Black Marble Under Yellow Light 1981-88. La Caixa Collection of Contemporary Art, Barcelona

Bruce Nauman alla Tate Modern

Alla Tate Modern di Londra, la retrospettiva di Bruce Nauman racconta il percorso dell’artista, tra clowns, camere a circuito chiuso e il gioco dell’impiccato

Alla Tate Modern, Bruce Nauman ci accoglie nel suo studio in n New Mexico. Sono le dieci del mattino a Londra, ma le luci basse del museo e i quattro schermi che proiettano l’atelier dell’artista da diverse angolature ci trascinano in un contesto ovattato. Di colpo, dallo studio intravediamo un topo sgattaiolare furtivo, registrato dalle telecamere. È solo un momento: il silenzio ritorna rapidamente, emblematico. Sono all’incirca sei ore di video filmati nel 2001, dei quali Bauman avvisa, ‘bisogna focalizzarsi sul nulla, per diventare consapevoli di tutto”. Le immagini riprodotte sono spesso capovolte, quindi non c’è nient’altro da fare che stare seduti, contemplare l’assenza di rumori come se fossero immagini e interrogarci su quello che crediamo di aver visto. Il titolo stesso dell’opera, Mapping The Studio II, Fat Chance John Cage, 2001 omaggia il compositore e teorico musicale, detta l’enfasi sullo sperimentalismo, e annuncia la sostanza profetica di tutta l’opera di Nauman. Un neon divinatorio esposto all’entrata della galleria ci avvisa, The True Artist Helps The World By Revealing Mystic Truths: risale al 1967, quando l’artista aveva già abbandonato gli studi di pittura per dedicarsi a scultura, performance e collaborazioni cinematografiche.

Il poliedrico Bruce ha sempre padroneggiato un estro multiforme che l’ha reso l’artista concettuale per antonomasia, capace di superare le tempistiche dettate dalle avanguardie, diventando genio e ispirazione per tanti, troppi artisti contemporanei. Attraverso la sua propensione compulsiva verso l’uso di strumenti disparati, si è arrangiato con ogni espediente: sedie, luci al neon, installazioni audio video – il corpo se non c’era nient’altro da usare? L’importante è far andare il cervello. Nauman definisce l’idea attraverso una novella, un’astrazione che lo spettatore rielabora, e che sfocia nella pura speculazione, ossessiva e cerebrale.

Così, nella seconda stanza, troviamo videoinstallazioni che ci mostrano l’artista nel tentativo interminabile di mantenere posizioni ripetitive e ostentate. Wall-Floor Positions -1968, Walking in an Exaggerated Manner Around The Perimeter Of A Square, 1967, sono lunghi monologhi corporali che trasmettono il senso di un’attesa in stile Aspettando Godot, dove l’artista si sfianca, reiterando le stesse pose per ore e ore; in Pinch Neck, 1968, lo troviamo a manipolare la propria carne come fosse uno strumento artistico, mentre maneggia la pelle del volto a formare espressioni facciali ridotte al ridicolo. 

In questo percorso eccentrico, grida minacciose che sembrano presagire uno scenario inquietante ancora prima di raggiungere la stanza successiva annunciano Clown Torture, 1987 . Il protagonista dell’installazione è un clown che sembra non identificarsi nel simpatico intrattenitore per bambini: vive, invece, una profonda crisi d’identità.  Strilla in modo maniacale; fa le prove tappato in un bagno, ripetendo una litania angosciante e meccanica che annulla qualsivoglia virtù comica. Si dimena orripilato: non vuole andare a fare il buffone. È troppo tragico anche per fare paura. La ‘pagliacciata’ fa riflettere sulla natura umana, la dicotomia che affligge l’essere umano; nell’immagine del pagliaccio, l’apparire e l’essere si raccontano attraverso una serie di verità assolute, lo sdoppiamento, la natura dell’inganno (l’attore è effettivamente un clown ingaggiato da Nauman). La ripetizione è esaltata al suo valore assoluto – nelle tiritere astruse e asfissianti del pagliaccio, o nelle pose maniacali di Nauman.  In Shadow Puppets And Instructed Mime 1990dietro suoni ripetitivi si nasconde un’imposizione intimidatoria: un mimo si esibisce alla perfezione e spassionatamente (c’è chi dice che in realtà, non stia davvero ascoltando)  in varie posizioni, ordinate da un voce autoritaria sullo sfondo; la dinamica tra performer e il suo dirigente è difficile da decifrare. 

Il mondo di Bauman è ostico: le sue osservazioni aiutano l’osservatore a comprendere il mondo, come ogni significato sia costruito attraverso la comprensione esperienziale dell’esistenza stessa. Esplorando episodi singolari riprodotti nelle sue opere,  comprendiamo il prezzo della nostra esistenza nello spazio reale, ciò che ci caratterizza come esseri umani. Perfino nel dramma, come in Antro Socio 1992 – dove l’intrattenitore sdoppiato in monitors sparsi per la stanza grida per la realizzazione dei più basilari istinti umani: “nutrimi, mangiami, antropologia, aiutami, feriscimi, sociologia’. Ancora una volta, nella performance il visitatore viene invitato a scardinare tematiche tramite una voce distaccata da un volto. Ci accorgiamo che ogni stanza alla Tate sembra aggiungere un pezzo a un puzzle, in un’esplorazione grottesca, disturbata, e per questo attraente, delle vita e delle sue incertezze. 

Dopo i clowns, Hanged Man 1985 riprende ancora il mondo distorto dell’intrattenimento infantile. La scultura pop art al neon rappresenta il gioco dell’impiccato, al quale è stato disegnato un pene: quando l’installazione lampeggia e il pene è eretto, l’impiccato è morto.  L’opera proibisce il gioco e si aggrappa al mito; ad un’erezione segue, secondo la leggenda, l’impiccagione dell’uomo, in una dimensione erotica dove sesso e salute sono intrecciate. 

Nel tema della morte che si ripresenta ciclicamente, (un neon a metà percorso ci ricorda che ‘mangiamo e moriamo’ alternativamente)  Black Marble Under The Yellow Light 1981,  è una stanza illuminata da luci fluorescenti, asettiche e sinistre, dove sono installati blocchi di marmo di dimensioni leggermente differenti:  lo spazio ricorda un deposito merci, nel quale ci siamo fermati un attimo a riflettere, prima di riprendere il viaggio.Forse anche l’arte è morta?

Se il futuro è ciò che resta, la visione così reminiscente di Bauman di nei confronti della tecnologia, attraverso i suoi lavori sperimentali con telecamere a circuito chiuso, ne è  l’epilogo. In Going around the corner piece with live and taped monitors 1970 il visitatore diventa sia un partecipante che un osservatore: una telecamera situata all’entrata di un tunnel ci avvisa che potremmo essere sorvegliati. Ma nello schermo installato dalla parte opposta del corridoio la nostra immagine non viene riprodotta: dobbiamo girare l’angolo per accorgerci di un altro monitor che ha effettivamente registrato il nostro passaggio, obbligandoci a osservare il nostro comportamento. Un’installazione visionaria degli anni 70, oggi è realtà ordinaria.

Bruce dichiarò in un’intervista di fare arte ‘per tenersi occupato’ –  i suoi lavori alla Tate plasmano un vaudeville che ci stimola a livello cerebrale, morale, psicologico, lasciandoci interrogare su identità fittizie e cicli ricorrenti che forse non termineranno mai. D’altronde, forse il clown cercava solo di avvertirci: “Pete and Repeat were sitting on a fence. Pete fell off. Who was left? Repeat. Pete and Repeat were sitting on a fence…”, e avanti così.