Interno. Notte. La notte più buia di Roberto Gramiccia

Una lettura dell’ultimo libro di Roberto Gramiccia La notte più buia. Cronache di una generazione. “Più che un’autobiografia: un intenso ‘saggio narrato’ sulla crisi della Sinistra, della politica, della medicina e dell’arte; su come eravamo e su come siamo diventati”.

Ricordate, in Mamma Roma, la morte di Ettore? Così recita il copione: “Interno. Notte. Nella cella non c’è niente. Un solo lucernario, in alto, da cui entra la luce della luna. Non c’è niente. Il pavimento, il soffitto, le pareti alte. E un letto di cemento con in mezzo un bucoEttore è legato al letto. Mezzo nudo, come si trovava in infermeria, quando ha incominciato ad urlare. È come un piccolo crocifisso, con le braccia tese, coi polsi legati: legati anche i piedi, e una cinghia gli stringe anche il petto. Ettore continua a urlare: dicendo parole incomprensibili, agitandosi come un pazzo, divincolandosi disperatamente. ETTORE: Aiuto … Perché m’avete messo qua? … Perché? Aiuto … Me fanno male le braccia … Aiuto … Aiuto … (con improvvisa furia) Li mortacci vostra! E comincia a dimenarsi, furiosamente, come una piccola belva, mentre lontani rintocchi di campane suonano le ore”.

Bene, questa tragica sequenza pasoliniana mi è venuta in mente assaporando l’incipit di La notte più buia, libro di memorie di Roberto Gramiccia, medico, intellettuale politicamente impegnato, grande appassionato d’arte e promotore egli stesso di mostre di prim’ordine. Roberto, in realtà, non cita esplicitamente Pasolini. Ma, raccontando di quella volta – era ancora un bambino – in cui i suoi genitori furono costretti a lasciarlo in compagnia di una vicina che, credendolo addormentato per la notte, lo abbandonò sul lettone senza pensare al risveglio, che puntualmente avvenne, e all’angoscia che ne sarebbe derivata, il riferimento a Pasolini e ai suoi Cristi di borgata risulta inevitabile e centrale. Pasolini, fatto oggetto di continue aggressioni squadriste e sottoposto a una vera e propria persecuzione giudiziaria, doveva realmente sentirsi un alter Christus, e qualcosa del genere, a giudicare dall’angoscia per certi inseguimenti di cui racconta il libro o per la morte di amici attivisti, è accaduto anche a Gramiccia. E tuttavia, trasfigurati da un istinto narrativo che non fallisce un colpo, gli episodi evocati cessano di essere fatti e diventano metafora. Metafora del Covid – come non riconoscere nel Gramiccia bambino solo e al buio sul giaciglio dei padri la prefigurazione dei tanti malati intubati, isolati, privi di qualunque conforto familiare – e di una malattia altrettanto grave: la Bellezza.

A cominciare dalla Grande Bellezza dell’arte. Rappresentando Ettore come un Cristo di Mantegna o di Masaccio, Pasolini intendeva appunto suscitare un effetto di sublime contrasto tra lo splendore della pittura e l’orrore della vita: dichiarava, platonicamente, che il Bello – rubo la definizione al Rilke delle Duinesi – è il principio dell’orribile, la vera immagine di un dolore che, anziché respingere con forza, ci invita ad abbracciare. Gramiccia fa altrettanto. Non a caso, le pagine più intriganti del libro sono quelle in cui la sua esperienza di medico e di – è proprio il caso di dirlo – curatore si trasfonde in critica feroce alla gestione dell’arte e della sanità. Le due prospettive sono del tutto sovrapponibili. A Roberto appare infatti evidente come tanto il mondo della medicina quanto quello delle mostre e dei musei siano oggi piegati a un conformismo tecnocratico iper specialistico che, riducendo tutto a numeri, a dati percentuali, ha portato a un’insopportabile equivalenza tra valore commerciale e qualità, determinando, tra le altre cose, una lievitazione speculativa dei costi, evidentemente funzionali e interessi particolari, che nulla hanno a che vedere con la salute fisica o il godimento estetico e la formazione culturale.

Una volta, per capire come stesse un malato, e Roberto racconta in proposito aneddoti gustosi, non si prescrivevano diecimila controlli (con esborsi che, come le condizioni della nostra sanità denunciano senza tema di smentita, sono del tutto insostenibili), ma si prestava grande attenzione all’anamnesi, un esame obiettivo seguito da una discussione collegiale fra specialisti diversi e medici generalisti. E se provassimo a fare lo stesso con le opere d’arte? Se cominciassimo a guardare le opere prima delle quotazioni? Se la critica, coi suoi spesso aspri confronti, tornasse sovrana? Se rottamassimo i super curatori che, come tanti virologi, hanno fatto e fanno, mi auguro inconsapevolmente, gli esclusivi interessi del mercato? Sono solo alcune delle domande suscitate da La notte più buia, che potremmo condensare, almeno per quanto concerne la riflessione sull’arte, in due semplici principi: “non esiste l’arte, esistono gli artisti” e “la critica è sovrana”. Certo il Bello rimane pur sempre l’anticamera del Male. Ma di un male necessario. Di un male che, se non lasciati soli, potrebbe, persino, aiutarci a sopportare.

Roberto Gramiccia, La notte più buia. Cronache di una generazione, Mimesis, euro 22.00. Il libro è acquistabile al seguente link: https://www.mimesisedizioni.it/libro/9788857584164