Giancarlo Cerri
Giancarlo Cerri, Dalla finestra. 1963. Inchiostro su carta

Il Disegno, fondamentale struttura portante di ogni forma d’arte figurativa o visiva che dir si voglia.

Giancarlo Cerri, pittore milanese classe 1938, da oltre dieci anni ipovedente, dal 28 ottobre al 15 novembre 2020 ritorna al Centro Culturale di Milano in Largo Corsia dei Servi 4 con un’antologica possente dedicata interamente alla forza espressiva del bianco e nero, dal titolo “Quando l’orbo ci vedeva bene”. Presentiamo in anteprima il testo che Elisabetta Muritti ha scritto per il catalogo della mostra.

Il disegno e il bianco-e-nero. Rigorosi. Assoluti. Lampanti. Dirompenti. Sono le due scelte espositive (ed esistenziali), in realtà strettamente connesse l’una con l’altra, che motivano questa bella e provocatoria mostra di Giancarlo Cerri. Mostra che forse sarebbe più appropriato definire come l’antologica possente di un’attività meno conosciuta dell’artista, per quanto da sempre sia la linfa che innerva ogni sua opera.

Il “decollo” artistico di Giancarlo Cerri era già avvenuto con ben due mostre personali milanesi alla storica galleria Barbaroux di Milano, uno dei templi della grande pittura figurativa novecentesca, che evidentemente lo aveva subito percepito come la “costola” di due suoi campioni, Carrà e Tosi.

In quel prestigioso luogo l’allora giovane Cerri vi espose le sue prime importanti mostre personali nel 1969 e nel 1972, ottenendo ottimo successo critico e pubblico. Al tempo stesso però comprese che quella sua pittura doveva percorrere altre strade verso nuove mete, capaci di esprimere nuovi valori pittorici che, soprattutto in quegli anni si stavano ormai consolidando con canoni estetici sempre più attuali. Fu così che Cerri osò andare oltre la sua pittura post-novecentista: non fu impresa facile. Per anni, dal 1972 al 1975, lavorò con grande impegno producendo lavori soprattutto di ricerca, finché, all’inizio del 1976, riuscì a comporre opere di vasto respiro tendenti a una figurazione che già lasciava nelle composizioni pittoriche vaste zone cromatiche di chiara tendenza informale. Insomma, superata la sua prima parte pittorica post-novecentista, Cerri iniziò a trovare la sua vera pittura, sia pure nella sua fase primaria, e fu con i quadri dipinti proprio negli anni Settanta che l’artista intraprese il suo percorso autentico: nel novembre del 1977 fu protagonista di una mostra personale nel grande spazio pubblico del Palazzo dell’Arengario di Milano. Di seguito, nel marzo 1980, di un’altra personale nell’importante spazio del Palazzo del Capitano a Reggio Emilia.

Si può dunque affermare che la notorietà di Giancarlo Cerri ha inizio nella seconda metà degli anni Settanta e procede a tutt’oggi con sue esposizioni in grandi spazi pubblici, particolarmente adatti alle sue opere di grande dimensione e forte impatto visivo. Si osservi, in proposito, il suo curriculum “mostre personali in grandi spazi pubblici” presente nelle pagine di questo catalogo.

Ora, di rassegne incentrate sul bianco-e-nero, e di converso sul disegno inteso in senso stretto e in senso ampio, se ne vedono davvero poche. E Cerri sa anche di stupire a titolo personale, poiché la sua produzione parla da sola, è sempre stato profondamente pittore e altrettanto profondamente devoto a quello che lui chiama “Sua Maestà il Colore”. Ed è proprio per questo che affida alla sua ultima mostra un compito molto importante: quello di ribadire che il disegno è l’idea prima del colore, e di conseguenza è l’anima dell’opera, di ogni opera. Dopo il disegno, solo dopo, e solo eventualmente, ci potrà essere il corpo a corpo con il colore. Già, il colore. «Il protagonista principale di tutte le mie quattro stagioni di pittore: il mio colore è partito dalle tonalità novecentesche lombarde e ha poi cercato una pittura sempre più timbrica, dando vita via via a opere materiche, astratte, sacre», spiega. Aggiungendo, però: «Ma io ho disegnato talmente tanto…».

