ArtVerona 2026
Installation view, Mario Airò, Nel mentre, Palazzo Brancadoro, Fermo. Foto Alessio Beato. (4)

Nel mentre | Mario Airò dilata i paradigmi della forma

A Palazzo Brancadoro (Fermo), la mostra di Mario Airò Nel mentre, visitabile fino al 15 settembre 2025, convoca opere nuove e storiche dell’artista, in un percorso promosso da Karussel e curato da Matilde Galletti.

L’immagine non illustra, accade e nel suo accadere produce senso. Mario Airò la concepisce come una visione obliqua che sfida i contorni e invita l’occhio a completare, a scegliere, a rischiare. Ne risulta un sistema vivo: l’uomo ha bisogno dell’immagine perché l’immagine cerca un corpo, e non riproduce il visibile, ma rende visibile, sollecita qualcosa in noi, spettatori e co‑autori.

Nel mentre abita il tardo-seicentesco Palazzo Brancadoro (Fermo), che si fa ideale cassa armonica per l’artista, dove luce e suono vibrano come frequenze della stessa materia; oggi sede del Circolo di promozione della musica classica intitolato ad Ave Properzi Danielli, pianista e musa di Osvaldo Licini.  

Diapason #3 (2019) apre il percorso: una mano-mensola su cui è appeso un cimbalo in bronzo di origine tibetana e cinque “finestre” cromatiche monumentali in ottone a forma di diapason accordano lo scalone d’ingresso, invaso dalla luce che infiamma la materia, mentre l’oro rivela il suo spettro e sembra compiere una trasmutazione alchemica. Un’allucinazione controllata che l’opera orienta, affinando l’etica dell’attenzione.

Estrellita (2003) respira la celebre aria di Manuel Ponce.  Sospesa, la rosa, cerca la luce e segue il lirismo dell’ascensione musicale, diventando gesto tenero e nostalgico. È la “leggerezza della pensosità”, l’antidoto al peso del mondo di Italo Calvino, una qualità che Airò, monaco dell’immagine, pratica nella sottrazione.

Mario Airò, Estrellita, 2003. Rosa artificiale, lampada alogena, impianto audio, 90 x 45 x 32 cm. Foto Alessio Beato.

Les collines d’Anacapri dilata la forma dell’omonimo preludio di Claude Debussy: su una piccola pressa, una rosa capovolta tinge il foglio dello spartito; il legno trattiene e diffonde le macchie come un respiro. Gli arpeggi e i rintocchi che punteggiano il brano diventano aloni, filamenti, fioriture; le pause si fanno bianchi, le riprese diventano strappi di colore. Ogni velatura è una prosodia. È una poetica del quasi, dell’ineffabile reso percettibile, che chiede attenzione e tempo. Non è forse questa la via più diretta all’immediatezza? Togliere, destrutturare, lasciare che sia la materia a parlare.

Mario Airò, Les collines d’Anacapri, 2025. Legno, spartito musicale, rosa, alcol, 51 x 38 x 40 cm. Foto Alessio Beato.

Il tortuoso percorso, tra le stanze del piano nobile del palazzo, trova respiro nella sala da ballo, attuale sala da concerto, dove l’artista crea un’epidermide in pioppo che avvolge e placa l’opulenza dell’arredo. Velature acriliche assecondano le venature del legno, affiorano, si addensano in lingue telluriche da pittura rupestre e poi s’innalzano come fiamme e fenici. Qui Pareidolia capillare (2025) non è accidente ma metodo. L’immagine accade nello sguardo, agisce come vinculum, un legame sottile che annoda sensi e pensiero. Chi, alzando gli occhi, non ha visto affiorare un volto tra le nuvole? Questa è pareidolia: l’arte di cogliere un ordine segreto là dove tutto sembra caso. Non un inganno, ma una disciplina dell’immaginazione che Airò coltiva come palestra dello sguardo.

L’artista è un viandante che vagabonda tra letteratura, filosofia, musica, architettura, cinema, senza dogmi né gerarchie. Non eclettismo, ma connettività rapida, evidente anche in Anatoma tobeyoides (2019), una delle sue “opere-soglia”, dove la visibilità è tema e problema: non si mostra tutto, si attiva. 

Qui il segno è portato sino all’estinzione della sua estetica. Un reticolo bianco-su-bianco di un mollusco flâneurserpeggia sull’orlo dell’invisibile; omaggio a Mark Tobey e ai suoi White writings, ma con il contrasto abbassato fino al limite. La rappresentazione risulta iperpolisemica, genera i propri codici. 

«Viandante, non c’è cammino: il cammino si fa camminando.» (Antonio Machado). Il cammino di Anatoma tobeyoides è quasi impercettibile, non è progresso verso un traguardo né linea che congiunge partenza e arrivo; non è compiacimento per il tratto compiuto né ansia per quello che manca. È un andare interiore, una sospensione che si fa conoscenza, figura dell’esistenza stessa.

Nel mentre è un “tra” che genera, ci mostra la “terra di mezzo” dove si crea l’incontro, la scintilla che mette in moto la materia e dischiude le potenzialità delle immagini che Mario Airò esplora. L’incontro è il propulsore e il luogo della pura possibilità: trasforma l’oro in luce, la luce in suono, il suono in pensiero condiviso.

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