Il progetto, Prima di Perdersi, accompagnato da un testo critico di Michele Cotelli, mette a confronto due giovani artisti appartenenti alla stessa generazione ma portatori di linguaggi profondamente diversi, offrendo al pubblico un percorso costruito sul dialogo tra differenti modalità di intendere la pittura e la rappresentazione. Più che cercare punti di contatto formali, la mostra si concentra sulle tensioni che attraversano le rispettive ricerche. Da una parte, la pittura di Enrico Pierotti costruisce paesaggi sospesi, luoghi silenziosi in cui memoria, immaginazione e osservazione del reale si fondono in una dimensione che sfugge a una precisa collocazione temporale. Dall’altra, Giuseppe Urciuolo sviluppa una pratica pittorica fortemente gestuale, affidata all’immediatezza del segno e alla vitalità della materia, nella quale figure e immagini sembrano emergere e dissolversi continuamente sulla superficie del dipinto.
Il titolo della mostra suggerisce fin dall’inizio una condizione di attraversamento. Prima di Perdersi non indica soltanto uno stato d’animo ma, anzi, propone un atteggiamento rinnovato nei confronti delle opere, quello di chi accetta di abbandonare un percorso lineare per lasciarsi guidare dalle immagini, dalle relazioni che si instaurano tra un lavoro e l’altro e dalle possibilità interpretative aperte dalla pittura. Lo smarrimento diventa così uno strumento conoscitivo, un modo per entrare nello spazio dell’opera senza pretendere di risolverne immediatamente il significato. Questa prospettiva è sviluppata nel testo di Michele Cotelli, che utilizza il linguaggio cinematografico come chiave di lettura dell’intero progetto. Il riferimento a Paris, Texas di Wim Wenders assume un valore tale da divenire vero e proprio dispositivo interpretativo attraverso cui osservare il dialogo tra i due artisti. Cotelli richiama infatti l’alternanza tra le ampie vedute del deserto che aprono il film e le riprese ravvicinate dei personaggi, individuando nella mostra un analogo passaggio tra campi lunghi e primi piani, tra contemplazione del paesaggio e attenzione al gesto umano.
Nel lavoro di Pierotti questa dimensione contemplativa emerge attraverso una pittura che costruisce immagini apparentemente familiari, attraversate però da una costante sensazione di sospensione. Formatosi tra la Scuola del Libro e l’Accademia di Belle Arti di Urbino, l’artista sviluppa una ricerca che prende il paesaggio come punto di partenza per costruire un universo simbolico personale. Le sue composizioni mantengono un rapporto con il dato reale senza mai limitarsi alla sua rappresentazione, trasformando gli elementi naturali in presenze enigmatiche che sembrano appartenere contemporaneamente al ricordo, al mito e all’immaginazione. La ricerca di Giuseppe Urciuolo procede invece lungo una direzione opposta. Nato a Benevento nel 2000 e attualmente attivo a Bologna, l’artista affida alla rapidità del gesto e alla forza della materia il compito di costruire immagini aperte e instabili. Le superfici conservano la traccia del movimento che le ha generate, mentre il colore diventa il luogo in cui si depositano frammenti di esperienza, intuizioni, visioni. Più che raccontare una storia definita, i suoi dipinti evocano atmosfere sospese, piccoli episodi che sembrano affiorare dalla memoria o dal sogno senza trovare una conclusione definitiva.
L’accostamento delle due ricerche produce un dialogo costruito per contrasti. Se Pierotti invita lo sguardo a rallentare e a perdersi nella profondità del paesaggio, Urciuolo concentra l’attenzione sull’energia dell’azione pittorica e sulla presenza fisica dell’immagine. Ne emerge un percorso in cui contemplazione e narrazione, distanza e prossimità, equilibrio e tensione convivono senza annullarsi reciprocamente.
Con questo terzo appuntamento di Flatness, TORRSO conferma l’interesse verso una riflessione sulla pittura contemporanea che evita letture univoche e privilegia il confronto tra esperienze differenti. Prima di Perdersi diventa così un’occasione per osservare come due pratiche autonome possano entrare in relazione senza perdere la propria identità, lasciando che sia il visitatore a costruire, attraverso il proprio sguardo, un possibile racconto tra le opere.


