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Max Mara Art Prize for Women, la finale della decima edizione

La decima edizione del Max Mara Art Prize for Women si sposta in Indonesia con cinque artiste finaliste selezionate per sviluppare progetti in residenza in Italia.

Sono Betty Adii, Dzikra Afifah, Ipeh Nur, Mira Rizki e Dian Suci le cinque artiste selezionate per la decima edizione del Max Mara Art Prize for Women (2025–2027), annunciata il 12 marzo 2026 da Max Mara, Collezione Maramotti e Museum MACAN di Giacarta. La proclamazione della vincitrice è prevista per maggio 2026.

Istituito nel 2005 dal Max Mara Fashion Group, il premio ha rappresentato fin dall’origine un caso unico nel panorama dei riconoscimenti per le arti visive. Il meccanismo si rivolgeva in modo specifico ad artiste emergenti e di mid-career, ed è rimasto invariato nel corso di vent’anni. La vincitrice trascorrerà sei mesi in residenza in Italia per sviluppare un progetto inedito che viene successivamente presentato in due mostre personali: una presso l’istituzione partner dell’edizione e una a Reggio Emilia, dove le opere entrano a far parte della collezione permanente.

Con la decima edizione il premio abbandona la sede fissa di Londra, con la Whitechapel Gallery come istituzione partner, e adotta una struttura itinerante: ogni edizione si radicherà in un paese diverso, individuato e curato da Cecilia Alemani, Direttrice e Curatrice Capo di High Line Art a New York. Per questo primo capitolo della nuova fase la scelta è caduta sull’Indonesia, con il Museum MACAN nel ruolo di istituzione partner. La giuria è composta da professioniste attive nella scena artistica locale, è presieduta da Alemani e riunisce la direttrice del Museum MACAN Venus Lau, la curatrice Amanda Ariawan, la gallerista Megan Arlin, la collezionista Evelyn Halim e l’artista Melati Suryodarmo.

L’Indonesia è un paese con un ecosistema artistico articolato, sostenuto da una rete di biennali, da gallerie indipendenti e da istituzioni come il Museum MACAN, che negli ultimi anni hanno costruito un’immagine sempre più riconoscibile anche sul piano internazionale. Le cinque finaliste ne costituiscono una testimonianza concreta dato che quattro di loro figurano nel programma della Sharjah Biennial 16 del 2025, uno dei contesti espositivi più seguiti a livello globale.

Le artiste selezionate operano con strumenti e linguaggi molto diversi tra loro, eppure le ricerche si muovono su terreni contigui. Betty Adii utilizza disegno, pittura e installazione per portare nello spazio dell’arte le tensioni politiche e sociali che attraversano la Papua. Le sue opere intrecciano vissuto personale e memoria collettiva, per costruire un discorso sulla condizione delle donne della sua comunità.

Dzikra Afifah conduce invece la propria indagine attraverso la ceramica, partendo da masse compatte di argilla le erode dall’interno, lasciando che la cottura cristallizzi le deformazioni generate dal processo. Il suo lavoro non separa il pensiero dall’azione fisica e nelle sculture rimane visibile la traccia di ogni negoziazione tra intenzione e resistenza della materia.

Ipeh Nur affonda le radici nella mitologia, nell’oralità e nella storia dell’arcipelago indonesiano. Nella sua pratica il disegno e pittura convivono con batik, ceramica, incisione, scultura, installazione, video e murales. I materiali vengono scelti non per il loro valore simbolico, ma per la capacità di instaurare un contatto fisico diretto con chi li lavora.

Mira Rizki porta nel campo dell’arte contemporanea una sensibilità profondamente legata al suono e alla sua dimensione percettiva. Le sue installazioni immersive prendono avvio da una domanda: come cambia ciò che sentiamo in funzione del luogo in cui ci troviamo, dei ricordi che portiamo con noi e del contesto che ci circonda?

Dian Suci si dedica all’osservazione ravvicinata della vita domestica trasformandola in una riflessione su come lo Stato, il patriarcato e il capitalismo penetrino negli spazi privati, condizionando l’esistenza delle donne. Installazione, pittura, scultura e video sono i suoi strumenti principali.

Ciò che accomuna queste cinque ricerche è la posizione che le artiste assumono nei confronti di una realtà dove l’arte possa e debba misurarsi con le strutture di potere, con le storie dimenticate e con le fragilità del presente. È su questa base che il Max Mara Art Prize for Women ha costruito nel tempo la propria identità come strumento di produzione e di visibilità. La residenza italiana rimane il fulcro del progetto: sei mesi durante i quali la vincitrice potrà lavorare, con il supporto della Collezione Maramotti, per dare forma a un progetto che nel 2027 sarà presentato sia a Giacarta sia a Reggio Emilia. Un doppio appuntamento che costituirà, a tutti gli effetti, il primo esito concreto di questo nuovo capitolo itinerante del premio.

Max Mara Art Prize for Women
Betty Adii, Dzikra Afifah, Ipeh Nur, Mira Rizki e Dian Suci
Max Mara, Collezione Maramotti e Museum MACAN di Giacarta, Reggio Emilia
A cura di Cecilia Alemani
marzo – maggio 2026

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