Veduta della mostra “L’arte rivela il segreto delle cose. Mappe, mitologie, volti”, Palazzina Trombini, Melegnano, 2024. Ph. Paolo Anghinoni

L’arte rivela il segreto delle cose: un viaggio nell’animo umano

Tra outsiders e Art Brut, arte infantile e tribale, la mostra “L’arte rivela il segreto delle cose. Mappe, mitologie, volti”, a Palazzina Trombini di Melegnano fino al 3 marzo, vuole illustrare l’animo umano, dando voce a tematiche poco convenzionali del panorama artistico contemporaneo.

La rassegna, a cura di Giorgio Bedoni – medico psichiatra e docente presso l’Accademia di Belle Arti di Brera –, presenta settanta opere di artisti contemporanei e del Novecento, articolate nelle varie stanze per affinità stilistiche, tematiche e di linguaggio. 
La scelta della Palazzina Trombini come sede espositiva non è casuale, in quanto l’affascinante edificio, un asilo di fine Ottocento fondato nel 1887 – anno in cui Corrado Ricci pubblicò il suo saggio pionieristico “L’arte dei bambini” –, si lega intimamente a uno dei temi della mostra; difatti, tra i principali fili conduttori vi sarà proprio il disegno infantile e il suo ruolo nel rinnovamento dei linguaggi artistici.        

L’arte rivela il segreto delle cose è uno sguardo visionario sulla realtà interiore dell’artista e su quei mondi nascosti che, solitamente, si tende a ignorare: gli outsiders dell’arte, le mappe aborigene, l’arte nera. 
La prima sala, infatti, si presenta come una porta aperta verso dimensioni inesplorate e profetiche. Ad accoglierci le opere di Simone Pellegrini, mappe fantastiche e primordiali, metafore di realtà segrete che invitano a un viaggio senza fine, di scoperta e riflessione; accanto, “Sillons enivrés” di Philippe Azéma, cartografie di un universo apparentemente vuoto, ma ricco di suggestioni, popolato da figure sintetiche che sembrano incarnare l’essenza dell’antichità.         
Tra le vivaci pareti gialle della sala, che ospitano le xilografie dalle linee nervose e marcate di Max Pechstein e Karl Schmidt-Rottluff – esponenti del movimento espressionista Die Brücke –, tre opere intrise di un profondo senso sociale e politico, vere e proprie denunce visive in un dialogo che va oltre il tempo e lo spazio. Nell’acquaforte “Sueno y mentira” (“sogno e menzogna di Franco”) del 1937, Pablo Picasso offre uno sguardo straziante e profetico sugli orrori della guerra civile spagnola, anticipando il suo capolavoro, “Guernica”, del Museo Reina Sofía di Madrid. Citando il celebre “Capriccio n.43” di Francisco Goya, con la sua emblematica frase «il sonno della ragione genera mostri», Picasso incide un ritratto vivido delle atrocità della guerra, denunciandone violenze e menzogne; un ritratto che stamperà oltre ottocento volte e che venderà per finanziare gli sforzi volti a porre fine al conflitto. In dialogo con l’immortalità di Picasso, i lavori di due artisti viventi; “La sedia elettrica” di Umberto Gervasi, monumentale opera in terracotta che risuona di morte, del tormento di un’anima innocente; ogni dettaglio, ogni figura plasmata nella terra, racconta una storia che fonde la tradizione popolare siciliana con un medievalismo fantastico, trasportando chi la guarda alla riflessione sulla condizione umana e sulle sue contraddizioni. Un’opera che parla al cuore, che costringe a confrontarci con la nostra stessa mortalità e con le inevitabili domande che essa solleva. Infondo alla sala, la piccola carta di Mehrdad Rashjidi, artista iraniano, artefice di donne senza velo, silenziose, anestetizzate, immerse negli orrori e nelle angosce del presente. 

Si prosegue nel corridoio dell’asilo che accoglie i lavori di tre artiste appartenenti a tribù centro-orientali dell’India, per la prima volta in Europa. Le opere di Jodhaya Bai, Bhuri Bai e Ladoo Bai posano sulle pareti come vibranti celebrazioni dell’intimo legame con la Terra Madre, un reverenziale tributo al mondo naturale: sugli sfondi neutri, prevalentemente candidi, le figure emergono con animate tonalità, colori acidi che incarnano divinità induiste, animali e piante; un principio vitale unico, universale, che permea ogni cosa, incluso il regno inanimato.       

Tra storia e innovazione, in un’altra sala il passato si intreccia con il contemporaneo in una suggestiva conversazione artistica. Qui, la linearità e la purezza formale di Vitalino Marchini – artista originario di Melegnano e titolare della cattedra di Scultura all’Accademia di Brera, dopo la morte di Adolfo Wildh – e del suo marmo di fine anni Venti, “Donna seduta su un masso”, si contrappongono alle tele in parete di Umberto Gervasi e Stefano Zangiacomi; in un’opulenza di dettagli, colori e forme, queste opere trasudano un’ossessione per determinati soggetti, un caos ordinato che evoca l’arte medievale e primitivista, alla base del Cubismo di Picasso e delle enigmatiche figure senza occhi di Modigliani.            

