedere si rivela altro. Si aprono così diversi livelli di comprensione, da attraversare per arrivare al cuore della sua ricerca. Inoltre, utilizza una tecnica cara a PrimaLinea, quella del compressore, simile allo spray per realizzare l’installazione sulla parete; l’intervento si sviluppa secondo una logica adattiva e simbiotica con lo spazio e le sue peculiarità, assumendo un carattere quasi camaleontico e mimetico, modulandosi in relazione all’ambiente che lo accoglie. Senza titolo (2024) è l’ultima opera della seconda sala che si collega alla prima Senza Titolo (Leroy Merlin-Ikea-Tiger) (2024), dove in entrambe l’artista richiama alcune delle sue installazioni passate realizzate con oggetti di uso comune, che assumono una valenza quasi totemica; attraverso esse Marcaccini mette in scena il proprio percorso, introducendo lo spettatore nella sua arte e facendone emergere l’evoluzione nel tempo.
La poetica della mostra è quella del disvelamento, che si lega al concetto di aletheia espresso nel saggio L’origine dell’opera d’arte di Martin Heidegger, nel quale l’opera d’arte è il luogo in cui la verità si manifesta, come tensione tra ciò che si mostra e ciò che si sottrae, aprendo una zona di opacità e di non detto. In questo scarto, tra apparenza e rivelazione, l’opera si trova in una zona di oscillazione, ed è proprio lì che risiede la sua forza: non si dà tutta insieme, ma richiede un tempo di esperienza e di continua rinegoziazione con lo sguardo. Lo spettatore non ne coglie il senso in modo immediato, ma è chiamato a una partecipazione attiva nel processo di significazione: l’opera sollecita uno stato di dubbio, incrinando la percezione che accompagna lo sguardo e attivando un lento processo di scoperta nel corso dell’attraversamento delle sale. Slightly Off non produce uno shock, ma si inscrive nella dimensione del non-nascosto, nella luce della disvelatezza (M. Heidegger), attivando un processo di rivelazione progressivo in cui il senso emerge senza mai coincidere pienamente con ciò che appare. In questa tensione fluida tra nascondimento e presenza, l’opera si mantiene aperta alla relazione, sottraendosi a una definizione univoca e chiamando lo spettatore a prenderne parte fino a condurlo a riconoscere la natura illusoria e provocatoria della mostra.

IN DIALOGO CON L’ARTISTA (23\03\2026)
LR. Come nasce l’idea del gioco illusionistico legato al neon in Slightly Off, poi diventato titolo della mostra?
GMM. Più che di una genesi puntuale, si tratta di un’evoluzione nel tempo: da anni la mia ricerca indaga l’ambiguità dell’oggetto o, meglio, della percezione. L’obiettivo è instillare il dubbio, incrinando le certezze rispetto alle convinzioni che ci accompagnano. Il titolo della mostra Slightly Off (proposto da A. D’Anelli) incarna perfettamente questo senso di sfasamento: la mostra si svela come un percorso di trasformazione dove ciò che appare evidente si rivela, a uno sguardo più attento, “altro”. È un invito ad esercitare l’attenzione affinché la visione non sia solo un atto passivo, ma un’esperienza di scoperta e di rinegoziazione del visibile, del reale.
LR. In che modo il contesto urbano intorno a PrimaLinea entra nel processo di ideazione e nella realizzazione delle installazioni?
GMM. Più che il contesto urbano esterno, a guidare l’intervento è stata la morfologia dello spazio espositivo. Ho scelto di dialogare con le sue caratteristiche fisiche e architettoniche, trasformando il volume in un dispositivo plastico. L’allestimento non subisce l’ambiente, ma lo riordina secondo un ritmo compositivo inedito, scandito da quinte e accenti cromatici. In questo senso, l’opera non si limita a occupare lo spazio, ma lo riscrive, forzando una nuova percezione delle sue proporzioni e della sua profondità.
LR. Lo spettatore osserva, ma notando i fori sul cartongesso si rende conto di essere a sua volta osservato in Hit the Balls as Hard as You Can #4: come nasce l’idea di questo doppio sguardo?
GMM. Questo “doppio sguardo” non è frutto di una pianificazione a tavolino, quanto piuttosto l’esito necessario della relazione tra autore e fruitore. L’opera funge da seme: una struttura che contiene in sé molteplici ramificazioni di senso che attendono solo il giusto “terreno” — il vissuto e la sensibilità di chi guarda — per germogliare. I fori diventano così soglie di una partecipazione attiva, dove il confine tra chi osserva e chi è osservato sfuma, rendendo lo spettatore parte integrante e consapevole della costruzione del significato.
Gian Maria Marcaccini
Slightly Off
PrimaLinea Studio, Via Giovan Battista Gandino 31, Roma
Dal 22 gennaio al 26 marzo 2026
