La Fondation Beyeler di Basilea ha recentemente inaugurato la prima grande retrospettiva in Svizzera dell’artista francese Pierre Huyghe (Parigi, 1962).
Il celebre museo, sede della collezione di Hildy e Ernst Beyeler, è una tappa obbligata per il collezionismo internazionale che ogni anno, durante la “Settimana Santa” dell’arte di Art Basel, si riversa nella cara – tanto per affezione quanto per il portafoglio – città elvetica.
La proposta espositiva della fondazione è quanto mai interessante, grazie all’intreccio tra le rinomate ricerche dei grandi maestri storicizzati e progetti più sperimentali, con cui vengono spesso evidenziati curiosi trait d’union. Non si parla, certo, di mostre avanguardistiche sganciate dalle logiche del mercato, trattando alcuni dei più importanti artisti internazionali – da Doris Salcedo a Jean-Michel Basquiat, da Jeff Wall a Vija Celmins – ma sono pur sempre occasioni per tastare il polso del gusto, se non globale, perlomeno europeo. L’ampia personale dedicata a Pierre Huyghe arriva, infatti, dopo importanti riconoscimenti e mostre memorabili, come quelle organizzate dall’imprenditore e mecenate François Pinault nelle sedi delle sue fondazioni a Venezia, Palazzo Grassi-Punta della Dogana (2024), e a Parigi, Bourse de Commerce (2023).
Piuttosto che presentare “oscuri oggetti del desiderio”, gli stessi proposti ad Art Basel a cifre con così tanti zeri da attentare alla salute dei deboli di cuore, la mostra da Beyeler, curata da Mouna Mekouar e Anne Stenne, si configura come un “luogo del sentire”. Lo spazio organico ideato da Huyghe, che si snoda come materia in divenire della stessa sostanza delle nostre emozioni, è un ambiente pulsante da percorrere al ritmo del respiro dell’opera Apnea (2026), il cui fiato cadenzato si riverbera, attraverso aria e suono, nelle diverse sale espositive. Le stanze sono altresì collegate da Light Dust (2026), una moquette che, con giochi di luci e ombre, guida l’immersione del visitatore verso ciò che non è ancora formato, il magma viscerale che si muove al di sotto della superficie del percepibile. Erede del Situazionismo e del suo noto “Détournement” – l’intervento spaziale volto a sovvertire l’esperienza del quotidiano – Huyghe cerca appunto di scardinare l’idea di una struttura espressiva predefinita a favore di un’esaltazione del processo. Quello che offre non è, dunque, un sapere precostituito, infarcito di significato ed estetica, ma un’esplorazione nella sfera di ciò che elude le logiche della nostra ragione. Le sue opere, come impulsi emotivi ben indirizzati, fluttuano nella zona d’ombra tra l’Essere e il Nulla, in quello spazio in cui regna il potenziale. È la dimensione viscerale che emerge, così, tra le maglie del visibile, tramite un’estetica disturbante, proprio poiché non ancora racchiusa in una configurazione riconoscibile e logicamente analizzabile.
Come nel video Liminals (2025) – in cui viene esibita una cangiante danza della materia dove si liquefanno i confini tra corpo e spazio – umano, animale e inanimato concorrono ad alludere, in questa mostra, all’enigma che sottende tutte le cose, inaccessibile al ragionamento imperniato sul linguaggio. Lo stesso linguaggio che Huyghe sovverte nell’opera Idiom (2024-in corso), dove una maschera indossata da un performer coglie nell’ambiente minimi segnali, anche fuori dalle nostre capacità di percezione, per vocalizzarli in un nuovo sistema espressivo autogenerativo. Tramite questi lavori, così come nell’informe scultura di ambigua interpretazione Adversary (2026) – che si staglia come un relitto sopravvissuto a un sogno – Huyghe prova a dar voce alle sensazioni, alla confusione contraddittoria che pervade e anima il nostro Io e che rivela una connessione con la dimensione indefinita entro cui abbiamo assunto una fragile forma. Negando questa componente istintuale, rischiamo davvero di tramutarci nelle temute “puntine d’organetto” dostoevskiàne, asservite a inumane logiche deterministiche, incapaci di cogliere la molteplicità dell’Essere.
In un presente neopositivista che guarda con ammirazione agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, bisognerebbe essere ancora più consapevoli della parzialità delle risposte ottenute interrogando soltanto la ragione. Ciò che, per sua stessa definizione, non può trovare una precisa configurazione nel pensiero, infatti, si può sfiorare solo attraverso l’intuizione, che non è il risultato di un’equazione, ma lo sviluppo preterintenzionale di un pensiero che si sgancia dai cardini del già stabilito. Con questa mostra Pierre Huyghe sembra voler ricordare, in tal modo, che il vero male odierno non è un iper sviluppo degli strumenti di conoscenza, né la cieca fiducia con cui vi ci abbandoniamo, ma la negazione della controparte emozionale che tanto ha da dire al di là di ogni necessità funzionale e meccanicistica. Per quanto sia vero che “il sonno della ragione genera mostri”, non sono soltanto i canoni matematici a definire l’essere. Se la matematica sorregge ogni creazione naturale, c’è pur sempre un Allo ti, il cosiddetto “quasi-niente” di Vladimir Jankélévitch, che, pur sfuggendo alla piena comprensione, ci attira costantemente. È il bisogno di sporcare le mani della nostra mente, ritrovando quell’informe negato che rende possibili i diversi stati dell’essere. Per potercisi avvicinare, bisogna accettare di abbandonare gli ormeggi delle certezze precostruite e aprirsi al misterioso “quasi-niente” nello stesso modo in cui “il primo uomo accoglierebbe la prima primavera del mondo: con il cuore di vent’anni e l’innocenza delle otto del mattino”.





