Il progetto espositivo prosegue il segno già tracciato dalla precedente mostra di Vincenzo Agnetti, dove si indagava il paesaggio e la natura. Qui il solco si fa più profondo: con Materia Madre Lingua Madre si ritorna alla dimensione primigenia, all’archè, termine con cui Anassimandro designa il principio originario di tutte le cose. “Materia” e “lingua” vengono ricondotte a una dimensione primaria, generativa, materna, come principio di base, che apre al respiro del Possibile. Le opere dei quattro artisti sono accomunate dalla commistione tra origine e mutamento. Una rigenerazione simbolica che contiene già il germe della propria dissoluzione.


Installation view, Galleria Erica Ravenna. Foto di Roberto Apa. Courtesy Galleria Erica Ravenna
Il percorso espositivo prende avvio con i due lavori di Cyril de Commarque, posti specularmente. Il primo è costituito dagli acquarelli su carta, Metamorpheses (2026), nei quali figurano bulbi sferici da cui sembrano nascere, ramificarsi o germogliare boccioli di piante e figure antropomorfe, talvolta dalle sembianze umane; le forme germinano le une nelle altre, innestandosi reciprocamente in una sorta di osmosi tra uomo e natura. Una neogenesi che però reca già in sé il seme della propria caducità. Il secondo lavoro, Colonne (2026), è costituito da sculture lignee che, come afferma la curatrice De Resmini, “rimandano a un bosco, a questi polmoni verdi, un rimando alla terra. Evocano ecosistemi originari e nuove possibilità di vita nell’epoca dell’Antropocene”. L’opera prende forma da tronchi tagliati e bruciati, attraversati da sagome umane e vegetali, come ombre color ocra, in una bicromia essenziale. L’artista si avvale di una grammatica primordiale; le sagome raffigurate richiamano le pitture rupestri per la loro essenzialità, tra le più antiche manifestazioni artistiche dell’uomo. Questa delicatezza permane nelle sagome floreali della serie Persuasioni(2025) di Laura Pugno, dove l’artista rende totemica l’Ammophila arenaria, specie che abita i cordoni dunali costieri, il cui habitat naturale è evocato dall’impiego della sabbia come materiale pittorico applicato sulla carta abrasiva. La relazione tra il colore blu e la sabbia, così come le oscillazioni delle sagome vegetali, evoca l’alone di schiuma generato dal movimento ritmico delle onde sul bagnasciuga, seguendone il respiro. La curatrice interpreta queste sagome floreali come rimando alle statuette votive arcaiche, proprio per la loro postura ieratica, riconducendole alla riflessione di Marija Gimbutas nel volume The Language of the Goddess, in cui l’archeologa interpreta le statuette femminili come raffigurazioni della “Grande Madre”. È proprio da questa lettura che prende origine il titolo della mostra. Sempre di Laura Pugno, Autopoiesi (2025), opera polimaterica, restituisce la fossilizzazione della natura stessa, come se ne sopravvivesse soltanto la memoria. È proprio la memoria, insieme alla metamorfosi del linguaggio, a emergere nel lavoro di Lucia Veronesi, The plants you kill are doing quite well (2026), dove l’indagine si sposta sulla “lingua”, sulla comunicazione. L’artista lavora su specie vegetali credute estinte e successivamente ricomparse sotto nuove tassonomie. Attraverso monotipi e ricami mostra come la perdita della nomenclatura originale, poi sostituita da nuove denominazioni, alteri la percezione delle piante stesse. Le parole intessute nell’opera sono indecifrabili, scomposte e afone. L’opacità del loro significato si traduce in una comunicazione muta, cripticamente illeggibile. Il lavoro richiama la riflessione di Walter Benjamin in Sulla lingua in generale e sulla lingua dell’uomo: «la traduzione della lingua delle cose in quella degli uomini non è solo traduzione del muto nel sonoro, è la traduzione di ciò che non ha nome nel nome». Se per Benjamin il nome custodisce ancora una relazione profonda con l’essenza della cosa nominata, Veronesi mostra invece la precarietà di tale legame: quando il nome si perde, anche la memoria si offusca. I fili scivolano pendenti dalla tela come metafora di radici senza più un terreno d’origine, sradicate. Ne emerge una lingua incomunicabile, in cui la perdita del nome coincide con lo smarrimento della memoria culturale. La mostra, da questo momento in poi, muta radicalmente il proprio linguaggio espressivo in un crescendo di tensione, culminando nell’incisività del linguaggio di Gaia Scaramella, che occupa l’ultimo ambiente della galleria. La serie Panspermia (2015) è costituita da collage su carta. Il titolo rimanda a Pan, il dio della fecondità e del mondo pastorale, ma la divinità è anche associata al “timor panico” ed è proprio questa tensione a permeare l’intera serie, un palinsesto iconografico perturbante, in cui si rompe definitivamente la delicatezza del linguaggio iniziale della mostra. Archeologia, statuaria romana, un volto femminile rinascimentale, elementi vegetali e organi si scompongono e ricompongono, generando una figura antropomorfa chimerica. Matribus (2026), invece, è una serie costituita da diversi piccoli vasi colorati da cui fuoriescono, come fossero grigi virgulti, figure informi e ansiogene che sembrano morire nel momento stesso in cui nascono. Risuona allora il cotidie morimur di Seneca: la consapevolezza della morte orienta la vita, poiché ogni giorno una parte della nostra esistenza si consuma, richiamandoci a dare il giusto valore al presente. Nell’opera questi piccoli corpi antropomorfi sembrano essere sospesi nell’istante che precede l’urlo, come un germoglio appassito nel suo stesso nascere. Il fiore di una morte. L’ultima opera di Scaramella, Il suono dei tuoi occhi, è una videoperformance in cui l’artista, nuda in una nudità archetipa, quasi un’eco del racconto edenico, tenta di “togliersi gli occhi di dosso”. Il suono emesso dagli occhi, che richiama il crepitio del serpente a sonagli, trasforma quegli sguardi in una stretta mortifera dalla quale l’artista cerca di liberarsi, fisicamente e simbolicamente.

Materia Madre Lingua Madre rivela una coerenza tematica che si sviluppa secondo la logica di un organismo vegetale: dalla génesis embrionale si diramano, di opera in opera, le radici di una progressiva sfioritura, che attraversa la crescita, la metamorfosi, fino al confronto con la morte. Un’escalation visiva che culmina con Gaia Scaramella e muta il registro espressivo della mostra, aprendo a una riflessione politica sul nostro legame con la terra madre, oggi compromesso dalla deforestazione, dalla perdita di biodiversità e dall’estinzione delle specie vegetali. Allora quegli occhi mortiferi che Scaramella cerca di togliersi di dosso non sono altro che gli occhi della terra stessa: uno sguardo critico al quale non possiamo sottrarci. Ed è nelle ferite della terra che si misura il destino delle radici della nostra stessa esistenza.
Materia Madre Lingua Madre
Galleria Erica Ravenna
Via della Reginella, 3, Via di S. Ambrogio, 26, Roma
dal 12 maggio al 30 settembre 2026
