ArtVerona 2026
Sulla sinistra Memorie future di Emanuele Scuotto. Sulla consolle Medusa di Vettor Pisani

La tendenza dell’antitendenza

È in corso dal 25.10.2025 al 12.04.2026 presso il MUSA, Museo della Reggia di Portici, la mostra Noismi. Per un futuro senza ismi, a cura di Michele Citro.

La rassegna, affiancando capolavori di maestri storici come Umberto Boccioni, Leoncillo Leonardi, Mario Schifano, Tano Festa e Vettor Pisani a opere di talenti contemporanei come Luigi Citarrella, Angelo Andrea Citro, Mario Ferrante, Alessia Forconi, Ignazio Fresu, Paolo Garau, Angelo Giordano, MiTch Laurenzana, Franco Losvizzero, Fulvio Merolli, Giuseppe Negro, Francesco Pennacchi, Giuseppe Palermo, Biljana Petrovic, Marzia Ratti, Francesco Scialò, Aniello Scotto ed Emanuele Scuotto, indaga le continuità, le rotture e le reinterpretazioni che i principi estetici futuristi hanno ispirato di generazione in generazione. Ne discutiamo con il curatore.

Cercando “ismo” sul dizionario online, risulta la seguente voce: “indirizzo artistico, letterario o anche politico, sull’onda del momento e dell’effimero”. Dando per buona la definizione, il titolo della mostra, Noismi. Per un futuro senza ismi, è — correggimi se sbaglio — una professione di fede in un’arte che rifiuta ogni facile classificazione.

La tua osservazione centra perfettamente il punto, anche se più che una “professione di fede”, mi piace definirla una necessità etica, creativa e curatoriale. Il termine «ismo», come giustamente sottolinei, porta con sé l’eredità di una catalogazione che spesso sacrifica l’essenza dell’opera sull’altare della corrente o della moda del momento. Con NOISMI ho e abbiamo voluto compiere un gesto di rottura e, al contempo, di ricongiungimento, contraddistinto da alcuni punti chiave. In primis, il “rifiuto delle etichette”: Dire «senza ismi» significa liberare l’arte dall’obbligo di appartenere a un recinto predefinito. In un’epoca di frammentazione estrema, incasellare un artista in una categoria significa spesso limitarne la portata comunicativa. La volontà di passare dal “singolo” al “Noi”: il gioco di parole racchiuso nel titolo sposta l’accento dall’individualismo (o dall’appartenenza a una fazione) verso una dimensione collettiva. Il “Noi” non è un nuovo manifesto estetico, ma uno spazio condiviso dove le diversità non vengono annullate, ma “messe a sistema”. Infine, la necessità — individuale, come curatore, ma credo anche collettiva, considerando la prospettiva degli artisti che hanno abbracciato il progetto — di andare “oltre l’effimero”: Se l’ismo è spesso legato all’onda del momento, il nostro obiettivo al MUSA è stato quello di proporre una visione che guardi al futuro. Un futuro dove l’arte torna a essere un’esperienza di connessione umana pura, libera da sovrastrutture e definizioni che scadono con il tempo. In sintesi e, in conclusione, la mostra non vuole essere una negazione della storia dell’arte (fatta di ismi fondamentali), ma un invito a riabitare la creatività con uno sguardo più aperto, fluido e, appunto, “corale”.

Come hai scelto i “classici” da presentare in mostra?

Proprio ricollegandomi a quanto dicevamo sulla necessità di rompere gli schemi, la scelta dei “classici” non è stata guidata da un criterio cronologico, ma da un fil rouge di ribellione intellettuale. Ho cercato autori che, pur in epoche diverse, hanno condiviso un’urgenza comune: la rottura con l’accademia e il superamento dei recinti prestabiliti. Per questo la mostra si apre con il Futurismo, il movimento “anti-ismi” per eccellenza, che voleva azzerare il passato per reinventare il mondo. Presentare i surmoulage di Boccioni — come L’Antigrazioso e lo Sviluppo di una bottiglia nello spazio (dalla Collezione Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona) — significa mostrare il momento esatto in cui la forma si libera dalla staticità della tradizione per farsi dinamismo puro. Questo spirito di libertà si ritrova, declinato in modi diversi, nelle altre scelte: nell’“arte-artigiana” di Leoncillo Leonardi: le sue Cariatidi in terracotta per le motonavi degli anni ’50 e ’60 rappresentano il superamento della distinzione gerarchica tra “arte maggiore” e decorazione, nobilitando la materia e il fare artigianale; nella Pop Art italiana di Schifano e Festa, che hanno saputo scardinare la pittura tradizionale introducendo i simboli della contemporaneità e del consumo, rendendo l’arte un linguaggio immediato e dirompente. Nella visione di Vettor Pisani, dove l’arte si fa poesia, esoterismo e teatro, sfuggendo a qualsiasi tentativo di catalogazione univoca. Tutti questi autori, pur appartenendo a momenti differenti, sono i “nostri” classici perché hanno avuto il coraggio di essere irregolari. Insieme, formano quel “Noi” di cui parlavamo: una comunità di visioni che, pur nella loro diversità, gridano la stessa insofferenza verso gli schemi chiusi e celebrano la libertà dell’atto creativo.

E i contemporanei? Quali rapporti — che la tua mostra intende rivelare — legano tra loro questi autori?

Se per i classici il criterio è stato la storicizzazione di una rottura, per i contemporanei la sfida è stata, forse, più ardua e sottile. Non cercavo artisti che “illustrassero” il mio tema; cercavo artisti che “fossero” già il tema, ancora prima di incontrare la mia visione. Il mio approccio si è basato su una selezione organica, frutto di circa un decennio di ricerca e collaborazioni. Il criterio cardine non è stato l’adattamento a un manifesto, ma la coincidenza di intenti. Ricercavo artisti “già in rivolta”: ho scelto personalità la cui ricerca vibrava già di quella “pacifica ribellione” e di quella insofferenza verso le etichette di cui parlavamo. La claustrofobia per le rigide categorizzazioni e la propensione alla sperimentazione multimediale e intermediale dovevano essere necessità latenti, già radicate nel loro DNA creativo. Più che imporre una direzione, il mio compito è stato quello di operare come un rabdomante: scoprire queste urgenze, valorizzarle e, soprattutto, amplificarle. Come? Creando un lavoro corale dove la varietà delle proposte non annullasse il singolo, ma ne esaltasse l’assoluta originalità. In NOISMI, l’opera contemporanea non è un pezzo di un puzzle, ma una voce distinta che, unita alle altre, conferma che un futuro senza “ismi” è non solo possibile, ma già in atto. In questo senso, il passaggio dai maestri come Boccioni o Schifano ai nostri contemporanei avviene senza soluzione di continuità: ciò che li lega è la medesima tensione verso una libertà espressiva che rifiuta di farsi recintare.

a cura di Andrea Guastella

(segue)

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