Il tempo storico in cui siamo immersi genera una tensione dovuta alla costante accelerazione che ha, come duplice faccia della medaglia, un senso di disorientamento che rende difficile la messa a fuoco di obiettivi definiti. La progressione lineare che vuole un avanzamento verso un punto preciso è, dunque, incrinata da quella che è la realtà vissuta, creando come effetto, un senso di precarietà perenne. Il progetto espositivo contempla l’idea dell’instabilità come terreno fertile per atti creativi e nuove forme di pensiero, dove la pratica artistica diviene non una destinazione prestabilita ma un attraversamento.
In questo senso la mostra dialoga in modo sottile con l’universo di Alice nel Paese delle Meraviglie, prendendone in prestito una parafrasi per il titolo stesso della mostra. Il riferimento non è esplicito ma velato che trova il suo eco semantico nel collasso dei sistemi di senso presenti nel mondo immaginato da Lewis Carroll, dove il gioco e l’assurdo nascondono al suo interno una realtà perturbante e – a tratti – crudele. Le opere in mostra, con la loro molteplicità di linguaggi – dalla pittura alla scultura in terracotta, dalla fotografia all’incisione – abitano questo spazio liminale dove l’alterazione non appare immediata ma si insinua nei dettagli e chiedono allo sguardo di non arrestarsi in superficie ma di interrogarlo a fondo per scoprirne le stranezze. L’assurdo qui diviene «uno strumento per osservare la realtà da una prospettiva obliqua, senza possibilità di evasione» come ci mostra la curatrice Marta Ferrara, spiegandoci che il collasso non è catastrofico ma segno di apertura, dove poter abbandonare la necessità di orientarsi ad ogni costo ma accettando la possibilità di muoversi senza una direzione prestabilita.



La mostra si snoda su due piani, aprendo le sue porte con la ricerca di Dorottya Vékony (Budapest, 1985). La sua serie Extended Blooming (2024), di cui troviamo sei opere in mostra, si inserisce all’interno del campo di tensione aperto dal progetto espositivo, dove realtà e percezione perdono progressivamente la loro stabilità. Ciò che sembrano semplici fiori, sono in realtà “ritratti vegetali hackerati”, ipoteticamente modificati attraverso l’ingegneria genetica per diventare ancora più seducenti per i loro impollinatori. La visione dell’artista ungherese parte da una crisi concreta e contemporanea che riguarda la sopravvivenza degli ecosistemi, i quali sono fortemente instabili a causa del progressivo declino delle popolazioni di insetti e l’uso massiccio di pesticidi. Da anni l’artista indaga i sistemi di fertilità e di riproduzione come spazio politico e simbolico, spostando ora la sua attenzione dal corpo umano a quello vegetale. Il collasso non è spettacolare, ma una lenta alterazione degli equilibri dove ciò che appare naturale rivela, in realtà, tutta la sua fragilità.
All’interno del percorso espositivo, la dimensione dell’instabilità si estende anche agli oggetti e ai paesaggi. In questa prospettiva si inseriscono le opere di Matteo Silverii (Caserta, 1994) dove il processo di decontestualizzazione riesce a rendere estraneo anche ciò che è apparentemente familiare. Questo spostamento dello sguardo attraversa l’opera Hyésouhyiós, Ginestra viola (2021) dove l’artista libera un’immagine iconica come quella del Monte Vesuvio dalla sua stereotipizzazione, restituendoci un’immagine che sa di altro e di altrove, perché capace di cogliere un punto di vista inatteso, marginale e irriconoscibile. La ricerca dell’artista Silverii si concentra su una singola zona del monte, operando per ingrandimenti e tagli ravvicinati, dove ciò che ci viene restituito è un dialogo cromatico tra la terra violacea del suolo vulcanico e il giallo acceso delle ginestre in fiore. Il paesaggio si frantuma in colori sospesi tra pittura e astrazione. Non descrivono un luogo ma suggeriscono uno stato. In questa zona aperta dalla decontestualizzazione si inserisce anche la serie Figurines (2023–in corso) dove l’artista sottrae agli oggetti rinvenuti nel celebre mercato delle pulci di Place du Jeu de Balle a Bruxelles, la loro funzione originaria, ricollocandoli in una dimensione altra e incoronandoli nuovi protagonisti di narrazioni visive. Questi frammenti di quotidianità – sottratti dal loro contesto – diventano presenze evocatrici di storie e memorie.



L’instabilità delle strutture sociali e politiche della vita collettiva è la fonte di ricerca che permea le opere di Flora Villaumié (Parigi, 1999). Il quotidiano qui, diventa teatro di micro-dinamiche di potere, fragilità e desiderio. A debita distanza, le sue opere – prima incise e poi stampate – appaiono calme ed equilibrate ma è soltanto quando si intenziona lo sguardo che si può scoprire il coperchio e vedere ciò che il vaso di Pandora cela al suo interno. Questa dimensione politica e simbolica si esplicita maggiormente all’interno dell’opera Gaming Rules. Les règles d’un jeu impassible (2025) dove la dinamica del gioco diviene metafora del controllo economico e sociale da parte di classi privilegiate, le quali hanno accumulato la loro ricchezza senza badare all’eticità delle loro azioni. Il gruppo di bambini, vestiti con abiti sontuosi che richiamano l’estetica del Secolo d’Oro olandese, sono i detentori di un dominio basato su logiche capitaliste, patriarcali e coloniali ma l’artista inserisce delle azioni apparentemente insignificanti che, in realtà, sovvertono le sottese dinamiche, aprendo ad un finale inatteso: le azioni, anche le più piccole, come gocce d’acqua, possono portare ad un oceano di sconvolgimenti verso una società più egualitaria e attenta all’ambiente. Flora Villaumié, nella sua ricerca, raccoglie frammenti visivi colti durante i suoi spostamenti quotidiani ed è così che nelle sue stampe ritroviamo negozi a basso costo, oggetti abbandonati sul marciapiede, piccioni che rovistano tra i resti della città, minimarket notturni, lattine di birra e accendini, diventando nature morte di una democrazia in declino.
Questa instabilità del quotidiano trova il suo riscontro scultoreo nell’installazione performativa Out of Touch dell’artista Zoë Pelikan (Vienna, 1996) dove il collasso avviene nel momento in cui un gesto abituale si incrina, perdendo così la sua qualità di funzione ordinaria. Il primo sguardo riconosce gli oggetti dell’installazione – tazze, piattini e piccoli recipienti da caffè in terracotta – come oggetti familiari e riconoscibili; tuttavia, avvicinandosi a questi oggetti ci si accorge che essi hanno un’anomalia al loro interno, perché progettati non in funzione del gesto che normalmente devono compiere: le tazze non trattengono il liquido, i piattini non lo raccolgono, i recipienti lasciano fuoriuscire il caffè. Ciò che resta è solo il desiderio di compiere quel gesto rimasto sospeso. Il collasso è ancora una volta dietro l’angolo, sotteso e in agguato e si rifugia nelle piccole screpolature del funzionamento delle cose quotidiane.
Il corto circuito portato avanti in A Gentle Collapse, ci invita ad accettare l’instabilità come condizione necessaria per restare in movimento, anche quando la direzione non è del tutto chiara.





