Sabe
Michele Giangrande

Michele Giangrande a Matera: lì dove il pane trattiene il segno del tempo

Nel tempo silenzioso che abita la materia e la attraversa come una memoria che si deposita nella fibra del pane e nella porosità della roccia, prende forma l’intervento di Michele Giangrande, CTRL Z. Estetica dell’irreversibile e politica del segno

Quello di Michele Giangrande, CTRL Z. Estetica dell’irreversibile e politica del segno, è un atto poetico che si rivela nella sua natura processuale e tattile, che non impone ma interroga e si incide senza clamore nella consistenza delle cose, come se ogni frammento fosse stato da sempre in attesa di essere pronunciato. Presso la Momart Gallery, diretta da Monica Palumbo e situata nel cuore dei Sassi di Matera, dove la storia si fa carne delle architetture e sedimentazione del pensiero, l’artista trova una dimora provvisoria, un tempo denso in cui lo sguardo si allinea al respiro lungo delle tradizioni e ogni forma – anche quella più minuta – trattiene il respiro di un’epoca che non vuole dissolversi nella neutralità del presente.

In questa cornice, la mostra – curata da Giuliana Schiavone e allestita da Angela Varvara –  si svolge come una partitura fatta di pane e di luce, di incisioni e di ceneri che non smettono di ardere, dove la cancellazione evocata dal titolo – quell’illusione digitale di un ritorno possibile – implode sotto il peso gravoso della sostanza viva, poiché l’azione, quando si fa corpo, non conosce rimedi né oblio, ma soltanto stratificazioni, erosioni, presenze che permangono anche quando crediamo di averle superate. Ogni stampo ligneo intagliato da Giangrande diviene così una lettera appartenente ad un alfabeto altro, un tentativo di comporre con i resti, di scolpire nel legno e nella memoria un vocabolario del sensibile, capace di accogliere l’indicibile che scorre sotto la superficie visibile del pane.

Nell’intervallo che separa il nutrimento dalla forma, il pane stesso diventa un luogo critico, spazio dialettico tra ciò che si consuma e ciò che sopravvive, tra la quotidianità del gesto e la sua possibilità di farsi rito. Ogni forma impressa racconta qualcosa che non si può dire, ma si tramanda attraverso la manipolazione, attraverso l’offerta, attraverso l’azione collettiva che vede il pubblico partecipe, chiamato non a osservare, ma a condividere, a incorporare – nel senso più radicale del termine – un’opera che è già stata corpo e che torna corpo nell’atto del nutrimento. L’immagine fotografica diventa allora testimonianza di un’esistenza effimera, eppure vibrante, documento del transito tra il gesto e la sua dissolvenza, traccia di un’azione che rifiuta la feticizzazione dell’opera per riaffermare la centralità dell’esperienza.

Accanto a questi pani veri – consumati, vissuti, sottratti alla durata – emergono quelli in ceramica, calcificazioni di una memoria che ha attraversato il fuoco, forme fedelmente trattenute nel loro aspetto originario eppure deviate nel significato, poiché rese eterne in una materia che simula la fragilità ma ne dichiara l’opposto, fissando nel tempo le parole che altri hanno scritto, detto, evocato, in un coro di voci che si sono offerte all’artista come segni da incidere, da far riaffiorare su una superficie porosa e insieme solenne, dove la parola perde l’innocenza del discorso per trasformarsi in impronta, in impronunciabile testimonianza della carne che scrive.

Lì dove il pane diventa scultura e la scrittura si fa corpo, prende forma una tensione che non si esaurisce nella contemplazione, ma si radica nella coesistenza di elementi opposti: la fragilità del quotidiano e la resistenza della forma, il gesto artigianale e la persistenza geologica, l’immediatezza dell’atto e la sua permanenza, la necessità di un linguaggio che non si dichiara ma si manifesta per slittamenti, discontinuità, interruzioni appena percettibili. E se il segno si fa carne, è perché ha attraversato prima il fuoco e poi la cura, perché ha accolto dentro di sé la necessità del fallimento, dell’errore, della parola che non si chiude su se stessa ma si apre come crepa, come solco, come fenditura che permette al senso di transitare.

In questa grammatica delle superfici, Giangrande non cerca il simbolo ma il ritmo profondo che unisce pane e argilla, terra e corpo, scarto e memoria, mentre l’installazione luminosa che proietta CTRL Z sui Sassi non si offre come slogan ma come ferita temporanea nella roccia, un codice che sospende il tempo e riconsegna al paesaggio una lingua interrotta, un segnale che non chiede interpretazione ma ascolto, nella consapevolezza che ogni gesto – anche quello più fugace – lascia tracce, e che la materia, quando è interrogata con rispetto, restituisce risposte che non possono essere cancellate.

Nel tempo lento e resistente che solo la città di Matera sa custodire e che soltanto galleristi intraprendenti e visionari sanno valorizzare, questo lavoro si radica come un’azione necessaria, un atto d’amore che non cerca celebrazione, ma la possibilità di rimettere in circolo un sapere collettivo, una memoria condivisa che affiora nei gesti semplici, nelle forme familiari, negli oggetti che hanno conosciuto l’uso e ora ritrovano la parola, come se ogni segno, anche quello inciso per errore, potesse aprire un varco nella superficie del presente e trattenere, ancora per un istante, l’eco del tempo.

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