L’incontro, condotto dal filosofo dell’arte Massimo Carboni, affronta temi caldi e nevralgici attraverso il confronto con due artisti di rilievo della scena artistica italiana e internazionale. Parole, citazioni e pensieri intrecciano riflessioni sull’arte e, inevitabilmente, sulla vita e sull’esistenza dell’essere umano.
Massimo Carboni apre il confronto con una considerazione: “l’atto di creazione è sempre, in quanto tale, un atto di resistenza. Al potere, alla sopraffazione, alla disumanizzazione dell’essere umano, questo essere indistruttibile continuamente distrutto. Una resistenza obliqua, indiretta, sotterranea, ma forse proprio per questo più esplosiva nel tempo lungo della storia. Ma l’arte dice davvero ancora oggi ad ogni cosa “Lazzaro alzati!”, opponendosi alla sua caduta nell’anonimato e nell’indifferenza, redimendola così dal dolore del mondo? L’arte è tuttora un’esperienza in cui ne va della nostra esistenza e del nostro destino di esseri umani, cioè di animali simbolici?”.
L’arte non può cambiare il mondo, ma fornisce gli strumenti per immaginare e “pensare un mondo diverso da questo, un mondo altro, più che un altro mondo”, nonostante l’arte non sia utile a nulla, “l’inutile è la sua debole potenza”. È da queste considerazioni che prende avvio il dialogo.
Gino Sabatini Odoardi: “Questo è un momento storico legato a un’emorragia di immagini che ci sovrastano” e sono talmente in eccesso che ne siamo “anestetizzati” e coinvolti in maniera passiva, ovvero, guardiamo il mondo attraverso uno schermo. L’artista afferma: “l’arte, come diceva Fabio Mauri, è un atto di resistenza” e dunque, di fronte a un eccesso, a un affollamento di immagini, “cosa può fare un artista? Dovrebbe impegnarsi in una pedagogia della sottrazione”. L’idea è quella di creare delle pause, delle soste, dei momenti di sospensione dove “l’inutile diventa utile”, un’astensione non priva di consapevolezza. E l’artista riflette sull’arte: “l’arte dovrebbe generare umanità” e si interroga su questo, poiché “diventa un’esigenza antropologica, una necessità antropologica”. Secondo Sabatini Odoardi, si dovrebbe lavorare sullo sguardo, visto che attualmente, “accecato” dalle immagini, “lo sguardo non guarda più”; e forse solo lo “stallo”, un ritrovamento dell’idea di stallo, potrebbe ridisegnare nuovi occhi e nuovi modi di comunicare il pensiero. D’altra parte già Duchamp lavorava sulla nozione di stallo, concependo la partita a scacchi senza fine per ambedue: il silenzio come mossa di Stallo.
Riflettendo, quando gli occhi vedono troppo diventano ciechi, incapaci di guardare e di osservare veramente; vediamo troppo e non vediamo più. Dice Odoardi: “si fa arte quasi per legittima difesa”, contro la fascinazione superficiale dell’immagine, “(r)esistenza”. Incalza Marco Tirelli, affermando: “io non so più definire né cos’è l’arte in termini comunicativi, né il punto di vista dell’artista rispetto al mondo”.
Un’altra delle tracce aperte al confronto da Massimo Carboni si sviluppa attraverso una serie di citazioni: “Il Bello non è che il terribile al suo inizio” (R. M. Rilke); ‘Kalepon kalon’, “il Bello è difficile”, diceva già Platone; “Per il genio di un artista si intende la più alta libertà di cui si può godere sottoponendosi alla legge più severa” (F. Nietzsche). La domanda è: “perché il Bello ha questa aura di terribilità?”.
