Sabe
Siracusa, Neapolis, latomia dell'orecchio di Dioniso

L’Orecchio di Dionisio

Lucia, che aveva salvato Dante dal Purgatorio e dall’Inferno, non avrebbe salvato Caravaggio dalle copie future dei suoi capolavori. A lui, a dire il vero, sarebbe bastato che lo salvasse da se stesso, dall’umore nero che lo divorava, sprofondandolo in un gorgo di sospetti. Era terrorizzato dall’idea che qualcuno lo spiasse. Perciò, visitando una grotta del Parco della Neapolis, sotto il teatro di Siracusa, la aveva ribattezzata l’Orecchio di Dionisio, nome che sopravvive tuttora; come se il tiranno se ne stesse lì acquattato ad origliare i piani dei suoi schiavi. Se ne era ricordato, di quella grotta, nell’arcata che, nel Seppellimento, pende come un coperchio sul corpo della santa, amplificando a dismisura l’orrore della scena. La verità era un’altra: nessuno lo cercava. A Malta come a Roma sapevano che lui era in Sicilia: che ci restasse! In qualunque luogo andava, creava disastri. Che importa dipingere in modo sovrumano se si semina ovunque incomprensione? Si sbagliavano. Non era lui ma la vita a fare orrore. Non era stato lui a uccidere la giovane che i siracusani chiamavano Lucia. Ne aveva già viste così tante, di morti – morti per acqua, morti per dissanguamento, morti per vecchiaia o malattia – che il suo sguardo non reggeva più la luce. Voleva nascondersi, chiudersi in una catacomba, come quelle, infinite, che si stendevano sotto la chiesa di Santa Lucia al Sepolcro, così simili alle altre che aveva visto a Roma o a Malta, nei pressi della grotta dove san Paolo trascorse tre mesi dopo aver fatto naufragio. Tre mesi, non uno di più. Era tempo di lasciare Siracusa per Messina.

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