L’infanzia viene omaggiata nelle due ultime sale; tra queste, una delle ambientazioni più suggestive, il piccolo bagnetto dei bambini, allestito con le tele di Stefano Codega e Rosangela Anelli, le sculture di Caterina Marinelli e la celebre litografia “Le taureau” di Pablo Picasso. Quest’ultima, si presenta come punto di svolta dell’importanza del disegno infantile sulla Storia dell’Arte: difatti, quello che vediamo non è il punto di partenza, ma il punto d’arrivo, “l’undicesimo stato”, una forma che riprende l’innocente tratto del disegno infantile, l’essenza del segno, pura narrazione. Come scrive Hèlene Parmelin, amica di Picasso, «lui cercava il suo toro, e per arrivare al suo toro fatto di una sola linea ha dovuto passare da tutti i tori. E quella linea, quando la si vede, non si può immaginare il lavoro che ha richiesto».           
L’arte rivela il segreto delle cose, dunque, si propone di evidenziare un concetto fondamentale: i veri Maestri sono i bambini, in quanto grandi nomi della Storia dell’Arte, tra questi alcuni presenti in mostra, come Joan Mirò, Karel Appel – tra i fondatori del gruppo COBRA – e Vassily Kandinsky, si sono lasciati ispirare dal disegno infantile, dalla loro narrativa. Potremmo racchiudere quest’idea nel celebre aforisma di Picasso: «A dodici anni dipingevo come Raffaello, però ci ho messo tutta una vita per imparare a dipingere come un bambino».            
Kandinsky, invece, declina il discorso di Picasso in “chiave musicale”, associando questa tipologia di disegno a una sorta di “musica interiore”, suono primordiale che dà origine alla creazione, al tutto.    

Di notevole interesse è il “ritratto del mondo manicomiale”, tematica affrontata con profonda sensibilità dalle opere di Carlo Zinelli – massimo esponente italiano dell’Art Brut di Jean Dubuffet – e di Gino Sandri, eccellente disegnatore del Novecento. Le tempere su carta di Zinelli, realizzate all’interno dell’atelier manicomiale di San Giacomo Alla Tomba, sono intricati labirinti di un sogno freudiano popolato da figure e numeri che si ripetono ciclicamente, in modo seriale, nati dalla drammatica esperienza del trauma bellico e dalla realtà cruda e isolante dell’istituzione manicomiale.
Al contrario, i disegni di Sandri si distinguono per la loro raffinatezza ed essenzialità; il tratto elegante, che trova parallelismi in quello espressionista di Egon Schiele, mira a emanare l’essenza stessa della malattia, senza cadere nella “trappola del ritratto della follia”, che tende a ridurre i volti in maschere e caricature, segnate da una lieve ironia. Sandri ci svela la dura e cruda realtà di quegli anni e di quei luoghi, una realtà permeata da chiusura, solitudine ed estrema malinconia. 

A conclusione del percorso espositivo, le opere di Maurizio Zappon, noto come “Zap”, collocate nel secondo bagnetto. Qui, carte, tele e lenzuoli fungono da testimoni della fervida passione dell’artista, il quale si dedicava costantemente alla pittura su una vasta gamma di supporti. I lavori spaziano da suggestivi paesaggi vulcanici a rappresentazioni celesti, fino all’esplorazione della mitologia e ai ritratti di Ulisse, celebre eroe viaggiatore dell’antichità: nei tratti di quest’ultimo, Zap riconosce il proprio alter ego, poiché la sua opera è una perpetua ricerca nell’arte e nella sperimentazione, un viaggio incessante, senza fine, che si snoda attraverso terre creative inesplorate.    


All’interno della mostra, inoltre, è presente uno spazio-atelier dedicato all’attività artistica, dove ai visitatori viene offerta l’opportunità di partecipare attivamente con la realizzazione di un’opera. Questo progetto nasce dalla collaborazione con l’Atelier Diblu di Giorgio Bedoni, uno spazio volto a favorire un’espressione creativa libera e diversificata. Lungo le pareti, le creazioni degli artisti partecipanti all’atelier Diblu e “Rizoma-ipogeo”, opera condivisa degli artisti terapisti del corso di Cromatologia del Bienno di Teoria e Pratica della Terapeutica Artistica di Brera, condotto da Daniela Zarro: il rizoma, un elemento naturale composto da radici che affondano nella storia individuale, ma che, nell’espandersi in modo orizzontale, si intrecciano e raccolgono le storie dell’altro, creando così un tessuto narrativo condiviso e interconnesso.          

La mostra L’arte rivela il segreto delle cose. Mappe, mitologie, volti, a cura di Giorgio Bedoni – e promossa dall’Assessorato alla Cultura di Melegnano. –, è aperta al pubblico dal 20 gennaio al 3 marzo, presso la Palazzina Trombini di Melegnano. In sede è disponibile il catalogo della mostra con testi critici di Giorgio Bedoni, Nicoletta Braga e Caterina Corni. Durante l’esposizione, sono state organizzate delle serate che hanno offerto approfondimenti sul mondo dell’arte, della musica e della poesia.