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Artopia Gallery per un’indagine sul confine tra sé e mondo

La mostra Porous Kinship, ospitata da Artopia Gallery, riunisce cinque artiste internazionali in un’indagine sul rapporto di interdipendenza tra corpo, materia e ambiente.

Artopia Gallery ospita Porous Kinship, mostra collettiva curata da Maddalena Iodice con le artiste Kesewa Aboah (Inghilterra), Alberte Agerskov (Danimarca), Aléa Work (collettivo parigino fondato da Miriam Josi e Stella Lee Prowse), Dimitra Charamandas (Svizzera) e Diana Policarpo (Portogallo). La mostra attraversa pittura, scultura e video per interrogare il rapporto di mutua appartenenza tra il corpo e il mondo che lo circonda. Nata per sostenere artisti emergenti, Artopia costruisce il proprio programma attorno agli scambi tra ecosistemi geografici, emotivi e culturali. Lo spazio milanese diventa così un interlocutore attivo con le opere che custodisce, e Porous Kinship ne è una conferma evidente.

L’ipotesi curatoriale si fonda su uno sguardo animistico, capace di percepire risonanze tra il corpo e ciò che siamo abituati a classificare come natura o ambiente. A formularla è Maddalena Iodice, artista e curatrice la cui pratica attraversa la parola, le arti visive, il suono e le tecniche somatiche. Nel suo lavoro il corpo è sede di un sapere che precede il linguaggio, in cui si depositano storie e forme di percezione che resistono alla classificazione. Da questa posizione nasce la domanda sottesa alla mostra: cosa resta della distinzione tra sé e ambiente quando si cercano i punti di contatto?

Porous Kinship si traduce in un attitudine ad abitare, o meglio a permeare. Il progetto si nutre del pensiero di studiosi come il filosofo Manuel De Landa, per il quale la struttura ossea degli animali non è che una versione densificata dei minerali terrestri; Gregory Bateson, che concepiva la mente non come proprietà del singolo organismo ma come fenomeno distribuito nell’ambiente; e la teorica Karen Barad, secondo cui la capacità di entrare in relazione è una condizione intrinseca alla materia. Sullo sfondo, le esperienze della coreografa Anna Halprin e della danzatrice Simone Forti, che negli anni Sessanta trattavano l’ambiente come co-presenza.

Con July, series (N. 1–4), 2026, Kesewa Aboah porta in galleria opere su metallo generate dal contatto diretto tra la propria pelle ricoperta di pigmenti e la superficie. Ne risulta una costellazione di impronte di intensità variabile, una scrittura corporea che il metallo assorbe e conserva.

Nel lavoro di Aléa Work l’istanza creativa si sposta fuori dal perimetro umano. È il micelio a intervenire sui tessuti, consumandone il colore e riscrivendone la struttura secondo una logica propria. Mycelial Pattern N.7, 2026 attraversa la navata centrale della galleria come un lungo drappo sospeso dal soffitto al pavimento, percorso da tracce pallide e ramificate lasciate dal fungo. La serie Mycelial Pattern Detail (N. 1–3), 2026 ne offre una lettura ravvicinata. Insieme propongono un modello operativo in cui la cura sostituisce il controllo e il risultato non è mai del tutto prevedibile. Alberte Agerskov sviluppa un ragionamento per certi versi speculare: in MP Mutual Pressure, 2026, sono due sostanze inorganiche a trasformarsi nell’incontro. L’acqua, scorrendo sul marmo, ne scioglie la superficie estraendo i cristalli di calcite e, nel farlo, si modifica a sua volta. Nessuna delle due esce dall’incontro invariata.

I dipinti di Dimitra Charamandas trattano la geologia come un linguaggio: terrazzi erosi, fratture del suolo, bassopiani inondati diventano superfici su cui leggere stanchezza, resistenza e pressione. La grande tela Terraces, Outfields (Nadia), 2025 occupa la parete principale come una mappa affettiva. I piccoli formati della serie Little Inlets, distribuiti tra i due livelli della galleria, sporgono dalle pareti con una presenza quasi scultorea, come se la pittura faticasse a contenere ciò che intende esprimere. La mostra si conclude nella sala video con When the Sea Swallows, 2022 di Diana Policarpo: la voce narrante non è quella di un essere umano, ma dell’isola Aea, nell’arcipelago delle Selvagens. Le comunità che l’hanno abitata, le forze che l’hanno trasformata e le perdite che ha subito diventano capitoli di un’autobiografia.

Porous Kinship è una mostra da attraversare, più che da guardare, così come Artopia è uno spazio d’ascolto, prima ancora che di esposizione. Le cinque artiste provengono da geografie e pratiche lontane, eppure convergono sull’idea che il confine tra corpo e mondo sia permeabile e poroso. Come scrive Iodice: «Guardare non è una questione di vista, ma di relazione con l’Altro; e se la corsa febbrile della contemporaneità ci allontana dalla possibilità di relazionarci con l’anima dell’ecosistema naturale, allora che sia l’Arte a risvegliare la nostra capacità di sentire».

Porous Kinship
Kesewa Aboah, Alberte Agerskov, Aléa Work, Dimitra Charamandas, Diana Policarpo
Artopia Gallery, Milano
a cura di Maddalena Iodice
dal 19 marzo all’8 maggio 2026

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