Sì, tanto. Talmente tanto da consentire solo per faticosa e meditata sottrazione una mostra di 45 opere (20 figure, 11 tra paesaggi e nature morte, 8 sequenze e 6 lavori di tematica sacra, alcuni provenienti dalla particolarmente interessante collezione museale del Comune di San Donato Milanese, al quale il maestro ha donato, nel 2017, un importante ciclo di sue 14 opere di grande formato, da 150 a 220 cm.; tra esse 5 già da tempo esposte nel Municipio ed altre 3 a Cascina Roma, luogo dove si tengono le mostre di prestigio avallate dal Comune).

I lavori presenti nell’attuale mostra, moltissimi dei quali mai esposti, sono datati dagli anni Sessanta al 2004, l’anno in cui Cerri, alla soglia della sua malattia agli occhi e al culmine di una nuova visione del destino degli uomini, realizza l’intensissimo Martire che chiude la serie.

«Il bianco-e-nero è importantissimo. Racchiude in sé la struttura portante del quadro futuro. Esprime i valori plastici dell’opera, i suoi significati. Custodisce l’idea, ma può farlo solo se lo sorregge una tecnica esecutiva solida. Ecco perché le etichette “figurativo”, “informale” e “astratto” sono, e nel mio caso più che mai, soltanto le definizioni di un periodo: il disegno resta sempre la base più solida per ogni tipo di pittura», taglia corto Cerri. E davanti ai nostri occhi si dipana la dimostrazione pratica di queste parole.

Ci sono i volti e i corpi di giovani donne catturate con pochissimi, sicurissimi tratti, ci sono l’anima e qualche segreto chiusi nel vortice arricciato dei lunghi capelli, nella curva morbida di una spalla, nella follia di uno sguardo. Sara, Ester, la Femminista e le loro compagne fanno parte di un carosello di fotogrammi sapienti, affettuosi e casuali di una città, Milano, che in quegli anni (dal 1960 al 1979, più o meno) produceva nel nostro Paese non solo il Boom economico e una modernità irresistibilmente sempre più postmoderna, ma anche le tante facce contraddittorie di una femminilità nuova. Poi i primi paesaggi, datati dall’inizio degli anni Sessanta all’inizio dei Settanta, i tetti intravisti dalla finestra dello studio, anche qui pochi segni, quasi graffi, ma netti, carichi di volumi e di profondità, poi un vassoio colmo di frutta, poi la forza del mare, evocata, allusa, e poi uno splendido carboncino del 1979, ancora tetti e case, ma con sempre più parsimonia, sempre più scabrosità, fino ad arrivare alle cave e alle foreste, i due maestosi cicli che hanno occupato la creatività di Cerri negli anni Ottanta. Con i Novanta si arriva alle sequenze, ampie, ritmate, musicali, calibratissime eppure sempre in procinto di sorprendere con uno scatto, una sorpresa, un salto nell’altrove. L’arte sacra, significativamente segnata da quell’11 settembre 2001 che ha cambiato per sempre l’Occidente e la sua apparentemente inarrestabile modernità e prosaicità, imprime un ulteriore sviluppo alla duttilità del bianco-e-nero di Cerri, e lo fa appropriandosi di sfondi ambrati, cremosi, sui quali il tema della Croce diventa un laicissimo grido di strazio e compassione. Quasi fosse catrame rovente.

«Il disegno, lo studio in bianco-e-nero, sono già la dimostrazione chiara di quella che sarà l’operazione pittorica», ribadisce ancora una volta Giancarlo Cerri. Che poi scende nel dettaglio: «Fanno già intuire l’espressione tonale o timbrica dell’opera che sarà dipinta, nonché altre caratteristiche individuali dell’autore, quali il tratto e il “marchio” della sua personalità, che può essere deciso o delicato e lieve, ma non per questo incapace di raggiungere valori pittorici esaltanti». Riflette, e a voce più bassa aggiunge: «Il tratto fa già anche capire che uomo è, l’artista». Già.