Ho in camera da letto un disegno di Bruno Caruso che rappresenta l’uccisione di Archimede. A sinistra, seduto nel suo studio, l’inventore, circondato dai simboli del suo lavoro: due mappamondi rigorosamente sferici, alla faccia di chi ancora crede che gli antichi intendessero il mondo come una specie di piatto; una vite continua, che pare sia stato lo stesso Archimede ad inventare; una piramide, simile a quelle egizie e delle lettere dell’alfabeto greco, a conferma di una verità sostanziale: le parole contano, sono potenti. Chi, senza parole, sarebbe in grado di difendere le proprie ragioni? E tuttavia, come diceva mio nonno, quando la forza con la ragion contrasta, la forza vince e la ragion non basta. Caruso, non a caso, fissa Archimede in una smorfia, in una maschera grottesca: un profilo degno del teatro greco che si intravede da una finestra all’orizzonte. Il poveretto, che sino a quel momento, probabilmente, non si era nemmeno accorto della vittoria dei romani, ormai padroni della città, sta per essere trafitto da una lancia brandita da un legionario che, al lato opposto, ha fatto irruzione nella sua stanza. Curiosamente, ai piedi del disegno, si legge la famosa frase: “datemi un punto di appoggio e vi solleverò il mondo”. Il gomito che sorregge l’avambraccio dello scagnozzo che impugna l’asta non è forse la leva ideale? Magari non rovescerà il pianeta, ma cancellerà una di quelle menti che avrebbero potuto preservarlo. Bene. Ho sotto il naso questo disegno da tanti anni ma a queste cose non avevo mai pensato. Tutt’al più, il fatto che sia stato dedicato ad Archimede, mi aveva fatto ipotizzare che Caruso lo avesse preparato in occasione del Premio Archimede, da lui vinto a Siracusa ormai tanti anni fa.
Ci voleva uno spettacolo teatrale scritto dalla sempre più brava Costanza Di Quattro con la regia di Alessio Pizzech per mettere in moto il mio cervello arrugginito. Nel suo Archimede. La solitudine di un genio, che ho visto in anteprima nazionale un paio di settimane fa presso il teatro comunale di Siracusa, viene appunto ricostruita l’ultima notte dell’inventore siciliano: in un miscuglio di realtà e sogno, Archimede parla al soldato, che non è in grado di rispondere; cioè parla a sé stesso – a volte canta – ripercorrendo la sua vita, tra gli Eureka! delle invenzioni e lo sconforto del suo fallimento umano. Quanti artisti – e curatori – avrebbero potuto riconoscersi! Spesso la qualità dei loro rapporti è inversamente proporzionale alle vette raggiunte nelle rispettive carriere… Carriere vissute in nome del successo, a discapito dell’amore, dei figli, della patria. E per cosa poi? Per quello stesso “stato” dei cui ordini i soldati sono i ciechi esecutori? Chi è mai Archimede per intimare al soldato di ritrarre la sua spada? E, in effetti, Archimede non lo fa. Quasi sembra pregarlo di adempiere al suo ruolo, ponendo fine a una vita di passione. Tutto questo l’Archimede di Costanza Di Quattro lo grida attraverso la voce di Mario Incudine, che da oggi in poi chiameremo Moltitudine. Rare volte si incontrano attori potenti come cori, dove il riferimento al coro è indicativo di come Incudine non si limiti a recitare, ma canti. E chi canta, si sa, prega – volevo dire interpreta – due volte. Ma non è il caso di perdersi in lodi, per quanto meritate (da estendere ad Antonio Vasta, che esegue le musiche dello stesso Incudine, a Tommaso Garré, il legionario, nonché assistente alla regia, e ad Andrea Stanisci, autore delle scene e dei costumi). La storia si ripete. Non è passato un mese da quando, in una guerra recente, uno stato ha ordinato l’uccisione di svariati scienziati, il che non sorprende affatto. A sorprendere è come tale azione sia stata fatta passare, anche dai media nazionali, come giusta e naturale. Che è come dire che il bene e il male non esistono: esistono i buoni e i cattivi, e a decidere i ruoli è sempre il vincitore. Senza l’arte, il teatro, gli amici – i primi ci invitano a usare il cervello, i secondi ci scuotono se non lo facciamo – non siamo che i ciechi esecutori di un copione disperato. Chi può non perda lo spettacolo. Ci rileggiamo a settembre. Buona estate.
Archimede. La solitudine di un genio. Foto Giuseppe Bornò