Marco Tirelli: Non credo ci sia qualcosa di innato, di “sublime”, come un istinto o un’emozione neutra legata all’uomo. Ognuno di noi ha un proprio gusto e una propria sensibilità. Non esiste un’universalità nell’arte; Tirelli richiama le parole di Baudelaire in Corrispondenze: “una foresta di simboli che l’uomo attraversa”, e la poesia continua descrivendo un universo interconnesso dove i sensi si mescolano. L’artista afferma che tante variabili, come il nostro umore o gli incontri, fanno “mutare la percezione delle cose”. Noi stratifichiamo la realtà e la rigeneriamo. Siamo circondati da una foresta di simboli e “ogni tanto passano scintille che fanno vedere l’universale”, come il passaggio della luce vibrante tra i rami. Dice l’artista: “noi ci possiamo muovere nell’intrico, ogni tanto passa la luce, come nelle ombre di Platone”. Tra l’intrico passa la luce. Dunque non esiste l’universalità dell’arte, ma occorre trovare il modo per attraversare la foresta che coinvolge noi tutti. Tirelli, ricollegandosi alle parole di Odoardi, riflette sulla superficialità delle “immagini che ci circondano, fatte di apparenze e prive di spessore”, perché non sappiamo più leggerle e perché “a molti di noi non va più di impegnarsi nella profondità”; si rimane nella superficie del banale, dove le parole e le immagini sono tatuaggi. L’artista ricorre a una metafora: è come il mare che viene attraversato nuotando solo in superficie e non immergendosi, non dando peso all’abisso che il mare conserva. “Io sono attratto dall’immersione, non dalla superficie, dalla storia delle cose, dalla stratificazione”. Lo spessore e la profondità dei mari.
Dunque si apre una parentesi che tocca un tema nevralgico. Marco Tirelli dice: “l’arte sta diventando sottofondo”, sta diventando superficie, sempre meno profonda. Il problema, per entrambi gli artisti, è legato all’osservare. È semplice entrare nelle gallerie con lo spirito di vedere, ma senza guardare, rimanendo nell’apparenza fugace e inconsistente delle cose. In effetti, devo sottolineare che, a mio parere, la questione è che tale appiattimento del “vedere” e del “sentire”, è anche il riflesso di un’incapacità di guardarci, di entrare in contatto con noi stessi. Lo trovo un aspetto sottaciuto per troppo tempo, che si riflette nel consumismo della nostra immagine, alterata e rimodellata in virtù di un nuovo “ideale classico”: una perfezione imperfetta, che riguarda la superficie estetica più che una ricerca interiore e riflessiva.
Da questo venir meno dello “sguardo”, o meglio di un autosguardo, si genera un cortocircuito che, come si è lungamente discusso nell’incontro, ha un risvolto nell’arte. Gino Sabatini Odoardi dice: “faccio arte per capire il mondo”, e mi pongo “domande scomode a cui non so rispondere”. Questa è una domanda scomoda a cui va data una risposta: si può annegare rimanendo sulla superficie del visibile, evitando la profondità?
Arte come (r)esistenza è soprattutto un dialogo profondamente umano e partecipato, nel quale mi sono sentita coinvolta in prima persona nei temi affrontati e ho compreso la necessità di dare voce a quella che potremmo definire un’afasia del profondo. Forse, come dice Odoardi, sono domande scomode; ma sono proprio le domande scomode ad aprire la riflessione e a richiedere il coraggio di una risposta, o almeno il tentativo di cercarla. Massimo Carboni, come orchestratore del Trialogo, ha avuto la capacità di far emergere parole autentiche e pensieri non preordinati, lasciando che il confronto si costruisse nel suo stesso accadere. Più che moderare un incontro, ha creato lo spazio affinché prendesse forma un dibattito nel quale, cosa sempre più rara, è emersa la soggettività autentica di ciascuno.
In chiusura, Carboni lascia aperta una riflessione rivolta ai futuri artisti e critici emergenti, rielaborando un celebre passaggio di Max Weber e sostituendo alla parola “politica” la parola “arte”: “l’arte consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà. Colui che si accinge a questa impresa deve foggiarsi quella tempra d’animo tale da poter reggere anche al crollo di tutte le speranze. Solo chi è sicuro di poter dire, di fronte a tutto ciò, non importa, continuiamo, solo un uomo siffatto ha la vocazione dell’arte”.


Arte come (r)esistenza
Archivio Lucia Romualdi, Via Nicotera 5, Roma
4 giugno 2026
