Qui infatti Giuseppe Nevi, parroco della Pieve di Santa Maria Assunta, incontra l’artista Vincenzo Marsiglia e un desiderio prende forma: realizzare una mostra di arte contemporanea capace di valorizzare il patrimonio architettonico e spirituale della pieve, creando un percorso che includa anche la chiesa di San Pietro Apostolo. La volontà espressa fin da subito da don Giuseppe non è stata quella di una commissione di arte sacra, ma dell’apertura a un dialogo con opere presentate nella loro autenticità, non adattate né pensate per compiacere lo spazio sacro, ma accolte e ascoltate per ciò che già sono. L’arte dunque viene qui riconosciuta come segno capace di parlare della vita nella sua intima universalità.
Marsiglia ha accolto l’invito con un progetto curatoriale costruito come un intreccio di linguaggi, temi e generazioni. La mostra L’emozione della forma, visitabile fino al 5 ottobre 2025, coinvolge infatti quattro artisti italiani – Antonio Barbieri (1985), Fabiola Porchi (1991), Oliviero Rainaldi (1956), Rita Siragusa (1973) – scelti per rappresentare altrettante direzioni della ricerca contemporanea, in ordine: il mondo vegetale, la natura animale, l’umano e il sogno. Con sensibilità e intelligenza curatoriale, Marsiglia ha saputo assegnare alle opere di ciascun artista una collocazione capace di generare un confronto vivo con lo spazio liturgico, trasformandolo e lasciandosi trasformare.

È il caso della scultura Estroversa di Rita Siragusa, posizionata in uno scorcio solitario a lato della Pieve, dove lo slancio verticale dell’opera si relaziona a quello del campanile, in un rapporto di risonanza tra materia e architettura.Realizzata in acciaio, l’opera esprime il moto interiore dell’esistenza attraverso una forma che “si innalza verso il cielo”, come spiega l’artista: “un acciaio che prega, senza imporsi, una colonna che danza… un dialogo tra terra e cielo”. La poetica di Siragusa è fatta di visioni intime e spirituali, una tensione tra i pieni e i vuoti della vita che si riflette nel linguaggio scultoreo.

L’opera Caduti di Oliviero Rainaldi si confronta invece con il Museo delle Campane, un nuovo spazio espositivo all’esterno della pieve sorto nel 2025 su progetto dell’architetto Elvira Ambrogi. Accanto al concerto delle sei campane storiche della pieve, restaurate e posizionate su piedistalli in mattoni rossi che riprendono le pareti esterne della chiesa, si trova la scultura di Rainaldi: un delicato bassorilievo in bronzo raffigurante un volto. Il bassorilievo è una delle tecniche utilizzate da sempre dall’artista, ma con una peculiarità: le figure sono scolpite quasi in assenza di volume, al punto che esse emergono e si dissolvono con il mutare della luce. “Solis et artis opus (lat: opera del sole e dell’ingegno)” cita l’artista durante l’evento inaugurale della mostra e spiega: “Il bassorilievo lavora sul sole, sulla luce; se la luce è frontale, l’immagine sparisce”. La collocazione della sua opera nell’assolata solitudine del Museo assume allora un significato profondo: amplifica la dimensione contemplativa e stimola una riflessione sulla caducità e la spiritualità del corpo.



© Nicola Gnesi. Courtesy Galleria NM Contemporary
Installation views: L’emozione Della forma, 2025, Soncino (CR). Foto Nicola Gnesi
Sullo sfondo del Museo, aggrappato al muro esterno dell’abside della pieve si sviluppa invece Sarcopoterium, l’intervento di Antonio Barbieri. La sua ricerca, radicata in una riflessione sulla natura vegetale e sul rapporto tra tecnologia e materia, si esprime, come afferma il curatore, in opere “phygital” realizzate attraverso un’elaborazione che fonde intelligenza artificiale e gesto manuale. La sua installazione sembra voler far sbocciare il silenzio della pietra, evocando un organismo vivo, una natura reinterpretata come forma e codice.

Infine, all’interno della chiesa di San Pietro Apostolo trova collocazione il lavoro di Fabiola Porchi, che esplora con rigore e delicatezza la relazione tra essere umano e animale. Una riflessione intima e silenziosa in cui la ripetizione ossessiva delle forme, che caratterizza la sua produzione artistica, si armonizza con il ritmo delle preghiere. La volontà dell’artista di generare un cambio di prospettiva attraverso un segno, sincero e mai violento, trova forza tra le navate della chiesa e invita a un’interpretazione più ampia e profonda della parola “compassione”. “Se con le mie opere riuscirò a rendere plausibili le domande che pongo – e magari a suscitarne di nuove –” afferma l’artista “avrò raggiunto il mio obiettivo”.
Per il momento ciò che si può affermare con sicurezza è che con questo progetto espositivo il desiderio di don Giuseppe di utilizzare l’arte contemporanea come occasione di relazione e pensiero è perfettamente riuscito. Lui stesso al termine dell’evento inaugurale ha voluto subito iniziare a organizzare una tavola rotonda di approfondimento, prevista come evento di finissage, in cui poter discutere con gli artisti e il curatore le tematiche emerse. Un confronto reso tanto più interessante dal fatto che il curatore, Vincenzo Marsiglia, è egli stesso un artista e si pone quindi anche come figura interna ai processi creativi.
Vincenzo Marsiglia (1972), artista di rilievo internazionale noto per la sua “Unità Marsiglia” – una stella a quattro punte che da anni rappresenta il suo segno distintivo – ha scelto in questo caso di mettere da parte il proprio lavoro artistico per concentrarsi sul disegno curatoriale, valorizzando le opere altrui e il contesto che le accoglie e dimostrando ancora una volta di saper lavorare sul territorio con rispetto, visione e intelligenza.
L’intenzione è quella di far proseguire l’esperienza, affidando in futuro la curatela ad altre figure e ampliando il raggio della partecipazione. Tra le ipotesi in campo, il coinvolgimento delle Accademie di Belle Arti attraverso un contest rivolto agli studenti più meritevoli, valutati da un comitato scientifico in via di definizione che includerebbe lo stesso Marsiglia, don Giuseppe, Elvira Ambrogi e altri esperti. Un modo per mantenere vivo il dialogo tra arte contemporanea e spazio sacro e per costruire nel tempo una piccola collezione permanente capace di raccontare questo incontro che è già oggi, nei fatti, una rarità.
L’emozione della forma appare allora come un gesto semplice, ma radicale. È l’esempio di come un dialogo nato dalla fiducia e dal rispetto reciproci tra visioni diverse – la fede e l’arte – possa generare un’energia nuova.

